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La Santa Alleanza e il Partito Democratico – Pietro Polito

ottobre 11, 2012 Versione stampabile

La “strana maggioranza” su cui si regge il governo del Paese nel nome della Tecnica è destinata ad essere sostituita da una “santa alleanza”?

Questa possibilità si è affacciata chiaramente dopo la dichiarazione di disponibilità da parte del Grande Tecnico a ritornare al governo, qualora fosse necessario, dopo le elezioni generali della prossima primavera.

Il semplice profilarsi di questa eventualità è la prova più evidente di quanto sia stata e sia suicida la politica di quello che al tempo dell’insediamento (imposizione) presidenziale di Mario Monti era il principale partito d’opposizione: il Partito Democratico.

Diceva il grande meridionalista Guido Dorso che la politica è fatta di “occasioni” e che le classi dirigenti si rivelano tali per la loro capacità di cogliere le “occasioni storiche”.

Pare proprio che la “classe dirigente” dei Democratici non solo non abbia colto ma abbia sprecato la propria occasione storica.

Perché?

Perché l’occasione storica, insegna Dorso, va colta nel momento in cui si presenta, quando la storia di un Paese, di una nazione, di una comunità cambia direzione. L’occasione storica non può essere procrastinata, rimandata, adeguata ai tempi delle manovre partitiche.

A undici mesi dalla caduta del Sultano e dall’avvento del Grande Tecnico esistono, semmai sono esistite in Italia, le condizioni per un cambio di governo dalla destra alla sinistra?

I dubbi sono tanti e forti.

Il governo tecnico, come d’altra parte era facilmente intuibile, non è stato e non è una parentesi, anzi, con o senza Monti premier, è diventato l’orizzonte della politica italiana, tanto che la sua conferma è sostenuta da una vera e propria “santa alleanza”, persino a prescindere dal risultato delle urne.

Una “santa alleanza” che è composta dalle forze più potenti del Paese:

1. la Fiat: per Sergio Marchionne un Monti bis sarebbe “un passo avanti per il Paese”, “avrebbe un grande valore”, “aiuterebbe tutti quelli che fanno industria”;

2. la Conferenza Episcopale Italiana: per il segretario della CEI, Mariano Crociata, “momenti eccezionali chiedono una accresciuta coesione delle forze che hanno a cuore il bene e il futuro del Paese”;

3. la Confindustria: per Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, anche se non l’unica, Monti è una possibilità;

4. la cosa bianca, nella sua versione politica, l’UDC di Ferdinando Casini, e nella sua versione sindacale, la CISL di Raffaele Bonanni. Se il sindacalista considera il Grande Tecnico un simbolo di autorevolezza e un bene, il politico, che è l’alleato cercato, evocato e invocato dai democratici, si propone di presentare liste nazionali che chiedano agli italiani di “richiamare Monti in servizio effettivo permanente dopo le elezioni”.

D’altra parte, l’autorevolezza, ma i più dicono la credibilità, di Monti soggioga anche metà del Partito Democratico.

Al riguardo è sufficiente riferire le posizioni del costituzionalista, Stefano Ceccanti, corrente veltroniana del partito. Per questi, in caso di sostanziale pareggio dopo le elezioni, il Presidente della Repubblica (se quest’ultimo non sarà lo stesso Monti) “dovrebbe per forza di cose affidargli [a Monti o a un suo sosia] l’incarico di formare un nuovo governo”.

Non solo. Secondo Ceccanti, inoltre, nel caso di “una vittoria dell’asse progressisti – moderati, Pd e Udc”, tali forze, che sostengono attualmente il governo, potrebbero e dovrebbero continuare a farlo, principalmente perché “non stiamo vivendo una fase normale”.

La ragione fondamentale per cui si sostiene la continuità con il montismo è che i mercati, Obama, Merkel si fidano del Grande Tecnico, mentre non si fiderebbero di un Bersani o di un Renzi. In particolare il segretario del partito, secondo una parte consistente del suo stesso partito, ha perduto la sua “credibilità internazionale” perché intende allearsi con un partito estremista come Sinistra e Libertà.

Allo stesso Ceccanti si deve questa affermazione a dir poco sorprendente: “Le primarie servono come il dito che indica la luna. La luna è Monti, vediamo quale di questi candidati indicherà meglio la luna”.

Trasecolo. Che dire? Se la luna in fondo al pozzo è la reiterazione del governo tecnico … povera sinistra!

Mi domando e domando ai sostenitori di questa prospettiva: ma davvero l’orizzonte di questo Paese non può essere che il montismo fino alle elezioni generali del 2018? Ma vi rendete conto? Davvero il futuro dell’Italia non può essere che quello di una democrazia sospesa, protetta, guidata, incapace di scegliere e costruire da sé il proprio destino?

Diciamolo chiaro: un partito – il Partito democratico – che “si proponga al centro di un’alleanza con la piattaforma Monti e confini chiari” (Paolo Gentiloni ala veltroniana) è un partito che si consegna alla conservazione.

Emanuele Macaluso, un dirigente storico della sinistra, appartenuto all’ala destra di quel partito, quindi un moderato, ritiene che “il Pd così com’è in quasi tutte le regioni non ha i caratteri, la forza politica, i dirigenti, la consapevolezza e la tensione politica e morale per assolvere al ruolo che [la situazione] gli assegna. Oggi, di fronte allo sfascio, alla corruzione, all’avventurismo della destra, il centrosinistra non appare un’alternativa reale” (Caro Valentino [Parlato], sono pessimista, “il manifesto”, giovedì 27 settembre 2012).

E ancora in un articolo precedente, Non esiste politica senza partiti (“l’unità”, sabato 22 settembre 2012), ben chiarisce: “L’alternativa alla destra e al populismo (anche quello di sinistra) si combatte con una politica chiara e netta”.

 



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