Vita di Ivan Illich – Recensione di Cinzia Picchioni

Martina Kaller-Dietrich, Vita di Ivan Illich, Edizioni dell’Asino, Roma 2011, pp. 228, € 12,00

Il libro che presentiamo fa parte della collana «I libri necessari», necessari come Ivan Illich, che secondo il sottotitolo è «Il pensatore del Novecento più necessario e attuale». E forse non è esagerato dichiararlo «necessario», perché, come scrisse il suo amico Erich Fromm (p. 17), i suoi scritti

«hanno un effetto liberatorio sulla mente del lettore […] arricchiscono il lettore aprendogli la porta dalla quale si può uscire dalla prigione delle cognizioni sterili, preconcette, frutto della routine quotidiana. Mediante uno choc creativo […] comunicano un messaggio; […] parlano la lingua della forza e della speranza che spingono a cominciare di nuovo».

Fu sacerdote (monsignore a soli 29 anni!), ma si sentiva in gabbia in quella Chiesa con cui ruppe nel 1969 e non poté più svolgere alcuna funzione sacerdotale; si impegnò nelle istituzioni senza mai farsene catturare; scrisse raccolte in cui, senza andarci leggero, si pose contro l’american way of life e la «politica ecclesiastica degli yankee» e la loro ignoranza critica le differenze fra cattolici dell’America settentrionale e meridionale; per questo i suoi primi testi furono pubblicati con lo pseudonimo di Peter Canon; morì da outsider, e anche quando morì anche i necrologi riportano le domande su chi fosse Ivan Illich. Un sacerdote, un critico della civilizzazione, un sociologo, un profeta? «Un guru, un eretico una lagna?» Harvey Cox, che lo conobbe bene, lo definì maverick (che letteralmente significa «bestiame senza marchio», ma figurativamente vuol dire «solitario»), perché in effetti la sua opera non è classificabile in alcuna linea o scuola di pensiero «salvo annoverarlo tra gli anarchici cristiani. […] In ogni caso Ivan Illich era un uomo in continua ricerca. […] si è conquistato la denominazione di pellegrino» (pp. 13-4).

Per continuare nel tentativo di definire Ivan Illich non perdetevi la meravigliosa Prefazione, scritta da Wolfgang Sachs (pp. 5-9), che narra del suo primo incontro con Ivan Illich. E merita attenzione anche il metodo con cui l’autrice – Martina Kaller-Dietrich – ha scritto il libro; racconta di come ha raccolto i dati, (nelle biblioteche ma anche da amici e conoscenti), di tutte le conversazioni, le telefonate, gli incontri, l’ascolto delle registrazioni dalla viva voce di Ivan Illich stesso, lungo gli anni dal 2005 al 2007 (pp. 21-3).

 

Da dove veniva?

Padre croato, madre viennese (lui nacque a Vienna, il 4 settembre 1926). Non perdetevi la cronaca delle sue origini e dei suoi spostamenti, che vanno di pari passo con la storia. Il libro per la prima volta invita a leggere la biografia di Illich assieme al suo pensiero, perché «Non si può separare la vita di Illich dalla sua opera».

Che storia!

Certo che il buongiorno si vede dal mattino! Per avere una vaga idea dello spessore di questa personalità, leggete la «carriera» di Ivan Illich subito dopo il liceo: cristallografia, teologia, il sacerdozio (spinto da Paolo VI), l’alchimia… una specie di romanzo!

Chi era?

Le foto che mostrano Illich mentre insegna fanno ancora impressione: gli occhi molto aperti, le bracci allungate in avanti, alzate almeno fino alle spalle, le dita aperte, lo sguardo calmo, ogni fibra del corpo tesa, come se stesse per saltare, un uomo che sa come suscitare emozione e attirare il pubblico (p. 117).

