Elezioni, risultati e altro ancora… – Giuseppe Fumarco

Breve premessa

Forse non abbiamo capito. Quando nel 1989 “crollò il muro di Berlino” si chiudeva un’epoca.

L’implosione dell’ex U.R.S.S. non era la fine dell’idea “socialista” ma quella del socialismo reale tentato prima “in un paese solo” e poi in altri paesi in via di decolonizzazione del cosiddetto “terzo mondo” (Cina, sud-est asiatico, Cuba, ecc..). Le evoluzione successive ci hanno lasciati se mai ancora più perplessi: in Cina e nel sud-est asiatico (a parte il genocidio polpottiano in Cambogia e lo scontro militare tra Cina e Vietnam) siamo ora di fronte alla scimmiottatura dell’economia di mercato da parte di paesi che entrano nel mercato internazionale.

Non mi esprimo sulla povera isola cubana, vera isola di un unico difficile tentativo di mantenere un minimo di collante di solidarietà e di giustizia sociale; ma è attaccata da tutte le parti e non possiamo sapere fino a quando reggerà; o, se per reggere, dovrà diventare sempre più autoritaria…

Per tutti questi paesi la decolonizzazione ha potuto realizzarsi sotto la guida di un partito unico detto ‘comunista’ poiché non disponevano di borghesie socialmente e culturalmente capaci di farlo, cioè in grado di guidare i loro popoli e i loro paesi nel difficile passaggio dal pre-capitalismo infeudato al capitalismo liberale di mercato. Essi (a parte Cuba) ancora oggi ripropongono la tematica dell’autoritarismo asiatico già intuita da molti filosofi europei fin dall’800. Sono questi paesi “comunisti”? Assolutamente no. Anche Cuba in un certo senso non lo è, e non lo può essere compiutamente per i motivi sopra indicati. Nessun paese al mondo ha storicamente praticato il comunismo o il socialismo che aveva in mente Marx.

E l’occidente? Per il buon Marx era qui che doveva avvenire il passaggio dal capitalismo al comunismo attraverso una lunga e complessa fase da lui definita ‘socialista’. Ma il pensiero marxiano è dell’800, in pieno positivismo filosofico, con una visione ingenua del Progresso Sociale e tante idee sbagliate di una sociologia che si voleva “scientifica”. La sua teleologia intrinseca è oggi concettualmente non credibile. Ciò non toglie che Marx resta comunque un grande e importante pensatore dell’800. Onore al suo lucido e bellissimo pensiero. Che è un pensiero che appartiene al passato.

Come ho già scritto altrove, altri e più importanti pensieri “politicamente positivi” si sono prodotti nel ‘900 ….e adesso si dà il caso che viviamo nel 2000.

L’occidente peraltro non ha mai realizzato nemmeno quel socialismo che doveva essere la fase che precedeva l’utopia comunista; nell’Europa occidentale, con un importante Autore (questo sì che dovremmo andare a studiarlo, insieme a Schumpeter!) come J. M. Keynes, si è teorizzata e praticata la più pragmatica e credibile “socialdemocrazia” (il partito pro labour, in Inghilterra); ma la si è praticata solo in quei paesi europei che esprimevano un grado di “civilizzazione” al loro interno che lo consentiva. Alludiamo al nord-europa in generale, come è noto. Benché si parli ora di “eclissi della socialdemocrazia” (vedi il librettino di Beppe Berta con il titolo omonimo..). Nel sud europa e in Italia in particolare di tutte queste cose…nemmeno a parlarne!

Le vicende sono note e, per quanto mi riguarda, credo che anche solo pervenire ad un adeguato grado di civilizzazione sia per il nostro paese un traguardo che, quasi colto verso la metà degli anni ’70, ci siamo poi lasciati sfuggire completamente di mano.

Nell’Occidente in termini generali, il liberal/capitalismo mercatistico (non il liberalismo, si badi bene) ha colto la palla al balzo dell’implosione dell’ex U.R.S.S. per riprendere a imperversare più che mai e, attraverso la longa manus delle multinazionali e il braccio armato dello stato imperiale americano – con buona pace di Obama – la fa da padrone in tutto i mondo globalizzato.

Ma, come disse Norberto Bobbio ai tempi della caduta del muro (conscio che la storia dell’umanità ha tempi ben più lunghi delle nostre brevi esperienze esistenziali come soggetti specifici…), l’idea di una maggior giustizia economica e di una maggiore equità sociale non sparirà per questo dall’orizzonte dei pensieri umani. Ma ciò riguarda un futuro che non possiamo prevedere poiché vorremmo essere semmai dei politologi, e non degli ‘astrologi’ che cercano il futuro in una palla di vetro.

Lo stato delle cose (un po’ di citazioni da Morin)

Oggi in particolare, per un paese quale il nostro, il vero obiettivo minimale di una forza politica progressista è “la salvaguardia della democrazia”, e non già per certo improbabili socialismi o impossibili comunismi.

Cito qui per intero alcuni brani tratti dai volumi di Edgar Morin, teorico della complessità, che a molto a che vedere con il problema che oggi si pone: come far vivere quello che lui definisce l’anello democratico nell’occidente sempre più mondializzato.

