La società matrilineare dell’etnia Moso, nel Paese a sud delle nuvole – Isabella Bresci



Scrivo questa nota qui su FaceBook per tutte le amiche e gli amici incuriositi dalle foto che ho postato sulla mia bacheca, per condividere un momento di gioia e profonda riflessione.

Lo scorso settembre, ad un incontro tra amici a casa della carissima Monica Smith, ho sentito parlare per la prima volta del progetto per il convegno CULTURE INDIGENE DI PACE – DONNE E UOMINI OLTRE IL CONFLITTO che si sarebbe svolto in marzo a Torino.

Si parlava di come individuare il luogo adatto per l’evento e di problemi relativi ai visti per le due ospiti cinesi di etnia Moso. L’idea mi ha incuriosita ed entusiasmata e ho fatto i migliori auguri alle organizzatrici per una perfetta riuscita.

Mi sembra che già a fine gennaio sia apparso il programma, il che denota una notevole organizzazione e domenica scorsa eccomi a partecipare all’ultima parte del convegno, proprio nel pomeriggio quando è la volta delle due ospiti cinesi.

Entro nella sala conferenze del Palaginnastica e vedo dietro la cattedra due alte eleganti coloratissime figure…

L’incontro inizia con la presentazione della cultura Moso da parte di Francesca Rosati Freeman, autrice del libro “Benvenuti nel Paese delle donne” uscito nel 2010 presso le Edizioni XL.

Si parla di un’etnia di circa 40.000 persone che abita ‘a sud delle nuvole’ (traduzione degli ideogrammi che indicano la provincia dello Yunnan, regione all’estremo sud-ovest della nazione cinese) intorno ad un grande e limpido lago che chiamano ‘Madre’.

Mentre ascolto con attenzione, non posso fare a meno di ammirare la bellezza di queste due donne. Emanano calma e serenità, una più gioviale, l’altra più eterea, per niente intimorite da ciò che le circonda nonostante l’enorme diversità con il loro mondo.

La relatrice ci racconta delle difficoltà nell’ottenere il visto dalle autorità cinesi nonostante l’interessamento dell’ambasciatore italiano a Pechino, degli alti e bassi tra speranza e sconforto per il tira e molla durato mesi. Poi finalmente il visto è ottenuto e si comincia a programmare la visita in Italia di Ake e Najin, questi i nomi delle due donne Moso.

Francesca ci spiega poi le caratteristiche principali di questa società che si è preservata praticamente intatta nei secoli, fino ad oggi, nonostante l’arrivo dei turisti, dei telefonini e della tv.

Pare che il governo cinese non abbia disturbato questa pacifica etnia, probabilmente perché molto piccola, senza gerarchie di potere e non certo dedita alla politica. Durante la rivoluzione culturale imposero loro il matrimonio ma subito dopo ci fu un ricorso di massa alla separazione.