Non sembri celebrativa una tale descrizione! Io c’ero, nel 1988, quando Ivan Illich inaugurò la prima edizione della Fiera delle utopie concrete, a Città di Castello. Quell’edizione trattava dei quattro Elementi, e Illich tenne una conferenza sull’acqua (qualche tempo prima aveva anche pubblicato – con Macro Edizioni – il libro H2O e le acque dell’oblio. Be’ leggendo le parole

di p. 117, che ho trascritto qui sopra, mi è tornata alla mentee l’atmosfera di quei giorni, memorabili, e l’impressione che mi aveva fatto Ivan Illich (era la prima volta che lo vedevo, erano 24 anni fa, avevo 30 anni!) come se fosse oggi stesso.

Erich Fromm e altri amici

Che c’entra Fromm? Intanto erano amici (!) e poi fu lui ad affermare che la definizione migliore per il pensiero di Illich fosse quella dell’«umanesimo radicale»:

«[…] l’umanista radicale metteva in dubbio tutte le acquisizioni date per scontate (progresso, sviluppo, industrialismo), senza temere di “giungere all’espressione di idee e soluzioni che possono suonare assurde alle orecchie della gente”» (p. 128)

Per leggere di altre amicizie illustri dobbiamo andare alle pp. 137 e ss. e scopriremo di quando Ivan Illich conobbe Jiddu Krishnamurti, il famoso guru del secolo scorso: era la fine di novembre del 1972 e Ivan Illich fu invitato in India per un giro di visite organizzato da Indira Gandhi, che aveva ricevuto Descolarizzare la società «trovandolo significativo per la situazione indiana».

Uno yogi cattolico?

Per chi non lo sapesse «yogi» non è il noto orso dei cartoni animati, ma il praticante (se è donna si chiama yogini) dell’antichissima disciplina, lo yoga appunto Ci fu una questione se Illich fosse uno «yogi cattolico», e se volete approfondire la sua spiritualità portatevi intorno alle pp. 175 e ss., dove troverete anche la testimonianza di Richard Baker-Roshi, a cui nel 1972 Illich chiese «Riesci a immaginare qualcosa che avrebbe potuto impedirmi di iniziare la giornata con la meditazione?», Baker-Roshi rispose di no. «Per una visione della vita, è utile la rinuncia ascetica praticata con consapevolezza, la capacità critica e la disciplina. Negli ultimi anni Illich tornava su questo tema in ogni conversazione: «Se abbiamo necessità di comprendere le ragioni della situazione assurda in cui viviamo, io e i miei amici vorremmo anche capire come NON dare il nostro contributo a questa assurdità, evitando di lasciar condizionare la nostra anima, il nostro percepire, il nostro mondo interiore. È un esercizio”» (p. 177).

 

Il consumismo

Illich fu sempre molto critico nei confronti di questo ennesimo «ismo», sostenendo che solo i paesi non ancora completamente industrializzati avevano qualche speranza di scampare al suo predominio. Il suo pensiero contro il consumismo è stato molto ben riassunto (p. 15) da Sousa Santos, importante sociologo del social forum di Puerto Alegre: «Se consideriamo la costante produzione di beni consumati come tempo, spazio, oggetti, eccetera, siamo in grado di riconoscere le condizioni presenti di sfruttamento nella vita quotidiana. Proprio perché noi tutti consumiamo questi prodotti, ma siamo consapevoli solo raramente del carattere immorale della vita quotidiana».

Illich inventore

Non è stata proprio un’invenzione la sua, piuttosto uno «spostamento di nome»: si tratta del Kohr, un’unità di misura corrispondente a quattro ore di cammino a piedi e a un’ora e mezza di bicicletta. Il termine non era proprio del tutto nuovo, Illich lo aveva «preso in prestito» dal cognome di Leopold Kohr, lo studioso inventore dell’idea che «piccolo è bello». Illich aveva parlato di Kohr come del suo «maestro prediletto» a Yale, nel 1994, quando fu invitato alle «E. E. Schumacher-Lectures»: lodò la capacità di Kohr di insegnare raccontando delle storie, e «inventò» il kohr come unità di misura; un nome che contiene tutto un concetto.

