Le Tre Finestre – Roberto Cuda

Siamo abituati a pensare alla finanza come un mondo lontano, che tutto sommato non ci riguarda. La realtà è diversa. Quello che succede nel mondo finanziario condiziona pesantemente la nostra vita, determina la distribuzione delle risorse, il modello di convivenza, quello che mangiamo e il vestito che indossiamo. La finanza stabilisce anche il destino degli Stati. Se il nostro paese andrà in bancarotta ciò non avverrà a causa del peso abnorme del nostro debito, che resta un grave problema, ma perché il mercato ha deciso che è arrivato il momento di attaccare la nostra economia. Quando dico “mercato” mi riferisco al mercato finanziario, ossia ad anonimi personaggi in giacca e cravatta che passano le giornate davanti al computer a compare e vendere titoli dai propri uffici a Londra o a New York. Sono professionisti alle dipendenze di grandi banche o fondi di investimento, che decidono la sorte di milioni di persone.

La finanza è la punta più avanzata del sistema capitalista, è un fenomeno che negli ultimi tre decenni ha accelerato, potenziato ed esasperato tutte le distorsioni del capitalismo. Dice Luciano Gallino nel suo ultimo libro (Finzacapitalismo, Einaudi): “Il finanzacapitalismo è una mega macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi”. Gallino non è un economista ma un sociologo dell’economia, che si è occupato molto di finanza e questo gli conferisce una lucidità che normalmente gli economisti non hanno, essendo fortemente indottrinati dal dogma della crescita infinita e a tutti i costi.

Sempre Gallino osserva che la finanza ha di fatto eliminato il lavoro dalla creazione di ricchezza, come nessun altro sistema è riuscito a fare. O almeno questo resta l’obiettivo. “Il capitalismo industriale – dice Gallino – accumulava capitale applicando la tradizionale formula D1 – M – D2, che significa investire una data quantità di denaro, D1, nella produzione di merci, M, per ricavare poi dalla vendita di queste ultime una quantità di denaro, D2, maggiore di quella investita. La differenza tra D2 e D1 è un reddito chiamato solitamente profitto o rendita. Per contro il finanzacapitalismo persegue l’accumulazione di capitale facendo tutto il possibile per saltare la fase intermedia, la produzione di merci. Il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati finanziari allo scopo di produrre immediatamente una maggiore quantità di denaro. La formulazione dell’accumulazione diventa quindi D1 – D2”. Poi vedremo se questo è realmente possibile, e a che prezzo.

Fatta questa premessa, cerchiamo ora di entrare nel merito. Cos’è la finanza? E’ un mercato, dove si comprano e vendono titoli, anziché merci. Di titoli ce ne sono di tutti i tipi, ma qui prendiamo in considerazione due grandi categorie: le azioni e le obbligazioni. Le azioni sono quote di capitale di un’azienda: se compro un’azione Fiat è come se diventassi proprietario di una piccola quota della Fiat, corrispondente al valore della mia azione. Il possesso di azioni mi conferisce la qualifica di socio e questo mi consente di partecipare alla assemblee, votare e riscuotere la mia parte di profitto a fine anno (dividendo). Le obbligazioni invece sono quote di prestiti. Le imprese infatti possono finanziarsi chiedendo un prestito alla banca o emettendo obbligazioni sul mercato, quindi chiedendo soldi direttamente ai risparmiatori che in cambio ricevono un certificato (l’obbligazione appunto) che dà diritto a un interesse annuale. Per semplicità ci soffermeremo solo sulle azioni.

Cosa spinge dunque un risparmiatore, una banca o un fondo di investimento a compare azioni di una società? Il desiderio di diventare socio? L’intenzione di contribuire alla crescita di quell’azienda, nella quale crede? L’esigenza di difendere i propri risparmi investendo a lungo termine in un’impresa sicura? Nulla di tutto questo, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. Chi compra un’azione lo fa quasi sempre per rivenderla e guadagnare sulla differenza di valore. Perché il valore di un’azione cambia nel tempo come qualsiasi altro bene, a causa della domanda e dell’offerta. E su questi cambi di valore si innesta un elemento cruciale di tutti i mercati finanziari: la speculazione. Il 95% di tutte le transazioni in tutte le borse del mondo sono di natura speculativa. Questo significa che gli investitori comprano titoli, lo ripetiamo, semplicemente per rivenderli – dopo un mese, una settimana, un giorno o anche pochi secondi – e guadagnare sulle differenze di valore. Presso grandi banche o fondi di investimento esistono software che permettono di acquistare e vendere in automatico e in tempi rapidissimi grandi quantità di titoli in base alla loro oscillazioni di valore, guadagnando sulle differenze.

