Il ritorno a scuola. La rieducazione di un professore americano – Garret Keizer

Nell’autunno del 2010, dopo una lontananza di quattordici anni dalle cattedre, alla non più tenera età di 57 anni, ho accettato un incarico annuale in quella stessa scuola di campagna di Orleans, nel Vermont, dove trent’anni prima ero entrato come tirocinante. Avevo accettato soprattutto perché io e mia moglie avevamo bisogno di un’assicurazione sanitaria. La ragione per cui ero diventato insegnante di letteratura fu dovuta soprattutto all’insistenza dei miei genitori affinché uscissi dal college con una qualifica: “Poeta” ai loro occhi non faceva troppa impressione. Non ho mai lavorato a scuola spinto da purezza d’animo, tuttavia molto di quello che so sulla purezza d’animo l’ho imparato a scuola.

Che io possa dire questo senza ironia, probabilmente è dovuto almeno un po’ alle fortunate condizioni di lavoro di quest’ultimo anno. Descriverle in dettaglio renderebbe verde d’invidia ogni insegnante, ammesso che le creda possibili. La maggior parte dei quasi quattrocento studenti della mia scuola era educata e perfino amichevole – intendo dire: persone che non ti sbattono la porta in faccia e ti chiedono cordialmente come va. Non mi sono mai sentito minacciato o in pericolo. Non mi sono mai trovato a dover giudicare nessuno dei miei colleghi come scansafatiche o incapace – o a pensare che loro potessero credere cose simili di me. Il preside, che era stato di recente e meritevolmente nominato preside dell’anno delle scuole secondarie del Vermont, era anche stato un mio studente in quella stessa scuola. Come mi disse la prima volta che c’incontrammo e come ripeté al collegio dei docenti alla prima riunione, proprio non riusciva a darmi del tu. Il vice preside, sposato con un’altra delle mie ex allieve, fece lo stesso. Il mio responsabile di coordinamento, sebbene non fosse stato mio studente né facesse fatica a chiamarmi Garret, mi considerava un collega e mi trattava come un vecchio amico. Delle mie cinque classi nessuna superava i venti studenti e tre erano sezioni dello stesso corso, il che significava che con queste potevo usare lo stesso programma. Non per vantarmi, ma facevo lezione a tutte queste classi, tranne una, nella stessa aula, in entrambi i semestri, e avevo quaranta minuti interi per poter pranzare. Potevo perfino consumare il pranzo da solo nella mia aula.

Detto questo, ero piuttosto affamato all’ora di pranzo, perché quasi sempre facevo colazione alle quattro del mattino. Non di rado dovevano passare dodici ore prima che tornassi a casa per lavorare ancora dopo cena, solo per svegliarmi il giorno dopo ancora con un senso di impreparazione.

Il mio sistema immunitario si è rivelato perfino più arrugginito della mia vena pedagogica. Mi sono preso diversi raffreddori più un’influenza, una bronchite e una congiuntivite. Dopo solo due mesi di lavoro, sono stato costretto a una noiosa sessione di esercizi su un tappeto rotante a causa di una non meglio definita sofferenza al costato, nonostante il medico mi avesse assicurato che il mio cuore, benché non giovane, dimostrasse vent’anni di meno. Questa notizia mi tranquillizzò, perché mi svegliavo sovente di notte con il cuore palpitante per gli incubi, invariabilmente riguardanti la scuola. I brutti sogni continuano, ma come ho imparato nell’esperienza precedente, in dieci anni si esauriranno.

Eccetto per alcune ore preziose il venerdì dopo cena, mi restava poco di quello che generalmente viene chiamato tempo libero. Io e mia moglie uscivamo raramente. La mia corrispondenza, normalmente robusta, si è ridotta a zero. Non sono riuscito a fare la dichiarazione dei redditi fino a luglio. Sebbene mi sforzassi di non apparire così ai miei studenti, spesso ero depresso. Una mattina, mentre mia moglie mi rimproverava perché la notte precedente avevo caricato un autostoppista ubriaco lungo una strada solitaria – “E se avesse avuto una pistola?” – io ho risposto, mezzo scherzando, che se mi avesse sparato non avrei più dovuto correggere i compiti.

Quello che voglio dire è che anche nelle circostanze migliori l’insegnamento nelle scuole pubbliche è uno dei lavori più duri che una persona possa svolgere. La maggior parte delle persone sensate lo sa. Chiunque lo neghi è o un mascalzone o un idiota; oppure, se vogliamo metterla in un altro modo, un tipico esperto di tutto ciò che è sbagliato delle scuole pubbliche americane e dei ragazzi, spesso problematici, che le frequentano.

Come un veterano ferito in battaglia, incapace di fidarsi di chiunque altro non abbia vissuto il trauma della guerra, trovo molto difficile rispettare le opinioni di chi non ha mai insegnato a scuola – e non soltanto sull’educazione, che sarebbe abbastanza ragionevole, ma anche sulla filosofia e sulla politica. John Adams, Samuel Johnson e Henry David Thoreau, per nominarne tre che hanno fatto la differenza, si cimentarono con l’insegnamento. Tutti e tre si dimostrarono piuttosto inadeguati; tutti fecero nella loro vita cose più grandi di quelle che faccio io: le mie migliori ma discutibili affermazioni le ho avute in un’aula scolastica. Eppure, io attribuisco quella mancanza di illusione del loro pensiero, quel disincanto verso il dogma da un lato, così come il rifiuto della disperazione dall’altro, al fatto che si misero alla prova come insegnanti. Avevano incontrato l’umanità in tutta la sua grossolanità e varietà, con il dubbio intento di “formarla” in qualche modo. In quel processo, si erano spogliati nudi, come solo un essere umano può essere, e avevano raggiunto la loro grandezza anche perché avevano superato la paura di restare nuovamente nudi.

