Eco-nomia, regola della casa, regola per vivere – Enrico Peyretti

Da qualche mese dobbiamo tutti studiare economia, anche di malavoglia. L’uomo è un animale etico. Sì, è bipede, scimmia nuda, animale razionale, politico, ha miseria e grandezza, è bestia e angelo, è lavoratore, faber fortunae suae, è ciò che mangia, è ciò che sogna. E in tutto ciò, se non si è preventivamente stordito, si chiede cosa è giusto.

Ha diritto ad avere il necessario per vivere. Ha il dovere di assicurarlo ai suoi simili. Nel dare regole alla vita della unica casa umana (eco-nomia), e all’uso delle cose, si stabiliscono diritti e doveri: non rubare, non prendere ciò che non è dato, non frodare (tanto meno sfruttare fino a far morire). Regola d’oro di tutte le civiltà umane è non fare ciò che non vorresti fosse fatto a te, fai ciò che desideri per te, perciò considera il valore degli altri uguale al tuo.

C’è un raggio di relazioni prossime, dove più facilmente si possiede e si distribuisce senza difficoltà a ciascuno ciò che è necessario e utile, secondo la regola scritta negli Atti degli apostoli e in Karl Marx: «Da ciascuno secondo le sua capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». Se tutti fanno e danno quanto possono, tutti hanno quanto occorre. È l’economia del dono senza calcolo, vigente in realtà umane concrete, col solo limite delle risorse, del non spreco o dell’inutile.

Poi c’è una rete ampia di relazioni, estesa al popolo di appartenenza, all’umanità intera, sempre più prossima. Occorrono regole generali e astratte. Il diritto è la tutela del terzo sconosciuto. Mentre garantisco la persona che non vedrò mai, io sono garantito nei suoi confronti. Qui occorre più calcolo mentre diminuisce la logica del dono diretto, ma guai se il calcolo eliminasse il dono. Proprio questo è accaduto quasi totalmente nella macroeconomia contemporanea. L’impero del calcolo porta facilmente alla logica della rapina.

«Crisi del debito, crisi del debito!» Chi ruba per non morire di fame non è un ladro. Ladra è quella società che mette qualcuno in questa necessità. Chi fa debiti per non morire e non ha poi la possibilità di pagarli, non è tenuto a pagarli. La società che non ha provveduto a lui è gravemente debitrice verso di lui. Se si esige il pagamento del debito dal povero, torniamo alla prigione per debiti, al debitore venduto schiavo con la sua prole (l’unica cosa che ha), per compensare il creditore.

In una società umana che sia umana, ognuno ha diritto al necessario per vivere. Come una società si organizza per distribuire e bilanciare i poteri, per organizzare l’economia politica e le funzioni sociali, e i mezzi di difesa, e l’informazione, eccetera, altrettanto deve provvedere a che ciascuno possa vivere, anche l’incapace, anche il pigro. Non c’è la pena di morte per i pigri e gli incapaci (il nazismo ci stava arrivando), ma li si condanna con l’abbandono: espulsi dalla competizione per primeggiare, mangiano le briciole, come i cagnolini, se le trovano. Altrimenti muoiono sotto i ponti, sulle panchine fredde. Il merito di chi più può e più dà è un bel titolo per lui, ma non può stabilire una gerarchia meritocratica, una graduatoria esclusiva più che inclusiva.

Una società che sia umana, in via di umanizzazione, assicura a tutti i nati un salario vitale. Con le attuali immense spese militari (inutili e pericolose), con gli sprechi dei privilegiati, ogni società mediamente sviluppata può assicurare facilmente un salario vitale a tutti. Certo, tolta la necessità personale del lavoro, si creerebbero altri problemi: non si produrrebbe più il necessario? L’ozio genererebbe tutti gli altri vizi (che tuttavia oggi nascono e prosperano anche dal padre super-lavoro accanito e frenetico)? Ma se il lavoro fosse espressione libera, creativa, soddisfacente, invece che necessità e condanna, l’umanità potrebbe crescere in umanità. Quei problemi si potrebbero gestire, e sarebbero meno feroci dei problemi attuali di una società che frusta i cittadini come cavalli da corsa, o li usa come macchine a produrre profitti per alcuni.