Sommando tutte la transazioni, ogni giorno sui mercati finanziari vengono scambiati 4.100 miliardi di dollari, circa il doppio del Pil italiano (ossia tutto quello che viene prodotto in Italia in un anno). Si tratta di cifre difficili perfino da immaginare, sulle quali la tassazione è veramente minima. Applicando una piccola tassa dello 0,1% sulle sole transazioni valutarie (Tobin tax) avremmo un gettito annuale di 166 miliardi di dollari, con i quali potremmo alleviare molti problemi delle popolazioni più povere.

Abbiamo dunque constatato che i mercati finanziari si reggono sulla speculazione, sulla scommessa, come dei grandi casinò. Ma allora, dove sta il problema? In fondo chi vuole rischiare lo fa con i suoi soldi e se perde sono fatti suoi. Questo avviene nei casinò, ma nella finanza il discorso è diverso. Quando gli investitori perdono, perdiamo un po’ tutti. Vediamo perché.

Partiamo dal presupposto che chi possiede delle azioni ci vuole guadagnare. Quindi a fine anno vuole avere un profitto, possibilmente alto, ma vuole anche guadagnare sul valore stesso delle sue azioni. Quindi se ha acquistato azioni a 1000 euro, vorrebbe che a fine anno o a fine mese il valore sia cresciuto il più possibile. Ma come si fa a far salire il valore di un’azione? Anzitutto promettendo lauti profitti da parte della società che ha emesso quelle azioni. E per massimizzare i profitti ci sono due modi: aumentare le vendite o comprimere i costi. L’aumento delle vendite può avvenire fino a un certo limite, non si può crescere all’infinito e prima o poi il mercato si satura. Si possono fare delle acquisizioni e aumentare le dimensioni, ma a un certo punto ci si ferma. Dunque non resta che ridurre i costi, che è la politica seguita normalmente dalla aziende. La voce di costo più consistente per un’impresa è certamente il costo del lavoro e questo spiega la tendenza in atto a tagliare reparti improduttivi, a ridefinire la politiche salariali al ribasso, a stipulare contratti sempre più flessibili e precari.

Ma ci sono diverse altre voci di costo, come i costi per migliorare la qualità dei prodotti, i costi di ricerca, i costi ambientali. Da qui anche il peggioramento della qualità di alcuni prodotti sul mercato, sempre meno durevoli. Pensiamo poi a un’impresa multinazionale o a un’azienda che acquista materie prime all’estero: cercherà di reperire gli stessi materiali al minor costo, se lavora nell’industria estrattiva farà il possibile per sfruttare al massimo la risorse disponibili senza troppo riguardo per l’ambiente o per i lavoratori, mentre se opera nel settore agro-alimentare utilizzerà i metodi più invasivi per massimizzare la produzione, ossia l’uso di fertilizzanti chimici o tecniche intensive che impoveriscono i terreni.

Riassumendo: per migliorare il rendimento delle proprie azioni – facendone crescere il valore in borsa – gli azionisti faranno pressione sui dirigenti per massimizzare i profitti (in modo che tutti comprino quelle azioni sul mercato, facendone salire il valore) attraverso politiche sempre più drastiche di riduzione dei costi. Questo meccanismo non fa che rafforzare la tendenza predatoria delle grandi aziende, in particolare delle imprese multinazionali, a scapito della collettività.

A questo proposito è utile ancora una volta rifarci a Gallino. Così scrive in Finanzacapitalismo: “ora avviene che il Pil del mondo cresca da decenni a un tasso compreso tra il 3 e il 5 per cento annuo. Poiché alla fine dei conti profitti o rendite aventi una base reale non possono superare la crescita reale della ricchezza prodotta, quando risultino nominalmente di varie volte più alti (un investimento in borsa può rendere anche oltre il 30%, ndr) essi debbono provenire solamente da due fonti. Uno studioso del dominio del denaro le sintetizza così: 1. Una redistribuzione a spese di altre fonti di reddito realizzata mediante manipolazione di prezzi a scopi speculativi, salari in flessione, privatizzazione di prestazioni statali o sfruttamento internazionale; 2. La crescita del capitale in forza di un rendimento più elevato è soltanto un’espressione monetaria nominale. In questo caso essa corrisponde a una inflazione dei titoli finanziari, a una bolla (K.H.Br5odbeck, Die Globale Herrschaft der Finanzmarkte)”.