Ludwig Wittgenstein, forse il più santificato dei filosofi moderni, fu anch’egli insegnante. Non ne sono sorpreso. Non sono nemmeno sorpreso che abbia dato le dimissioni dopo aver schiaffeggiato un ragazzo di undici anni. Ho cercato di ricordarmene almeno una volta la settimana in questo anno passato, non per sentirmi superiore a Wittgenstein. Volevo solo ricordarmi che quello che stavo facendo non era affatto così scontato e semplice come reindirizzare il corso del pensiero occidentale.

Il primo giorno di scuola comincio le lezioni con l’ascolto di Welcome di John Coltrane; all’accordo conclusivo una palpabile emozione sovrasta i miei studenti solitamente schiamazzanti, a riprova di quel che ho sempre pensato dell’ispirazione geniale di Coltrane, capace di fluire fin nel più apparentemente ottuso ragazzino. “Questa musica è bella”, dice uno di loro e nessuno lo contraddice. Come per tutte le altre introduzioni musicali che ascoltiamo durante l’anno, tutte scelte per durare il tempo fra le due campanelle dell’intervallo, uso un lettore di CD portatile, che è tanto familiare per la generazione iPod quanto lo era per me un grammofono Victrola. Scrivo il nome di ogni artista e del pezzo sulla lavagna, inclusa la data di composizione quando riesco a trovarla, solitamente un anno che precede di molto la data di nascita dei miei studenti (posteriore al 1995).

Indosso giacca e cravatta quasi tutti giorni, sono uno dei pochi adulti della scuola che lo fa. A queste aggiungo un paio di stivali ben lucidati, un’espressione di solidarietà verso i genitori della nostra comunità, ma ancor di più una concessione ai miei piedi piatti. Per la prima volta dopo molti anni ho qualcosa che assomiglia a un look – io e le formalità dell’insegnamento formiamo uno strano amalgama. Passando per il corridoio una ragazza dice che sono elegante. Le rispondo che credevo di apparire vecchio. “E quanti anni ha? Trenta?” Lo prendo come un complimento e m’illumino; anche se a rifletterci forse stava solo ribadendo che, effettivamente, sono vecchio.

In questo scambio di battute e in innumerevoli altri particolari, trovo conferma della massima che “i ragazzi sono ragazzi”. Ero stato avvertito di aspettarmi grandi cambiamenti rispetto ai vecchi tempi, ma per la maggior parte gli studenti che incontro sono intercambiabili con quelli a cui insegnavo più di venti anni fa, anche sotto i cappelli da baseball. Sono un po’ stupito dell’ubiquitaria esposizione di parti del corpo scoperte, dalla dignità che ha il verbo “ciucciare” e dal numero di studenti che prontamente ammettono di avere un “deficit di attenzione”. Se una tale disfunzione esiste, come sono incline a pensare, sono felice che ci siano medicine per trattarla. Tuttavia, sentire qualcuno che dice, “io ho un deficit di attenzione” in una cultura di così grande svagatezza è un po’ come ascoltare un compagno di viaggio su un transatlantico che nel mezzo della traversata dice di sentirsi andare “alla deriva”. Chi non si sentirebbe allo stesso modo?

Come mi aspettavo, ci sono stati un certo numero di cambiamenti della scuola stessa. Un sofisticato sistema di allarme, che deve essere disattivato se sei il primo a entrare o attivato se sei l’ultimo a uscire come ho potuto verificare di persona un sabato mattina particolarmente agitato, è direttamente collegato con il distretto di polizia. In accordo con le direttive ministeriali, i temi ora sono chiamati “risposte elaborate”. Un gruppo di insegnanti che si incontra per discutere degli studenti in difficoltà con le materie è chiamato EST (Team educativo di sostegno). Un ragazzo che non ha problemi di studio sta facendo un AYP (Adeguato progresso annuale). Questa forte tendenza professionale per il gergo in generale e per gli acronimi di tre lettere in particolare, una moda derivata dalle commissioni parlamentari e da consulenti stravaganti, all’inizio mi ha fatto sembrare la scuola impossibile ed estranea. Il mio scetticismo s’è ridotto dopo la mia prima riunione con un EST quando ho ascoltato i colleghi discutere di uno sforzo collaborativo più grande a sostegno degli studenti che restano indietro. Chiamatelo come volete, potrebbe essere un PIS (Sentimento piuttosto interessante).

Di gran lunga la più notevole e felice novità è il numero di spazi a cui gli studenti possono rivolgersi per ricevere assistenza scolastica. Quella che in precedenza era stata un’aula didattica speciale, fortemente stigmatizzata, è diventata adesso una rete di luoghi di studio vocianti, gestiti da professori imperturbabili e ostinati, molti dei quali competenti in più di una materia. Alcuni di questi luoghi sono dedicati a studenti con specifiche esigenze di studio, ma persiste una lodevole permeabilità dei confini, almeno in superficie, che sembra rendere facile per i ragazzi sentirsi a proprio agio in qualunque stanza sia loro assegnata. L’uso del termine ritardo riecheggia ancora tristemente nei corridori, ma viene usato nella maggior parte come un’alternativa più generica e neutrale di deficiente.

Non sorprende che molti dei più importanti cambiamenti siano tecnologici. La biblioteca assomiglia alla centrale operativa della NASA in cui i controllori ogni tanto interrompono le attività per recuperare un libro. Il proverbiale cane che si è mangiato i compiti adesso è una chiavetta USB che non funziona. “Fumare in aula” è diventato “messaggiare in aula”, sebbene a onore dei tabagisti del passato si possa dire che loro almeno un’ora riuscivano a resistere senza sigarette. Sento frequentemente ripetere la frase “scuola del XXI secolo” e so che significa “scuola con le connessioni wireless”. In uno dei primi giorni di formazione del personale docente, il soprintendente distrettuale ci ha informato che il dieci per cento di tutte le scuole superiori lavorerà principalmente su computer entro il 2014, e che nel 2019 si salirà al cinquanta per cento, con l’implicazione che i nostri metodi e noi stessi siamo ormai prossimi all’obsolescenza. Nessuno si avventura a chiedere quella che sembrerebbe la domanda ovvia, cioè quale tipo di educazione superiore avessero ricevuto Bill Gates e Steve Jobs e dove si sarebbero fermati se non l’avessero ricevuta.