L’obiettivo di una società umanizzata è lo scambio gratuito: ti do il pane e le rose che mi chiedi non per averne un profitto, ma per rispondere al tuo bisogno e desiderio. E così vicendevolmente. Se questa un giorno sarà l’etica e la cultura diffusa, ci saranno furberie e violazioni, ma lo sfruttamento attuale del bisogno altrui sarà l’eccezione e non la regola. Oggi ci sono omicidi, ma non la regola degli omicidi, come c’è nel bellum omnium contra omnes.

Quello è un orizzonte, e non può ancora essere il programma immediato o prossimo: non ci sono le condizioni spirituali, culturali, materiali. Ma ogni visione dell’orizzonte, dei valori, del polo della bussola, orienta e qualifica il più piccolo passo immediato. Si passa dove si può, ma sapendo dove si va.

Ecco: dove intendiamo andare? Ricadere nel mito falso della crescita quantitativa dei prodotti, ora che il pianeta è al limite dei prelievi possibili, e quella crescita è definitivamente impossibile? Vogliamo sviluppare ciò che abbiamo e siamo, cioè la custodia e il piacere della natura, la distribuzione dei frutti e dei prodotti, per ridurre disparità, conflitti, vittime?

«Vivere semplicemente perché ognuno possa semplicemente vivere», diceva Gandhi. Vivere e lasciar vivere è più piacevole che arraffare comunque, per paura di morire.

La crisi generata dal “mal-di-troppo” (proprio come è il cancro), del generale modello consumistico impazzito e della rapina indiscriminata da parte di alcuni, può essere una opportunità nella storia umana. La terra grida il suo limite e le sue ferite. L’accumulo dei possessi, che consegna alcuni nelle mani di altri, che degrada l’umanità dei privilegiati, non saziati e non sviluppati, che lascia nella fame alcuni miliardi di umani, può essere l’occasione per un radicale ripensamento.

Naturalmente, chi ha cultura e capacità di concretezza, cercherà gli artifici giusti ed efficaci per riparare e modificare la macchina economica, locale e mondiale, se sarà possibile mandarla avanti. Ma la macchina non ha anima e scopi, che sono quelli di chi la guida, e dei popoli che sperano di viaggiare con essa. Lavorare ad una cultura umanistica, dunque etica, dell’economia, e progettare un sistema più umano della economia politica classica, ha valore e necessità uguale al lavoro dei tecnici bravi inventori di soluzioni pratiche. È l’utopia (la realtà che non-ha-ancora-luogo) che promuove il cammino sul terreno, perché il cammino da solo (muoversi per muoversi, fare per fare) non sa se va all’altopiano o al burrone.

Sale una protesta indignata, in tutto il mondo. Sembra che abbia vasto consenso (dal quale la politica democratica sempre dipende, nel bene e nel male).

Le chiese cristiane, le religioni, l’antropologia filosofica, hanno molto da dire. Un po’ lo fanno, con contraddizioni. Possono farlo predicando bene, ma anche operando, col deporre privilegi, col costruire azioni e istituzioni con fine di dono solidale e non di cattura di profitti. «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», non riguarda solo i peccati personali e non è solo invocazione per la salvezza eterna, ma norma saggia (come il giubileo ebraico, l’elemosina islamica, la compassione buddhista, il dovere disinteressato nell’induismo) per riequilibrare sempre le nostre cattive o inevitabili diseguaglianze umilianti e offensive. Vale anche in economia la verità che «senza perdono non c’è futuro» (Desmond Tutu). Chi può pensare davvero, a mente sgombra, che rende solo il prendere e non il dare, il mietere senza di più seminare?

Se l’economia non è etica, cioè umana, a favore della vita umana di tutti gli umani, allora, mancando la regola che la tiene in piedi e in funzione, la comune casa umana crolla sugli abitanti. Abbiamo e vogliamo una economia di appropriazione, o di condivisione? Né l’illusione del buon selvaggio, né il sofisma machiavellico dell’uomo “tristo” per natura dicono l’intero vero sulla nostra condizione: non è vero che siamo solo avidi; non è vero che siamo solo solidali. Una regola di vita giusta traccia il cammino tra questi poli, favorendo ciò che unisce, cioè il vivere, su ciò che divide, cioè il farsi guerra.

21 novembre 2011

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