The Lady – Recensione di Laura Operti

The Lady – L’amore per la libertà, di Luc Besson. Con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Martin John King, Susan Wooldridge. Titolo originale The Lady. Drammatico, durata 145 min. – Francia, Gran Bretagna 2011. – Good Films

Il film The Lady di Luc Besson (2011) esce nelle sale mentre a Myanmar (Birmania) la storia riporta alla ribalta Aung Sang Suu Kyi, quale leader della Lega nazionale per la democrazia, il partito che ha vinto in 40 collegi sui 44 in cui si è presentato. Aung Sang Suu kyi è stata eletta in parlamento, in una cittadina rurale a sud di Rangoon e scoppia un’enorme festa popolare intorno a lei. Gli sguardi del mondo sono rivolti a questa esile, affascinante donna che mantiene fermamente il sogno di riportare la democrazia nel suo paese.

Il film racconta la straordinaria avventura di Sang Suu Kyi, a partire dall’assassinio del padre Aung San nel 1947, leader del movimento per l’indipendenza della Birmania, evento che ha destabilizzato il paese, spianando la strada alla presa di potere dell’esercito. Da questi fatti l’isolamento della Birmania dal mondo e anni bui per il popolo birmano.

Tutto questo è trattato nelle immagini del film, naturalmente ne è l’anima ma altrettanto importante è vedere attraverso le vicende personali di Suu Kyi, come questa donna sia diventata leader morale carismatico della Birmania e anche degli indiani, cui lei ricorda i fondatori del loro paese. Vediamo nel film più volte San Suu leggere libri di Gandhi e fare lo sciopero della fame “Sua madre Daw Khin Kyi nel 1960 fu ambasciatrice in India e Nepal” ci dice Jaswan Singh, ex ministro indiano delle finanze, degli esteri, della difesa, autore di Jinnah: India,- Partition –Independence (La Stampa, 1 aprile 2012).

Dopo la morte del padre, Suu (Michelle Yeoh) cresce in Inghilterra e sposa il professore universitario Michael Airis (David Thewlis) da cui ha due figli . Nel 1988, il popolo insorge contro la giunta militare e Suu torna nel suo paese per iniziare lo scontro nonviolento contro i militari. E qui si dipana lo strazio della famiglia divisa, ma tutta consapevole del ruolo politico che ha questa donna. Marito e figli provano profonda nostalgia, lei soffre per la terribile mancanza dei suoi cari. Il senso del film, per cui sono state sollevate anche delle critiche, è proprio sulla forza che questo amore conferisce alla piccola donna indomita. Suu nel 1989 è arrestata e rimarrà due decenni agli arresti domiciliari, non potrà andare a ritirare il Premio Nobel per la Pace che le è conferito nel 1991, né assistere il marito nella malattia che lo condurrà alla morte nel 1999: una volta lasciato il suolo birmano, non le sarebbe stato più permesso il ritorno in patria. La decisione è presa da entrambi i coniugi durante una drammatica telefonata. Suu viene liberata nel novembre del 2010.

Molti giornali, prima delle recenti elezioni e subito dopo si sono occupati della Birmania (bellissimo l’articolo comparso su “Le Monde” il 26 marzo 2012 Birmanie. Une ouverture en demi-teinte, 1°Avril Elections legislatives partielles. Les Birmans sont appelés aux urnes sur fond d’ouverture politique. Les conflicts avec minorités ethniques, eux, perdurent di Bruno Philip)

Abbiamo dunque moltissime notizie storiche e politiche. Il film ci dà un’interpretazione dei fatti (come è giusto che sia per un’opera creativa) che arricchisce umanamente le nostre conoscenze.

Le ultime immagini sono quelle delle manifestazioni dei monaci e il film si chiude con questa didascalia.

Usate la vostra libertà per favorire la nostra

In Birmania con Aung Sang Suu Kyi il cammino è incominciato.

Che meraviglia, che piacere e che sollievo andare al cinema, sedersi al buio per due ore, entrare a far parte del mondo, capire, domandarsi, emozionarsi, sentirsi parte del tempo in cui viviamo e della storia, uscirne più ricchi, consapevoli, grati (Concita de Gregorio, La Repubblica)

 

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