Fatte queste distinzioni, sono giunto ad apprezzare i vantaggi della digitalizzazione, anche se come altri insegnanti antiquati continuo a portare con me un vecchio registro di classe. Le nottate di fine quadrimestre passate con l’aiuto di mia moglie a scrivere giudizi e calcolare le medie dei voti, grazie al cielo sono passate, come le macchine per il ciclostile. Naturalmente, ci si aspetta che un insegnante emancipato sia capace di correggere i compiti e registrare i voti secondo il ritmo moderno.

In questa accresciuta esaltazione dei risultati e nell’enfasi imposta sulla standardizzazione delle prove e del gergo, incluse le stupidaggini standardizzate che ne risultano (nessuno degli studenti che ho conosciuto sembra credere che l’universo sia stato fatto in sei giorni, ma un numero preoccupante di loro è convinto che un saggio debba essere costituito sempre da cinque paragrafi), ritrovo quello stesso invasivo totalitarismo del libero mercato che ha distrutto ogni possibile variante dell’economia familiare come stile di vita, quello stesso prurito per la nomenclatura classicheggiante che ha trasformato la critica letteraria in una pseudoscienza. Un anziano insegnante di lingue straniere che tiene duro fin dai tempi della mia prima esperienza scolastica mi ha detto con un sospiro “ho paura che si stia avvicinando la scomparsa del concetto di insegnante come un artista”.

Questo sembra essere l’argomento del testo guida che usiamo per il corpo insegnante. Secondo i suoi autori, che senza vergogna elencano i loro esemplari e ora ostentabili successi in una scuola per classi medio alte, il tempo dell’insegnante “lupo solitario” è finito. Dobbiamo spostarci da una visione “focalizzata dall’esterno su questioni che non riguardano la scuola” per concentrarci su ciò che il consulente di affari Jim Collins III chiama “i prodotti crudi” della nostra “organizzazione”. Già la nozione che i miei migliori insegnanti, quelli che hanno cambiato la mia vita, dovrebbero essere messi alla porta è sufficientemente scoraggiante; ma l’indicazione offensiva per cui “i prodotti crudi” dell’educazione dovrebbero avere a che fare più con l’istituzione scolastica che con la società nel senso più ampio, dove gli studenti vivono, è sufficiente per farmi schiumare. O insegnare.

Quello che certamente non è cambiato fin dal mio primo incarico a scuola è il livello di povertà e di emarginazione sociale che affligge gli studenti di questa regione. Molto probabilmente è perfino peggiorato. Ho insegnato negli anni di Reagan, ho smesso ai tempi di Clinton; sono ritornato nel mezzo di questa recessione catastrofica, figlia dei demoni della deregulation e dei sanguinosi accordi di libero mercato.

Mi sono accorto della differenza quando ho riconosciuto alcuni studenti appartenenti alle famiglie degli Agricoltori americani del futuro (Future Farmers of America). Ai vecchi tempi, un ragazzo che indossasse quella giacchetta di velluto blu con le lettere dorate FFA, più sì che no arrivava a scuola portandosi dietro un odore di bestiame, qualche volta ancora con lo stallatico sotto gli stivali. Ho impiegato un po’ di tempo per capire che di quella mezza dozzina di membri del FFA che frequentano adesso le mie lezioni, solo uno viveva in una fattoria; il che significa che i genitori degli altri sono diventati, per sempre, Agricoltori americani del passato.

Se riuscite a immaginarvi la Silicon Valley senza computer, allora potete farvi un’idea di cosa accade a una comunità rurale quando l’agricoltura su piccola scala comincia a morire. All’inizio della primavera, quando le fantasie giovanili si concentrano sull’amore, la prima pagina di un giornale locale racconta tre storie: un uomo di ventotto anni è annegato dopo aver cercato con una motoslitta di attraversare il fiume Connecticut in preda ai fumi dell’alcol, un bambino di due anni è stato ucciso da un altro bambino che gli ha sparato con un fucile calibro 22 e un allevatore si difende dall’accusa di crudeltà verso gli animali per aver ridotto le sue mucche alla fame e averle lasciate in stalla coperte dei loro stessi escrementi. Non si dice in quali condizioni vivessero l’allevatore e la sua famiglia, ma penso che di quelle non sarà accusato nessuno.

Insegnare con gli occhi ben aperti in una regione come questa significa essere sempre sul punto di piangere – anche se non sempre per pietà o rabbia. Se si guarda al numero di studenti che hanno diritto allo sconto per la mensa, la scuola dove insegno è la terza più povera dello Stato. Eppure, secondo i test standardizzati, si classifica fra le migliori; l’anno prima che arrivassi è stata la migliore per le composizioni scritte. Questo significa che sono uniti in uno sforzo eroico molto più che alcuni insegnanti e studenti. Lo vedo tutto intorno a me; lo sento ogni giorno. Negli anni ‘90 potevo arrivare alle sette di mattina ed essere il primo insegnante a scuola; quest’anno dovrei arrivare almeno mezz’ora prima per provare a esserlo. E nessuno fa schioccare la frusta, né ci sono carote agitate davanti a noi. Uno dei miei colleghi di lettere ogni giorno deve fare due giri per portare in macchina i faldoni e le scatole con i compiti e i quaderni degli studenti, tre se l’ha raggiunto la sua bambina dopo la scuola. (Non riesco mai a guardare quella bimba senza ricordarmi di quando mia figlia alla stessa età mi ha detto: “Vorrei avere due papà, un papà che corregge i compiti degli altri e un papà che gioca con me ai pirati”). Uno dei frutti di queste fatiche erculee è un comprensibile e commovente, perfino per un cuore di pietra come il mio, orgoglio di appartenenza scolastica. Quando il preside chiede all’assemblea degli studenti “Chi siamo noi?”, c’è un’inequivocabile vibrazione alla James Brown mentre rispondono urlando: “La scuola dei laghi!”.