L’istituzione del matrimonio per loro non esiste, la famiglia è concepita in modo totalmente diverso dal nostro, è costituita dai discendenti del ramo materno appartenenti ai due sessi, solo questi sono considerati consanguinei, mentre il padre naturale dei bambini appartenenti alla famiglia materna ne è escluso. Il contatto con l’altro sesso non manca, anzi, ma è per questo più armonioso. A tredici anni le ragazze hanno il rito di passaggio e in quell’occasione viene data loro la chiave di una
propria stanza chiamata ‘la stanza dei fiori’ dove potranno avere incontri amorosi, non necessariamente sessuali, quando lo riterranno opportuno, in genere a partire dai quindici anni in poi.
Gli incontri avvengono di sera e di notte e al mattino ci si saluta per vedersi la sera dopo. Se le cose vanno bene può andare avanti così tutta la vita, se no ci si lascia senza tragedie.
La gelosia è considerata una cosa di cui vergognarsi, molto più dell’infedeltà. Alla domanda che arriva dal pubblico “Ma non sentite mai il desiderio di costruire qualcosa col vostro uomo?” una delle due risponde “Per noi va bene così, stiamo bene con le nostre ‘sorelle’, gli uomini vanno e vengono, la mamma e le sorelle rimangono”.
Il matrimonio è ritenuto causa di litigi inutili e dannosi per la famiglia e la comunità.
Tutte le decisioni importanti che riguardano la comunità vengono prese insieme agli uomini per consenso anche a costo di lunghe discussioni, ma si deve comunque arrivare ad essere d’accordo, se no la pace non dura… La persona più rispettata e importante della comunità è la donna più anziana che è anche l’amministratrice di tutti le possedimenti del clan.
Gli anziani vengono sempre accuditi dalle donne della comunità e anche i bambini di entrambe i sessi fino a tredici anni, poi i maschi vanno ad abitare insieme agli altri maschi, chiamati zii.
Quando ci sono delle liti serie ci si riunisce e si parla per risolvere la questione insieme agli altri, non esiste violenza famigliare, né pedofilia.
La loro religione è il buddhismo tibetano ma non hanno mai abbandonato la loro religiosità animista che venera la Natura e quindi tende a preservarla accuratamente.
Le nostre due ospiti hanno entrambe due figli e lavorano. Ake ha una piccola guest-house per i turisti e Najin, se ricordo bene, un laboratorio ereditato dal padre per la distillazione di un liquore tradizionale chiamato ‘il liquore delle donne’ perché pare allevii i dolori del parto. Qualcuno chiede se non si sentono minacciati dall’arrivo del turismo e della globalizzazione. Rispondono che il turismo ha portato qualche miglioramento, per esempio una strada che accorcia notevolmente i tempi per recarsi in città (prima ci voleva una giornata, ora solo quattro ore) e con questo la possibilità per i bambini di frequentare una scuola migliore e avere assistenza medica nei casi più seri (anche se conservano la loro medicina tradizionale).
La globalizzazione… non sanno bene cosa sia… ma sperano che il ‘progresso’ arrivi gradualmente. Abbiamo molto da imparare, dicono, e forse qualcosa da insegnare, è bello imparare gli uni dagli altri.
Spesso i bambini che guardano la televisione cinese, a parte la difficoltà di comprendere la lingua (il mandarino) diversa dalla loro, non comprendono molte delle cose che vedono e quindi le mamme cercano di selezionare i programmi e dare spiegazioni.
Noto nel modo di rispondere una tendenza al vedere il lato positivo di ogni cosa, una pacatezza e serenità nel rispondere che rivela molta sicurezza.

Alla fine dell’incontro qualcuno chiede di farci sentire un canto ascoltato la sera prima. Le loro voci cristalline mi cullano e mi trasportano col pensiero nel loro semplice mondo. Niente come la musica può far percepire l’anima di un popolo… e mi sono commossa… Per me è stata un’esperienza profonda dove ho compreso che la nostra struttura mentale è improntata da millenni sulla contrapposizione e sulla competitività tipiche della sfera maschile.
Anche noi donne abbiamo assunto caratteristiche mentali maschili e ho capito che c’è molto da imparare da questo tipo di società essenzialmente pacifica.
Nel 1995 la cultura Moso è stata indicata dalle Nazioni Unite come ‘esempio per l’umanità.


martedì 20 marzo 2012 – ore 23.13

5 Risposte a “La società matrilineare dell’etnia Moso, nel Paese a sud delle nuvole – Isabella Bresci”

  1. Mi piacerebbe incontrare queste donne e soprattutto mi picerebbe vivere come loro, quanti problemi in meno. Questo articolo mi fa sentire ancora più donna:

    • Buongiorno Piero,
      abbiamo il libro come prestito, non per la vendita. verifichi telefonicamente (011532824) o via mail ([email protected]) dopo il 5 settembre l’effettiva disponibilità. I servizi della Biblioteca sono sospesi per la pausa estiva fino a tale data.
      saluti di pace!

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