Una comunità jugoslava per una jugosfera? – Johan Galtung

Belgrado: Oh sì, la Jugoslavia è ex, i nostalgici accettino prego che non era in grado di sussistere, e che dalle sue ceneri sono emersi sei-sette paesi. E però è nella mente di tutti, nella mappa interiore, non come stato unitario o come federazione più o meno coesa, ma come idea, relazione, configurazione; non come attore politico ma come una sorta di convivenza, uno spirito hegeliano in cerca di un luogo dove poter riposare. I paesi sono nati da una rabbia profonda, decisamente troppo in fretta, troppo violentemente, con traumi come montagne ammucchiati su traumi precedenti. Il tempo passa, nessuna ferita è guarita, ma un nuovo decennio ha sedimentato nuovi avvenimenti al di sopra degli orrori degli anni ’90, che per una nuova generazione già appartengono alla storia. Ma la storia ha parecchio da raccontare. Emergono storie di convivialità. Cominciano ad assumere contorni e colori sogni di qualcosa di più che una sfera, ma meno che una comunità.

Sotto la guida della professoressa Radmila Nakarada, che ha vissuto tutti questi eventi, e con la generosità della fondazione Friedrich Ebert, si è tenuto un laboratorio TRANSCEND micro-meso-macro-mega per un lungo fine settimana. Macro sta per la sfera degli stati e delle nazioni, le relazioni tra stati, tra nazioni, e, in realtà, tra stati e nazioni. Nella Jugosfera abbiamo oggi sette stati— essendo il Kosova ben lungi dal pieno riconoscimento (solo 69 dei 192 membri ONU) e la Bosnia-Herzegovina, BiH in breve, anch’essa lungi dall’essere uno stato–e forse 10-12 nazioni. E’ controverso perfino il loro conteggio. La Slovenia è prossima a uno stato-nazione, gli altri stati sono tutti multi-nazionali all’affannosa ricerca di qualche sorta di federalismo. E tutte le altre nazioni sono multi-stato, all’affannosa ricerca di confini aperti e di qualche sorta di confederalismo, comunità, unione. Una formula è un Kosova federale entro una confederazione Serbia-Kosova-Albania; eventualmente con il Brcko della BiH quale modello per la parte serba del Kosovo come sostenuto da Ian Bancroft e Gerard Gallucci? Nel vuoto dell’agenda della Jugosfera siamo pur certi di una cosa: ci saranno le agende NATO e UE da fuori.

Le elezioni in BiH mostrano un non-stato gravemente diviso: la Srpska vuole uscirne, la federazione di croati e bosniaci imposta dagli USA è divisa, con gli elettori che votano ampiamente per il proprio gruppo. Ed è appunto tutto ciò che conta: vogliono essere governati dai loro simili, e le forze esterne gli negano perfino il diritto all’auto-determinazione in un referendum. La Jugoslavia non c’è più; i confini interni rimangono gli stessi, uti possidetis. In un’assurda costruzione che serve solo allo scopo di mantenere uno stato dove la maggioranza non-bosniaca non vuole vivere. Se libera, la parte croata diverrebbe probabil-mente parte della Croazia, la Srpska sarebbe indipendente, e i bosniaci gestirebbero una città-stato attorno a Sarajevo. Uno stato musulmano in Europa? L’Inghilterra e altri hanno detto No. Meglio far trionfare l’assurdità sulla democrazia. Uno degli architetti fu Ahtisaari, molto premiato come fidato servitore dell’Occidente.

Il laboratorio ha prodotto altre idee? Di fatto, moltissime. Hanno immaginato di sospingere non solo gli stati in progetti congiunti, ma anche le nazioni insieme. Primo, gli stati, ora che i confini si stanno progressivamente aprendo, con passaporti, d’accordo, ma niente visti.

C’è oggi una cooperazione di tipo mafioso che dovrebbe cedere a forme più legittime. Cooperazione economica regionale. Un sistema ferroviario congiunto funzionante. Un sistema d’istruzione coordinato. Una politica balcanica che disciplini congiuntamente i confini esterni, con un flusso libero all’interno. Più unità regionale. Una bandiera per tutti? No. O sì, magari?

A che cosa assomma questa visione? A una comunità per gli slavi del sud [appunto: jugo-slavi] molto meno della Jugoslavia collassata, molto più che una Jugosfera. Un numero di istituzioni ad hoc che ambirebbero a un certo coordinamento, che poi è appunto quanto è in fondo una comunità. Ma vuol dire che costruirebbero di più sulla base delle proprie risorse, e meno sui giganti esterni che se li pappano uno alla volta, l’aggressivissima NATO a guida USA e l’UE sotto la guida di Bruxelles, attualmente non un modello di adeguatezza coesiva. In breve, una sfida che sfiderebbe l’Occidente.

Poi, le nazioni. Fra le idee emerse, un libro di storia congiunto per i popoli, le nazioni della sfera? Scritto da una commissione che ne ricercherebbe il comune denominatore concordabile, visto dall’alto, il loro alto, non ritraendosi dal chiarire le controversie. I lettori sarebbero molto attratti dalle doppie pagine con la versione serba a sinistra e quella croata a destra, e così via. Sono abbastanza intelligenti da cavarsela. Il libro potrebbe riempire un vuoto che dev’essere colmato. Sarebbe un successo se ben fatto; potrebbe contribuire a creare identità multiple nel settore sudorientale d’Europa. Ci sarebbero malfattori e vittime [riconosciuti], e oscillazioni fra gli uni e le altre; e malfattori dall’esterno, non solo igli Asburgo e gli Ottomani.

Non davvero un compito facile per gli storici. La loro competenza acquisita è piuttosto orientata agli attori, trattare con personaggi e protagonisti di stato che lasciano dietro di sé tracce scritte, da riscoprire in archivi polverosi. Le nazioni sono più amorfe, e aggregarle solo a voci articolate lasciando in ombra le masse sarebbe un errore fondamentale. Le nazioni recano messaggi, nei loro idiomi, nelle loro fedi, nei loro miti del passato, del presente e del futuro, nei loro attaccamenti a qualche specifica porzione geografica. Gli storici dovranno decifrare tali codici anziché concentrarsi solo sulle verbalizzazioni di leader articolati che colgono una parte dei messaggi.

Ci saranno verità multiple, al plurale. E un’idea emersa è stata la reintroduzione delle precedenti lingue, come il macedone in Serbia, e il serbo in Kosova. Gli appartenenti alla Jugosfera dovrebbero abituarsi al suono degli altri. La stessa argomentazione può valere per le religioni, per i due cristianesimi e per l’islam–purificando una sola fede e un solo idioma ci si rende meno preparati per l’inevitabile: la globalizzazione culturale.

Sicché, le atrocità degli anni ‘90, e l’assenza di soluzioni, potrebbero portare a una comunità ispiratrice per altre regioni del mondo?

04.10.10 – TRANSCEND Media Service
Traduzione a cura del Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale: A Yugoslav Community for a Yugosphere?

http://www.transcend.org/tms/2010/10/a-yugoslav-community-for-a-yugosphere/

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