 

Basta con gli esperti

Ivan Illich fu sempre polemico contro la figura dell’esperto. E lui stesso si considerava un esperto, di provenienza istituzionale, con una formazione eccellente, organico al sistema universitario e anche alla Chiesa. Quindi per primo a se stesso rivolse l’esigenza di mettere radicalmente in discussione la sua condizione di “esperto”. Riporto da p. 13:

Uno dei suoi argomenti principali era «l’espropriazione della persona in ogni sua manifestazione di vita a opera del milieu tecnico»: la comunicazione al posto del parlare, il trasporto invece del camminare, il «consumo abitativo» invece dell’abitare, il consumo sanitario al posto del morire. Il suo volume Nemesi medica (1976), che gli ha dato fama mondiale, è stato letto come una critica alla medicina, ed era al contempo una critica radicale all’economia […].

Tutto il discorso sugli esperti è riportato, molto meglio di come potrei fare io, a p. 140 e ss., dove troviamo riflessioni tipo questa: «in una società conviviale le competenze e e tecniche dovrebbero essere patrimonio del singolo individuo in armonia con la collettività e non di un ristretto gruppi di tecnici e specialisti», o questa: «l’asservimento dell’uomo alla scuola, alle macchine e alle istituzioni conduce al monopolio degli esperti. In questo modo la società diventa scuola, ospedale, prigione e autostrada» o ancora che una ragionevole autolimitazione avrebbe portato «un numero crescente di persone» a «fare sempre di più con sempre meno». Non è attualissimo?

La burocrazia

Una vicenda personale, riguardante la gestione dei beni della madre, gli fece prendere distanze verso la burocrazia e le procedure amministrative, sfociando infine in un radicale rifiuto delle istituzioni (scuola, ospedale, caserma…)

Le opere

Tra il 1971 e il 1976 scrisse uno dietro l’altro i suoi quattro volumi maggiormente considerati: Descolarizzare la società (1971), La convivialità (1973), Elogio della bicicletta (1974) e Nemesi medica (1976). Prima di quel periodo studiò i temi dell’istruzione obbligatoria e – tanto per cambiare – del monopolio degli esperti, considerati controproduttivi; sostenne che con lo sviluppo e la diffusione della Chiesa, della scuola, degli ospedali, dei trasporti, diminuiva l’autonomia dell’individuo che «diventava sempre più dipendente da ciò che non poteva dominare: l’energia nucleare, la ferrovia, la chemioterapia, la manipolazione genetica e molto altro ancora» (p. 130)

Il Cidoc «was a magic place» (p. 106)

Inizialmente fondò il CIF (Center for Intercultural Formation), sperando di farne un centro indipendente per potenziali missionari che volessero ancora «stupirsi» invece di ripetere pedestremente le tesi pre-confezionate delle organizzazioni che li mandavano in missione… si può immaginare che cosa successe? Divenne un anticonvenzionale centro d’incontro e alla fine Illich fu scomunicato. Tutta l’appassionante storia alle pp. 64 e ss.

Il CIF divenne poi CIDOC (Centro Interculturale di Documentazione) e, dopo il trasferimento, nel 1966, in un luogo più grande, veniva scherzosamente «casa blanca». Trovate tutto in Appendice (La serie di pubblicazioni del Centro Intercultural de Documentatión, dal 1966 al 1974) da p. 182 a p. 192 comprese.

La convivialità

Ha scritto proprio un libro con questo titolo (Mondadori, 1973), in cui contrappone una società definita dalla propria produttività a una definita dalla socievolezza, una società in cui la misura è data dalle relazioni delle persone tra loro e con l’ambiente. Secondo Illich il piacere di stare insieme diminuisce con l’aumento dei consumi (e vorrei aggiungere, con una riflessione del tutto personale, che forse consumiamo di più se stiamo bene con le persone?). Esempio: più grande è l’automobile meno volentieri il guidatore raccoglierà un autostoppista. Conviviale non è sinonimo di sociale, la socievolezza è un piano alternativo all’imperativo di produrre. La convivialità come concetto nacque nel 1956, quando Illich – allora assistente parrocchiale a New York – organizzò la leggendaria festa in onore del patrono dei portoricani (San Giovanni Battista). Questa festa si tiene ancora oggi col nome di Puerto Rican Day Parade, ma allora fu organizzata telefonando a tutti i cognomi spagnoli, prendendone i numeri dall’elenco telefonico Così 35mila portoricani si riunirono, mangiarono, ballarono, secondo la triade liturgia-ritualità-fiesta che – come IllichIllich aveva intuito – fece acquisire consapevolezza ai partecipanti e il divertimento collettivo divenne riconoscimento di sé. Dieci anni Illich stesso avrebbe chiamato quello stato collettivo «conviviale» (pp. 43-4)