Cerco di non pensare al frutto avvelenato che cresce sullo stesso albero, specialmente se io stesso sto impegnandomi per farlo crescere (urlando “La scuola dei laghi!” assieme a loro). Se un’alunna di una scuola povera può fare così bene i test ministeriali, allora ovviamente non importa molto se ha passato lo scorso inverno dentro una roulotte non riscaldata nel cortile della nonna o se ha perso una settimana di lezioni per i morsi delle pulci prese a casa del padre. Dopotutto, un bambino che dorme in una stalla potrebbe essere il prossimo Gesù Cristo. Il buon proposito dell’educazione pubblica di creare “opportunità eguali per tutti” si risolve troppo facilmente con uno scivolone che serve solo a ripulire la coscienza di pochi. Se ognuno può arrivare a “leggere al livello adeguato”, allora non dobbiamo preoccuparci troppo se alcuni potranno leggere favolose cedole di dividendi e altri, che solitamente lavorano il doppio dei primi, troveranno da leggere lettere di licenziamento. Ci basta sperare che i secondi non arrivino mai a leggere Marx.

Assieme alla povertà – dovrei dire a causa della povertà, anche se so che le connessioni causali sono remote – c’è una diffusa frattura delle famiglie. Questo era vero anche nel passato, ma adesso sembra una pandemia. Giorno dopo giorno, “risposta elaborata” dopo risposta elaborata, leggo espressioni spontanee di abbandono, disorientamento, lacerazione interna. Se non fossi così grassa e avessi voti migliori forse mio padre non ci avrebbe lasciati. Un lamento comune fra gli studenti, ho notato, è “va male tutto”. Apparentemente stanno parlando della scuola, di combriccole e rivalità tipiche dell’età adolescenziale, ma essenzialmente potrebbero riferirsi alle loro case, dove sembra che l’adolescenza non abbia mai fine.

Data la mia convinzione, basata sull’esperienza, che una vita familiare stabile sia il singolo indicatore più affidabile del successo scolastico, sono sorpreso che il Partito Repubblicano, che si autoproclama difensore dei “valori della famiglia”, non si preoccupi di sottolineare questo aspetto. Certamente, per farlo dovrebbe mettere in discussione i propri programmi di smantellamento dell’educazione pubblica, di censura del sindacato degli insegnanti, di rifiuto del diritto di matrimonio alle coppie omosessuali, di ostacolo alla parità di salario delle donne lavoratrici, di taglio dei fondi per la maternità, di delocalizzazione del lavoro e di rigonfiamento delle tasche dei tanti ciarlatani che vendono l’educazione sotto forma di test standardizzati.

E certamente il Partito Repubblicano non è il solo a metter mano ai randelli quando si discute cosa significhi essere un adulto responsabile. Quella delicata questione borghese a cui ci riferiamo quando parliamo della contrapposizione fra conservatori e progressisti – tutto quello che indica per me sono due modi di fare guerra ai giovani, due fazioni rivali di quell’antica religione che sacrificava i propri figli al Moloch: una che sacrificava e continua a sacrificare i figli della classe operaia sull’altare dell’eccezionalità americana, l’altra che li sacrifica per l’eccezionalità frivola di uno stile di vita “trasgressivo”, la scelta di fuga da una realtà che ci coinvolge tutti. Dobbiamo bombardare i Talebani o inserire i loro testi nel programma scolastico? “è diventato chiaro per me da molti anni che quello che noi qui chiamiamo problema razziale non è affatto un problema razziale,” scrisse James Baldwin molti anni fa. “Il problema dipende da come si intendono la propria natura e il proprio sangue, soprattutto da cosa si vuole per i propri figli”. Il problema razziale, ma vale lo stesso per ogni altro problema che arriva sulla scrivania di un insegnante.

Un ragazzo della nostra stessa natura e del nostro sangue si piega sopra la scrivania esaminando una delle foto incorniciate che tengo lì come ornamento. “Wow, cos’è quel posto?” chiede. Gli spiego che è la grande sala di lettura della biblioteca civica di New York, speditami da una donna a cui avevo insegnato. Questo qui è uno furbo, uno che ti fa sentire bene anche quando sai che ti sta fregando, ma riconosco la sincerità della sua voce quando mi chiede con trasporto, “E non c’è mai stato?”. Mentalmente prendo nota di regalargli la foto alla fine dell’anno. Ma non succede, purtroppo, perché viene affidato a un’altra famiglia in un’altra scuola prima che me ne ricordi. Questo è il modo in cui sembra vadano le cose con molti degli studenti che mi preoccupano di più: vengono sbattuti lontano, sebbene solo pochi abbiano potuto apprezzare quel particolare privilegio dei bambini di colore di sentirsi apostrofare dal precedente padre adottivo – per scherzo, ne sono sicuro – come “il mio schiavo negro”.

Scommetterei più denaro sul fatto che questo giovanotto andrà un giorno alla biblioteca civica di New York piuttosto che sulla possibilità che egli prenda un libro da quegli scaffali, se ci andrà. Lo stesso vale per molti dei suoi compagni. Non sono certo che la resistenza alla lettura che incontro quasi tutti i giorni stia segnando un nuovo aumento, perché quattordici anni sono un periodo troppo lungo per fidarmi della mia memoria e perché le sezioni dove insegno ora non hanno gli stessi livelli di onorabilità di quelle dove ho insegnato nel passato. I miei sono studenti “nella media”, ma non sono per nulla stupidi. Eppure, non ricordo di essermi mai sentito così frustrato come mi sento sovente ora per il fatto che così pochi abbiano voglia di leggere.