La democrazia è una conquista di complessità sociale. La complessità democratica, quando è ben radicata nella storia di una società, è un sistema metastabile che ha la qualità di mantenersi attraverso i conflitti interiori, le innovazioni e gli avvenimenti imprevisti…Il civismo costituisce la virtù socio-politica dell’etica e richiede solidarietà e responsabilità…Se il civismo deperisce anche la democrazia deperisce” (Morin, l’Etica, vol 6°)…..

Le democrazie contemporanee sono in deperimento. Questo deperimento dipende da molteplici cause…tra queste, gli sviluppi correlati alla desolidarizzazione e all’egocentrismo individuale, e la crescita, in queste condizioni, di una coscienza di disuguaglianza e di non equità…Infine, l’allargamento di un non-sapere cittadino, poiché gli sviluppi della tecno-scienza hanno invaso la sfera politica, il carattere sempre più tecnico dei problemi e delle decisioni politiche li rende esoterici per i cittadini….tale situazione rende necessaria una democrazia cognitiva.

“Lo spossessamento del sapere, molto mal compensato dalla volgarizzazione mediatica, pone il problema storico chiave della democrazia cognitiva. La continuazione del processo tecnico-scientifico attuale, processo del resto cieco, che sfugge alla coscienza e alla volontà degli stessi scienziati, porta ad una forte regressione della democrazia. Non esiste perciò una politica immediata da mettere in opera. C’è la necessità di una presa di coscienza politica dell’urgenza a operare per una democrazia cognitiva.

E’ in effetti molto difficile democratizzare un sapere compartimentato ed esoterizzato per natura. Ma è sempre più possibile pensare ad una “riforma del pensiero” che permetterebbe di affrontare la formidabile sfida che ci chiude nella seguente alternativa: o subire il bombardamento delle innumerevoli informazioni che ci giungono quotidianamente a pioggia con i giornali, le radio e le televisioni; o affidarci a sistemi di pensiero che raccolgono solo le informazioni che li confermano o sono loro intellegibili, rifiutando come errore o illusione tutto ciò che li smentisce o è loro incomprensibile. Questo problema si pone non solo per la conoscenza del mondo giorno per giorno, ma anche per la conoscenza di tutte le cose sociali e per la stessa conoscenza scientifica….

Ora, il problema cruciale dei nostri tempi è la necessità di un pensiero adatto a raccogliere la sfida della complessità del reale, cioè di cogliere i legami, le interazioni e le implicazioni reciproche, i fenomeni multidimensionali, le realtà che sono allo stesso tempo solidali e conflittuali (come la stessa democrazia, che è il sistema che si alimenta di antagonismi mentre li regola)…..”.

Riforma del pensiero e democrazia cognitiva: ecco la prima ricetta di Morin. Egli sottolinea infatti come su questo sfondo cognitivo costruire “sistemi democratici” è molto difficile. Il concetto di democrazia è un concetto paradigmatico in fondo altrettanto ideologico e utopico di altri concetti e/o idee-guida tramontati nel ‘900 (si pensi al concetto di ‘comunismo’, o meglio di “socialismo reale”, vedi sopra..). Ma è intuitivo che uno dei presupposti di base che una “democrazia matura” – per non scadere nel populismo e/o in forme nuove e, neppur troppo velate, di neototalitarismo – è l’esistenza di soggetti votanti intellettualmente maturi, coscienti e consapevoli. Soggetti dotati di senso di responsabilità verso il cosiddetto ”bene comune” e del senso della solidarietà sociale.

La doppia elica dell’era planetaria per Morin

“1. L’era planetaria è stimolata dalla conquista. E’ la prima elica. L’ Europa si scaglia sul mondo…l’era planetaria è un’era di grandi migrazioni…La planetarizzazione è innanzitutto un’occidentalizzazione. Lo sviluppo industriale dell’occidente nel diciannovesimo secolo gli conferisce una schiacciante superiorità militare che lo porta a completare la colonizzazione del mondo. Il socialismo si sviluppa in internazionale, i fascismi si mondializzano. Gli anni settanta vedono il compimento della decolonizzazione, ma anche il compimento del processo di occidentalizzazione politico-militare (il colonialismo si trasforma in post-colonialismo, N.d.A.).

Mentre europei e nordamericani sono nel circuito planetario del comfort, un grandissimo numero di africani, asiatici e (centro) sudamericani sono in un circuito planetario di miseria.

2. A questa prima elica si è aggiunta progressivamente una seconda elica. Le idee universalistiche dell’umanesimo europeo hanno progressivamente messo in discussione i fondamenti religiosi e culturali della propria dominazione. Da allora la seconda elica si mette in movimento. Sviluppa le potenzialità universali dell’umanesimo europeo; queste si attualizzano nell’affermazione dei diritti dell’uomo, del diritto dei popoli a disporre di sé stessi, delle idee di libertà, uguaglianza e fraternità, del valore universale della democrazia.