«Living room consultations»

Così Illich chiamava i suoi incontri con le persone: mangiare, bere e scambiarsi opinioni in un’atmosfera piacevole (e così «Fino all’ultimo giorno Illich è stato una persona affettuosa, divertente e spiritosa che tutti gli amici ricordano volentieri»).

Il libro è stampato su carta certificata FSC e riporta molte, dettagliate note, per chi voglia approfondire: da p. 193 a p. 225 comprese!

Una replica a “Vita di Ivan Illich – Recensione di Cinzia Picchioni”

  1. MARTINA KALLER-DIETRICH, VITA DI IVAN ILLICH, pp. 225, Euro 12, Edizioni dell’Asino Roma 2011 (Ed. originale Ivan ILLICH (1926-2002), SEIN LEBEN, SEIN DENKEN, traduzione dal tedesco di Maria Giovanna Zini, revisione di Giovanna Morelli

    Tornerà utile la biografia di Ivan Illich non solo agli interessati alla storia personale del sociologo e antropologo austriaco, dal pensiero difficilmente classificabile, ma anche a chi intende ricostruire l’origine di idee che dagli anni sessanta del novecento hanno portato a declinare una critica radicale delle istituzioni moderne, che ancora anima le riflessioni sui temi della decrescita, della sostenibilità e della nonviolenza. Dopo Jacques Ellul, prima di Serge Latouche, le opere di Illich – come Descolarizzare la società (1971), La convivialità (1973), Energia ed equità (1974), Nemesi medica (1975), Per una storia dei bisogni (1977), Il genere e il sesso (1982) – testimoniarono in modo corrosivo le storture della modernità. Il loro contenuto, però, se non correlato con eventi come la contestazione del 1968, gli sviluppi del Concilio Vaticano II, il fiorire della Teologia della liberazione, e con le reti di amicizie che Illich seppe tessere in Sud America ed Europa, può apparire slegato da ogni riferimento: una forma di pensiero affascinante ma isolata, unica. Non a caso obiettivo di Martina Kaller-Dietrich, docente di Storia moderna all’Università di Vienna, è stato facilitare l’accesso a un autore che unendo fortemente pratica e teoria va letto conoscendo almeno le tappe principali della sua vita. L’infanzia a Vienna, la fuga dal nazismo, gli studi in Vaticano, il sacerdozio, la fondazione a Cuernavaca (Messico) del Centro interculturale di documentazione per la formazione dei missionari in Sud America, il ritorno allo stato laico nel 1969 dopo l’interdizione papale del Centro di Cuernavaca, la permanenza in Messico fino al 1976, sono ricostruite dall’autrice attraverso interviste con amici e coetanei di Illich, corredate da una vasta bibliografia tratta dalla documentazione conservata a Vienna presso l’Istituto austriaco dell’America Latina. L’opera di Illich è stata definita come un grande necrologio per quel mondo di culture non industriali che sta scomparendo, combinato con la demitizzazione dell’idea di progresso e dei riti sociali, sanitari ed educativi. Senza rivendicazioni populistiche, appellandosi alla coscienza personale Illich puntava a far maturare l’etica della consapevolezza in una società libera ed equa, capace di riportare i modi di produzione e consumo entro l’orizzonte dei bisogni umani. È paradossale, osserva Martina Kaller-Dietrich, che quasi ogni nota biografica su Illich sia associata alla fondazione di un istituto educativo nel quale egli è ora noto come critico radicale delle istituzioni e della scuola. Ma, leggendo Illich, non è questa la contraddizione che più emerge, quanto piuttosto il travisamento dei bisogni, e dell’equità nel loro soddisfacimento, da parte delle istituzioni, per perpetuare in molti casi ormai solo se stesse.

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