Per quanto riguarda l’accenno alle privatizzazioni abbiamo eccellenti casi anche in Italia, ad es. la cessione delle autostrade alla famiglia Benetton, la quale può contare su una rendita sicura derivante dai pedaggi autostradali, con cui ha ripagato molti suoi debiti con le banche. Sul secondo punto, relativo alla creazione di bolle, è esattamente quanto è avvenuto: soprattutto negli ultimi decenni, la storia delle borse è costellata di bolle, che poi scoppiano per lasciare il posto, qualche anno dopo a nuove bolle e così via. E’ il frutto dell’attività speculativa: quando i prezzi dei titoli hanno raggiunto livelli troppo alti, basta una voce di ribasso per provocare vendite in massa e far crollare i prezzi. Sono fenomeni che hanno a che fare più con la psicologia che con l’economia. Ma quando le borse crollano ci perdono tutti, anche coloro che hanno investito in buona fede i loro risparmi in un’ottica di lungo termine, poiché gran parte dei loro risparmi vengono bruciati dai ribassi, e perfino coloro che non hanno investito in borsa. Ogni crisi finanziaria infatti provoca la chiusura di interi reparti produttivi, il licenziamento di migliaia di lavoratori, l’aumento del debito pubblico (a causa degli interventi dei governi per salvare banche e imprese). L’ultima crisi finanziaria ha causato un aumento del 20% del debito pubblico dei paesi Ocse, sui quali dovranno essere pagati interessi ogni anno, tutto a carico dei cittadini. Ma le conseguenze delle crisi sono ancora più devastanti, poiché obbligano gli stati a tagliare le spese sociali, a privatizzare servizi pubblici e ad attuare misure (come l’aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici) che finiscono per aumentare povertà e disuguaglianza.

Ma chi sono i protagonisti dei mercati finanziari, ossia i responsabili dell’attività speculativa? Anzitutto le grandi banche, i grandi fondi di investimento, le grandi assicurazioni, gli hedge funds (fondi di investimento speculativi). Le prime 1000 banche del mondo gestiscono risorse pari a circa il doppio del Pil mondiale. Questi soggetti fanno praticamente ciò che vogliono, le regole sono poche e deboli, del tutto insufficienti ad arginare le loro scorribande. Poi quando le borse crollano e accusano pesanti perdite intervengono gli Stati: nessuna grande banca fallisce veramente, poiché ci andrebbero di mezzo milioni di risparmiatori, quindi in caso di perdite vengono quasi sempre soccorse dai soldi pubblici.

Che fare dunque? Sintetizzo di seguito alcuni spunti di riflessione e di azione.

Prendere coscienza che il denaro non produce denaro. E’ una legge fisica. Sembra scontato ma non lo è affatto, dato che milioni di risparmiatori continuano a scommettere sulla finanza per integrare i propri magri salari, mentre i veri speculatori guadagnano miliardi. In questo modo è avvenuta la crisi dei mutui subprime negli Usa.

In altre parole la finanza non produce ricchezza, solo il lavoro ha questo potere. La finanza può semmai spostare ricchezza da alcuni soggetti ad altri o, come dice Gallino, estrarre valore (dal lavoro, dall’ambiente, ecc). Quando compriamo un prodotto finanziario che ci fa guadagnare il 5% all’anno dobbiamo sapere che quel rendimento non nasce magicamente dal nulla, ma viene preso dalla tasche di qualcun altro, siano essi lavoratori o altri risparmiatori. Se compro un titolo a 1 euro e lo rivendo a 2 euro, chi lo compra mi garantisce il guadagno, magari sperando che il valore salga ulteriormente. Ovviamente arriva il momento in cui tutto crolla e l’ultimo ne paga le conseguenze, ma come abbiamo visto a perderci in quel caso sono in tanti, anche i più “virtuosi”.