Non c’è niente di nuovo nel fatto che i ragazzini trovino la lettura un obbligo. Quel che mi colpisce è l’assenza di correlazione fra la voglia di leggere e la capacità di farlo. Questo e il numero di volte in cui ho sentito qualcuno dire, “Io odio leggere”. Una ragazza me lo dice in privato, e comincia a singhiozzare così esageratamente che temo di mettermi a ridere. Quando si calma, le chiedo con gentilezza di leggermi un brano ad alta voce. La sua scorrevolezza è impeccabile; potrebbe lavorare per la BBC.

Capisco che in alcuni casi la riluttanza a leggere ha le sue basi nella mancanza di uno spazio adatto per farlo. Chiedo agli studenti di scrivere un tema su “Dove leggo”, e ottengo ben più di un racconto su quanto sia difficile concentrarsi in una casa “dove le persone urlano sempre”. Neanche a scuola, però, e nemmeno quando ci sono il tempo e la tranquillità: il libro non si legge mai. Non riesco a resistere alla tentazione di informare due dei miei furfantelli preferiti, che di solito arrivano da me in anticipo sulla prima ora di lezione, che potrebbe esserci un compito in classe sulla lettura assegnata il giorno precedente, e che qualunque giovanotto meno preparato di quanto indubbiamente sono loro farebbe meglio a usare i prossimi venti minuti per ripassare. Il brano è abbastanza breve da poter essere letto in questo tempo. Più veloci di un batter d’occhio, tirano fuori i libri e arrivano alle pagine assegnate, piegati su di esse come monaci sullo scrittoio, con le brioche in mano. Dopo tre minuti hanno messo i libri da parte – è già troppo per quel giorno – e sono tornati a chiacchierare. I loro compiti in classe sono insufficienti.

Dove la resistenza alla lettura sembra più forte e si dimostra più esasperante è con le lezioni più importanti per il cui studio fornisco scrupolose indicazioni scritte, leggendole ad alta voce e lentamente all’intera classe. Preparo informazioni extra per gli studenti che tendono a perdere le cose. Ma c’è poco altro che posso fare per rispondere a ogni domanda pretestuosa, oltre a ripetere il mantra “Che cosa c’è scritto sul foglio?” che poi prende la forma di “Perché non hai letto il foglio?” quando il compito viene restituito.

Cerco di mettere la questione su un piano politico. Quando una regola è scritta, dico agli studenti, allora chi l’ha scritta è legato ad essa non meno di quanto chi la legge. Questo è il motivo per cui abbiamo una Costituzione. Nei regimi dispotici è regola il volere del re. Un giorno magari lui vuole che si legga un brano di seicento parole; il giorno dopo, un poema di sei righe. Ma in questa classe non siete responsabili se non avete svolto compiti diversi da quelli indicati sul foglio. Potete sempre sventolarmi il foglio davanti alla faccia come prova, e io non posso cavarmela dicendo che l’ho scritto io. Devo dimostrare le mie ragioni ripetendo ciò che quelle parole realmente dicono. Sembra che ce l’abbia fatta – qualcuno alza la mano: “Vuole che consegniamo anche la brutta copia?”

Un pediatra locale una volta mi ha detto, quando gli ho chiesto come potesse mantenersi sano in mezzo a tutta quella sofferenza inutile, “cerco di ricordarmi che a parte pochi psicopatici, la maggior parte delle persone nella maggior parte dei casi cerca di fare il meglio che può”. L’ho preso come motto di lavoro, anche se rimango fedele al concetto che se “un ragazzo è solo un ragazzo”, allora un ragazzo di sedici anni e già due anni indietro rispetto al diploma.

La mattina dopo che Osama Bin Laden è stato ucciso mi aspettavo un fiume di commenti. Per anticiparli ho deciso di far parlare Omero al posto mio. Dall’alto in basso sulla lavagna ho scritto una dozzina di versi dell’Odissea, quelli che Ulisse pronuncia dopo aver massacrato i Proci, prima che la sua fedele nutrice, Euricleia, gioisca. “ Non esultare troppo”, le dice, anche se le fa intendere che i pretendenti hanno avuto quello che si meritavano. “Gloriarsi sopra dei cadaveri dilaniati non è onorevole”. Ho lasciato i versi scritti per tre giorni. Nessuno mi ha chiesto cosa significassero o cosa stessero a fare lì. Per quel che mi risulta non li ha letti nessuno. E nessuno ha menzionato Osama Bin Laden. Alla fine del terzo giorno non mi restava altro da fare che cancellare i versi e andare dal parrucchiere, cosa che nel mio caso si risolve con un accorciamento minimo dei capelli, lunghi poco più di tre centimetri e che immancabilmente solleva sincero interesse e commenti vivaci (tutti molto gentili) il giorno seguente.

Non mi sono mai perso il saggio scolastico in nessuno dei miei primi anni di insegnamento, e sono sicuro che sarò presente anche a quello di quest’anno: una vivace rassegna di teatranti allo sbaraglio. Come tutti gli anni, si terrà al vecchio auditorium comunale, perché a scuola non c’è uno spazio adatto. C’è la stessa magia che ricordo dagli spettacoli precedenti – e alcuni degli stessi insegnanti, che ancora suonano nell’orchestra e sistemano il trucco dietro le quinte, quasi tutti ormai con i capelli bianchi – la magia dei ragazzi che escono dai loro soliti ruoli e ne assumono di nuovi, più vicini a ciò che sono veramente. Non sempre riconoscibili nei loro costumi, ancora meno quando cantano, sembrano affascinati e immortali, perdutamente felici in quel ristretto tempo che è sia scuola che non scuola perché avviene al di fuori degli orari previsti. Quando il pubblico esce dal teatro, mentre le madri delle attrici sono riconoscibili per i bouquet che portano in mano, il vice preside mi prende da parte e mi dice che il preside vuole parlare a tutti gli insegnanti nello spazio subito sotto il palco. Quando siamo riuniti, il preside ci informa che un insegnante di trentanove anni della nostra scuola, assente allo spettacolo, è morto improvvisamente per un attacco cardiaco. Ovviamente scosso, vuole che siamo preparati: il lutto in una scuola è una cosa delicata.