Così si sviluppa un’altra mondializzazione, cui contribuiscono le controcorrenti nate in occidente come reazione alle idee dominanti: la controcorrente ecologica, la controcorrente di resistenza al primato del consumo standardizzato, la controcorrente di salvaguardia delle identità e delle qualità culturali ‘locali’, la controcorrente di emancipazione nei confronti della tirannide onnipresente del denaro, la controcorrente che alimenta etiche della pacificazione delle anime e delle menti, la controcorrente di resistenza alla vita prosaica puramente utilitaristica, la controcorrente di resistenza contro l’invasione generalizzata del principio quantitativo, ecc…

Ma la vera trasformazione potrà compiersi solo quando queste correnti si raccorderanno le une con le altre per disegnare il volto di una politica di civiltà planetaria.

L’avvenire si giocherà nella dialogica tra la prima elica, ormai animata dal “quadrimotore” (scienza/tecnica/capitalismo/mercato), e la seconda, animata dalle idee di universalismo e di solidarietà”.

Verso una società mondo……………

“La storia planetaria potrà arrivare a una “società-mondo” che superi le nostre società (barricate ancora nel modello antiquato dello “stato-nazione”, N.d.A) pur conservandole?

La mondializzazione tecnico-economica è istituzionalizzata, ben organizzata, animata da un pensiero più o meno omogeneo detto “unico”. Un fenomeno chiave dell’ultima mondializzazione (quella dopo il 1990) è infatti l’autonomizzazione di mega-macchine economiche transnazionali (le multinazionali e/o corporation) che si presentano come un’idra con molteplici teste.

Esse dispongono di una tecno-sfera costantemente in evoluzione innovativa e di una élite tecnico manageriale anch’essa mondializzata. L’ideologia di questa nuova elite tende a depersonalizzare e a deresponsabilizzare i propri comportamenti, in nome di una pretesa razionalità e di una presunta obiettività. Tale ideologia (che altro non è che “liberismo mondializzato”) produce un’intelligenza cieca a tutto ciò che è fuori dal calcolo (includendo nel calcolo il calcolo del ‘profitto’, N.d.A.).

L’altra mondializzazione eredita delle correnti molto diverse e si scontra inevitabilmente con delle difficoltà di organizzazione. Rischia la disgregazione sotto l’influsso di spinte contradditorie e la deviazione sotto l’effetto di illusioni semplificatrici.

Il vascello spaziale Terra è spinto da quattro motori connessi gli uni agli altri: la scienza, la tecnica, l’industria e l’economia capitalista. L’avvenire si giocherà nella dialogica tra due eliche di cui la prima è ormai animata dal quadrimotore, e la seconda, è animata dalle idee di universalismo e di solidarietà. Saremo capaci di andare verso una società-mondo che porti in sé la (ri)nascita dell’umanità stessa?”

Che insegnamenti trarre dal pensiero di Morin

Mi scuso per la lunga citazione del pensiero di un teorico della complessità.

Ma è mia convinzione che non si potrà uscire (anche e soprattutto nel nostro paese) dalla situazione attuale senza la costruzione di un nuovo forte “pensiero egemonico” (cfr. A. Gramsci). Un pensiero strategico, che guardi lontano, pur sapendosi dare poi obiettivi di breve e medio raggio semplici e comprensibili a tutti i cittadini… Ma questa è appunto l’arte della politica.

E’ però ben evidente che se il problema principale oggi in Italia (e in molta Europa) è quello della salvaguardia della “democrazia”, dobbiamo pensare – da ora in avanti – a come unificare quelle che Morin chiama la “seconda elica” e/o le “controcorrenti”. Se le leggiamo con attenzione, le idee in controcorrente sono frammentate non solo nei vari partiti o partitini della sinistra (I.d.V. inclusa) – e per certo e sicuramente nel fenomeno dei ‘grillini’ – ma anche, talvolta in forma embrionale, “incapsulate” impropriamente in formazioni politiche dell’altra parte (e qui qualcuno farà un salto!); come per esempio la Lega (vedi la questione delle identità locali e il legame con il territorio).

Ma proprio questo è il punto: occorre oggi avere la forza di abbandonare antiche certezze ideologiche e lanciarsi nell’elaborazione di un pensiero (non unico, ma tendenzialmente unificante) in grado di raccogliere i pensieri controcorrente che già ci sono, ma che sono dispersi, frammentati frantumati, cercando di unificarli in un “sistema di pensiero” che sappia essere un buon contenitore.

E’ implicito che, per il sottoscritto, si tratta di elaborare il versante sociologico e politico del pensiero della complessità. Operazione non facile, ma nemmeno impossibile. Occorre inoltre saper “fare la spola” dalla forma partito alla forma movimento (e viceversa) con molta flessibilità.

Occorre soprattutto capire che se si perdono i ‘fondamentali’ della democrazia, la democrazia economica (accettazione della fisiologicità del conflitto industriale, maggiore solidarietà, giustizia sociale, maggiore equità nella distribuzione del reddito e nel possesso dei patrimoni, ecc..) ed il suo pendant istituzionale, lo stato sociale del welfare in un tipo nuovo di “socialdemocrazia”, saranno sempre più irraggiungibili, mere chimere.

Occorrerà molta educazione, molta pedagogia…ma niente è perduto per sempre.


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