Eticamente si tratta di un gioco di insensato e dannoso per la collettività: non si può guadagnare sul solo possesso e scambio di denaro. Per questo bisogna tornare alle “origini” e dare valore al lavoro come fonte di sostentamento. Cito testualmente le parole di Lanza Del Vasto, che parlando del commercio mette in luce come una visione delle vita centrata sull’uomo lo porti “dapprima a rifiutare ogni gioco sul frutto del lavoro degli altri, e ci proibisce il commercio. Non che il commercio sia illecito o maledetto, né che sia impossibile che un commerciante arrivi alla salvezza; ma quanto a noi, avremmo scrupolo a darci a un affare che ha come movente la concorrenza e come scopo un profitto senza prodotto. Ci è proibito comprare qualcosa per rivenderlo: non ci è proibito vendere quello che abbiamo fatto. Tuttavia la vendita è ridotta al meno possibile e al meno lontano possibile, e tende a rendere sicuri e ridotti gli scambi”.

E ancora: “Noi vendiamo finché non sappiamo fare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Perché ci sono molte cose che non sappiamo fare. Ma l’acquisto non si fa senza scrupolo. Ci preoccupiamo di sapere perché un articolo costa così poco e se è frutto di un’ingiustizia, di un’oppressione, di un massacro, e se il nostro acquisto non è una complicità, un’acquiescenza alle operazioni che hanno portato quell’oggetto sul mercato”. Qui c’è un’anticipazione, molti anni prima, dell’idea del consumo critico.

 

Informarsi. Non è sempre facile, ma oggi abbiamo alcuni canali alternativi di informazione, non condizionati dal potere economico e politico. Cito le riviste Altreconomia e Valori, che conosco, ma ce ne sono altre, anche internet ci offre diverse possibilità.

 

Finanza etica e consumi alternativi. Abbiamo diverse opportunità per investire eticamente i nostri soldi: Banca Etica, le Mag (mutue di autogestione, che fanno microcredito) e altri strumenti. Si tratta di investimenti che escludono attività speculative e di conseguenza non offrono grandi rendimenti, i quali consentono solo di coprire l’aumento dei prezzi e di tutelare quindi il potere di acquisto. Anche sul fronte del consumo ci sono circuiti alternativi, come il commercio equo e solidale e alcuni prodotti locali, che seguono principi di sostenibilità sociale e ambientale.

 

Agire per il cambiamento. La finanza etica e i consumi alternativi rientrano tra le cosiddette “buone pratiche”, che puntano a creare un sistema economico alternativo e rispondono all’esigenza di un nuovo modello di convivenza. Ma credo che esse da sole non bastino. Occorre intraprendere azioni di pressione sul sistema che inducano un cambiamento. In fondo è la stessa logica di Gandhi. Tolstoj, che fu uno dei maestri di Gandhi, propendeva per la prima strada, quella delle buone pratiche. Il grande scrittore confidava che agendo conformemente al Vangelo e ai principi umani più autentici – cosa che implicava anche la disobbedienza alle leggi ingiuste – si sarebbe instaurato il Regno di Dio, superando oppressione e ingiustizie. Gandhi a ciò aggiungeva il concetto di “nonviolenza attiva”: bisognava indurre il cambiamento attraverso azioni nonviolente creative e sorprendenti, che spiazzassero l’avversario mettendolo di fronte al male commesso e inducendo lui stesso a un cambiamento personale, oltre a una trasformazione complessiva. Così dovremmo fare anche noi, attraverso tutti gli strumenti nonviolenti che abbiamo.

Penso ad esempio alle campagne di pressione. Sulle banche esiste la campagna Banche Armate, che chiede ai risparmiatori di informarsi sulle banche coinvolte nel commercio di armi (c’è tutto sul sito www.banchearmate.it) per poi scrivere alla propria banca e se sarà il caso provvedere a chiudere il conto, dandone comunicazione al direttore. E’ una campagna che esiste da diversi anni e ha prodotto risultati importanti. Ma possiamo fare la stessa cosa prendendo in considerazione altri indicatori, come il finanziamento a progetti devastanti sul piano sociale e ambientale. Molte informazioni le troviamo sul sito www.vizicapitali.org. Si tratta in altre parole di farsi parte attiva del cambiamento, consapevoli che il sistema si regge sull’azione quotidiana (e politica) di milioni di cittadini, risparmiatori e consumatori.

 

Belpasso (Ct) ricevuto 8/2/2012

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