E non c’è nulla come la scuola che ti rende conscio della precarietà dell’esistenza. Si può credere che ci siano professioni per le quali questo vale ancor di più, la medicina o il sacerdozio per esempio, ma io ho partecipato ai funerali e ho fatto visita ai moribondi per molti anni e non ricordo di aver mai lasciato l’ospedale o il camposanto senza un’accresciuta consapevolezza della morte; quasi sempre quel che ho provato è stato il sollievo di essere ancora vivo. Ma quell’implacabile esperienza della limitatezza che è l’insegnamento, l’Angelus che suona – non tre volte al giorno come nei monasteri, ma ogni 45 minuti – spietatamente ti lascia con una sensazione d’insufficienza del tempo disponibile, di possibilità ridotte per fare il tuo lavoro e farlo bene. I ragazzi sono probabilmente troppo giovani per provare le stesse sensazioni, o almeno è quello che si spera, ma anch’essi sanno che le scadenze arrivano e capiscono cosa vuol dire morto.

Se l’orario scandito dalla campanella e il calendario rappresentano il tempo corporeo della scuola, la trascendenza ha spesso luogo attraverso un’esperienza extra-corporea. Quando l’insegnante riesce a organizzarsi per portare gli studenti “fuori dalla scuola”, fisicamente o psicologicamente, è lì che l’esperienza scolastica può avere inizio. Talvolta accade semplicemente invitando gli studenti a fermarsi dopo le lezioni, cosa che può rivelarsi complicata, ma può essere utile se avete delle ore libere e qualche studente che a casa non ha niente di meglio da fare. Io ho tutt’e due le cose. Qualche volta si tratta di un progetto specifico, più studenti ci sono meglio è – paradossalmente, la trascendenza in questo caso corrisponde a un’esperienza di contatto con il mondo fisico: correre, disegnare, fare qualcosa di reale.

Tiro fuori due evidenziatori e invito gli studenti a scarabocchiare fotografie ingrandite del mio volto, un dente annerito o il moccio dal naso per ogni parte di analisi logica identificata correttamente, e tutti vogliono trovare un verbo. Abbiamo messo assieme una galleria di progetti basati sui libri che abbiamo studiato, e sebbene io incoraggi l’uso delle tecnologie, la loro straripante preferenza è per progetti realizzati con oggetti tangibili, forse perché li può toccare più di una persona per volta. Due ragazzi si sono messi insieme e hanno realizzato una copia in scala reale della zattera di Huckleberry Finn, usando asce vere per dargli più autenticità, e l’hanno portata a scuola con un carrello. Pare il simbolo perfetto del nostro progetto: per andarsene via dalla sdolcinata vedova Douglas e navigare liberi per un po’. Anche così non ci siamo allontanati dalla riva e dalle sue crudeltà più di Huck e Jim, perché non tutti gli studenti possono rivolgersi ad adulti per farsi aiutare nei loro progetti o avere i soldi per comprare il materiale, perché uno dei ragazzi che hanno costruito la zattera mi ha detto che progetta di arruolarsi nei Marines dopo il diploma, così la consapevolezza della morte torna a infastidirmi da sopra le sue spalle tatuate.

Non sorprende che la letteratura abbia una propria forza trascendente, specialmente quando ci rivolgiamo al dramma e alla poesia, che io imprudentemente ho rimandato fino a primavera. Vedo quanto piace agli studenti leggere forte; le ragazze gareggiano per fare la parte di Emily in La nostra città [Thornton Wilder]; i ragazzi da cui meno te lo aspetteresti danno un’occhiata alla Canzone di me stesso di Whitman. Comincio a pensare che non sia tanto il leggere che odiano quanto il leggere ognuno per conto proprio. Quella stessa intimità radicale che io cerco nei libri, il modo che usa la mia mente di mangiarsi il pranzo da sola, è questo che gli dà il voltastomaco. Ho sentito che due ragazze della mia classe hanno esplorato Ethan Frome [Edith Warthon] leggendolo ad alta voce, l’una all’altra, su Skype, non diversamente da George Gibbs ed Emily Webb che chiacchierano affacciate alle finestre delle loro camere da letto, solo che hanno usato un altro tipo di finestre. Sono genuinamente creature sociali, questi ragazzi, ed è davvero lento a imparare chi non lo comprende, anche se blatera a proposito della costruzione di una democrazia più sociale.

La primavera corrisponde alle prime vacanze scolastiche senza che mi ammali, e io festeggio la libertà assoluta con il lavoro fisico. Taglio legna. Brucio sterpaglie. Poto gli alberi, compresi i Fiori di Bach che i miei studenti di scrittura espositiva mi diedero nel 1995 come dono per l’inaugurazione della casa. Era alto circa mezzo metro e adesso si erge per quasi quattro metri, con una chioma di foglie quasi altrettanto ampia. Sarà inondato di fiori bianchi per il tempo degli esami. “Il tempo di piantare alberi è quando si è giovani”, ha scritto il poeta del Vermont James Hayford, “Così, invecchiando, potrai passeggiare all’ombra/ Che tu e il tempo proiettate insieme”. Diversi anni fa mi sono reso conto che mi avevano chiamato nel corso di un solo mese non meno di sette vecchi studenti: un agitatore anarchico gay, una parrucchiera, un professore delle superiori, un insegnante di scuola guida, il proprietario di un caseificio, un web designer, un carcerato, tre donne e quattro uomini molto diversi, ma tutti avevano contribuito a comporre l’ombra che io e il tempo proiettiamo insieme. Qualche volta mi chiedo quanto sarebbe stata più ricca la mia vita se non avessi smesso di insegnare, me lo chiedo ma senza rimpianti.

Una delle cose più rimarchevoli e, penso, discutibili del mestiere di insegnante è il numero di persone che hanno bisogno di credere che lo si debba amare. Fin da quando ho lasciato le aule a metà degli anni ’90 e per tutto l’anno passato ho incontrato persone che mi chiedevano se mi mancava l’insegnamento o se avessi in mente di tornare a insegnare. Non gl’interessava la risposta; volevano sentirmi dire “sì”. Alcuni non facevano nemmeno la domanda: “Si sa che la paga non è alta, ma fai quello che ami” – un atteggiamento che mi ricorda il mito dello schiavo felice. Infatti, la parola pedagogo deriva da un termine greco che indicava lo schiavo incaricato di portare a scuola i fanciulli. Jim è l’insegnante di Huck Finn non solo spiritualmente ma anche in accordo con un’antica tradizione. Questo non per suggerire che gli insegnanti contemporanei siano degli schiavi o che io sia mai stato trattato come tale, solo che tendo a non fidarmi delle persone che si aspettano che io lavori per amore o che hanno bisogno di una sovrastruttura mitologica per glissare sulla problematicità del mio lavoro e sulle ingiustizie che quotidianamente mette in luce.

Il mio preside, il signor Messier, o signor Disordine [Mess] come lo chiamano i ragazzi, non mi chiede mai se amo il mio lavoro. Mi ha detto che spera che questo anno alla Scuola dei laghi mi sia gradevole. Mi ha detto che ero stato importante per lui quando era uno studente della scuola superiore e che sto avendo lo stesso effetto sugli studenti di quest’anno. Mi ha detto che mi considera come “l’artista a suo agio” della scuola; effettivamente, lui non pensa che l’insegnante artigiano debba morire. Non si ferma mai, anche se spesso so che gira lì intorno, alcune volte perché è lì davvero che passeggia nei corridoi affollati fino a che uno non si accorge dell’altro e lo saluta, un evento che in certi giorni e in certe delicate situazioni d’umore ha un effetto quasi spirituale.

Alto più di un metro e ottanta, con un sorriso alogeno e le spalle più larghe che io abbia mai visto su di un essere umano, è rispettoso, risoluto e carismatico a un livello tale che soverchia ogni mio sospetto sul carisma. Alla fine di ogni giornata accompagna gli studenti agli autobus, la sua sagoma è inconfondibile anche con il cappuccio della giacca a vento alzato. Torna a scuola quando l’ultimo degli autobus è partito e io so esattamente cosa pensa: che ha visto i suoi ragazzi andarsene anche quel giorno, con la speranza di poterli immaginare sani e salvi a casa, specialmente quelli che preferirebbero non tornarci.

Per quanto la mia influenza nella sua formazione sia stata al massimo ipotetica – l’ho incontrato quando era un ragazzo di campagna di quindici anni e sarebbe poi diventato un ottimo preside – sono sfacciatamente fiero di lui. Non posso dire con piena convinzione che io ami insegnare. Ma amo lui e altri a cui ho insegnato molto diversi da lui. E so che non sono adatto a insegnare perché anche con questo amore e le soddisfazioni derivanti, sto contando i giorni che mancano prima che io possa tornare a casa per davvero.

Sfilze di giorni e centinaia di “momenti educativi” mi passano davanti agli occhi prima che questo accada; ogni settimana ce n’è una nuova. Nei corridoi cominciano ad apparire bambini in carrozzina, viene fuori che sono bambole di dimensioni reali, per un progetto di genitorialità in classe. Mi ricordo una cosa simile nel mio insegnamento precedente, anche se allora veniva usato un uovo in fasce dentro una scatola per sigari. Il simbolismo era palese a enfatizzare la fragilità di un neonato. Nella nuova versione, a tecnologia più avanzata, ci si aspetta che gli studenti, tutte ragazze per quel che ho visto, accudiscano ai bisogni simulati del bambino, rispondendo prontamente ogni volta che piange e tenendolo sotto stretta sorveglianza, anche se le bambole non si rompono con la stessa facilità delle uova.

Le lezioni di genitorialità sono offerte solo alle classi prime e terze ma, guarda un po’, una ragazza del secondo anno arriva alla lezione dell’ultima ora con una tazza e una bambola in mano. Sembra che la “madre” si sia assentata da scuola un giorno o due per fare le prove del suo meraviglioso saggio di ballo e abbia lasciato il bebè a una babysitter che lo accudisse tutto il giorno, portando l’enfasi della simulazione, per non parlare dell’ironia, ben oltre quanto lei probabilmente potesse credere. Devo però dire che la scelta della babysitter è stata impeccabile, una ragazza che avrei sicuramente scelto anch’io se ne avessi avuto bisogno per i miei figli. Meredith ha già esperienza per un motivo: si prende abitualmente cura della nipotina che vive con lei nella fattoria di famiglia. Lavora anche part-time da McDonald, gareggia come lottatrice dilettante (un’attività che non riesco a conciliare con la sua bassa statura e la serietà, anche se mi hanno riferito che può “massacrare di botte qualunque ragazzo della scuola”), legge ad alta voce le lezioni di letteratura al suo assonnato fratello maggiore mentre la accompagna a scuola con il suo autocarro (lui si sveglia alle due di mattina per lavorare nel granaio e qualche volta si addormenta alla mia prima ora di lezione) e si può sempre contare su di lei per un vassoio di biscotti fatti in casa durante le lezioni del doposcuola (anche quando non può partecipare) o per una presentazione orale a pieni voti, come quella sull’infatuazione storica, intitolata “Come ho molestato J.F.K”. Una perla di ragazza, in altre parole, perciò sono contento che abbia preso lei in carico il bebè, non solo perché vedrà che sarà curato bene, ma anche perché spero capirà, se non se n’è già accorta, che non è un fardello che dovrà portare a lungo.

A metà lezione la bambola prorompe in un pianto disperato. Il mio primo pensiero è di chiedere chi abbia quel maledetto cellulare acceso e cosa l’abbia posseduto per fargli scegliere una suoneria così pestifera. Poi vedo Meredith palesemente mortificata per la brusca interruzione – lei è quel tipo di ragazzina che aspetta pazientemente che gli altri abbiano finito di parlare perfino prima di temperare una matita. Con un sorriso, mi offro di cullare la bambola al posto suo mentre spiego. “No – dice – mi prendo cura io di lei” e si precipita fuori dalla stanza.

Cinque minuti dopo sto ancora svolgendo lezione sul Titanic e la bambola continua a strillare nel corridoio. Alla fine uno degli studenti dice: “Signor Keizer, penso che sarebbe meglio se lei desse un’occhiata”.

Quando lo faccio Meredith sta freneticamente cercando di inserire una chiave di plastica nera nella scatola di controllo sul dorso della bambola. È visibilmente sotto stress, io stesso mi sento piuttosto a disagio a questo punto – il pianto è finto ma abbastanza realistico da provocare reazioni primordiali. Provo con la chiave anch’io ma senza successo, osservando che le indicazioni scritte (e noi sappiamo quanto sono utili) dicono di girare la chiave in senso orario. L’altra cosa che scopro è che la signorina lottatrice, o qualche altra balia prima di lei, è riuscita a distorcere la chiave rendendola un inutile cavatappi di plastica. Gira solo su se stessa. “Puoi chiamare la ragazza che te l’ha affidata?” Chiedo, alzando la voce per farmi sentire. Non può. Aggiunge che se il pianto viene disattivato senza girare la chiave potrebbero dare un brutto voto alla sua amica. Vorrei dirle che non m’importa, invece le chiedo se conosce l’insegnante del corso di genitorialità. No, è una che sta al centro di collocamento, sedici chilometri più a Nord. La bambola continua a piangere, più forte sembra. Io sono furioso per Meredith e anche per me. Siamo stati messi in una situazione per la quale non eravamo stati preparati. Ben oltre lo scopo del compito assegnato, ci stiamo sentendo come si sente prima o poi ogni genitore: sopraffatti, sperduti e (inutilmente) soli.

Dico a Meredith quel che penso si dovrebbe fare e lei, con riluttanza, fa segno di sì. Estraggo la scatola di controllo dalla schiena di plastica della bambola. Come in una scena di Edgar Allan Poe, la scatola continua a piangere mentre la fisso ammutolito. Vorrei schiacciarla sotto gli stivali, invece tiro il nastro che espelle le pile e il suono finalmente smette.

Ma la simulazione continua, almeno per un momento fatale. Nella vita reale, in una situazione non troppo lontana dall’esperienza di molti miei studenti, io non sarei stato l’insegnante di questa ragazzina. Sarei stato il suo ragazzo, forse il padre del bambino, forse no. Non avrei potuto togliere le batterie, perché non ci sarebbero state pile da estrarre. Invece, avrei preso il bambino in un impeto di frustrazione e lo avrei percosso fino a che non fosse morto o diventato per sempre idoneo ai servizi di assistenza. Io, a mia volta, sarei diventato idoneo per avere una foto della mia faccia stralunata pubblicata sulla cronaca nera del giornale locale. Un altro stupido bastardo ignorante che se l’è meritata. Oppure, se preferite, un altro ragazzino frastornato, confuso e fragile diventato adulto nel paese più ricco del mondo.

Non devo stupirmi se qualcuno dei miei studenti la pensa allo stesso modo. Non devo stupirmi perché quando torno in classe, dico loro esattamente cosa penso.

Di solito non sono così moralista, convinto come ancora sono che sia mio dovere insegnare le materie del programma e non pontificare, ispirare dibattiti e non soppesare verdetti. In una o due occasioni ho detto ai miei studenti che vivevano in una società che considerava le persone della loro età, della loro zona e del loro ceto come carne da cannone, lavoratori da sfruttare e consumatori da ingannare, e che l’educazione poteva almeno fornirgli alcune armi per difendersi. Questo ho detto. Avrei però voluto dirlo come una sorta di ritornello, uno slogan da ripetere ogni giorno, come faceva Catone, il senatore romano che chiudeva ogni discorso dicendo che Cartagine doveva essere distrutta.

Le parole di Catone vanno proprio bene. Infatti, la popolazione di Cartagine adorava lo stesso dio dei suoi predecessori Fenici, una divinità che chiamavano Moloch. Quando alla fine i Romani presero Catone alla lettera, trovarono dentro le mura della città distrutta una moltitudine di urne in terracotta con le minuscole ossa dei bambini bruciate. Va da sé che i Romani veneravano una loro versione del Moloch, così come facciamo noi, se dobbiamo credere ai nostri poeti: “Un Moloch, il cui amore è fatto di petrolio e roccia! Un Moloch, con l’anima di banche ed elettricità”. Un uomo chiamato Allen Ginsberg scrisse questi versi decenni prima che voi nasceste, quando questo vostro insegnante di letteratura aveva appena tre anni. Vedete miei cari, sto ancora parlando a voi dentro di me, e sebbene io speri che stiate leggendo qualcos’altro in questi giorni, qualunque cosa in realtà, questo è quello che avrei voluto dirvi prima di salutarvi: Cartagine deve essere distrutta – e voi, da parte vostra, dovete imparare tutto quello che potete su Cartagine.

 

 

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