Assegno di ricerca – Le regole della battaglia. La limitazione della guerra come condizione della pace?

Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro

n. 1 assegno per l’Area: Scienze politiche e sociali
Settore scientifico-disciplinare: SPS/02
Programma di ricerca: “Le regole della battaglia. La limitazioone della guerra come condizione della pace? Le metamorfosi dello ‘jus in bello’ in una prospettiva pluridisciplinare”
Responsabile Scientifico: Prof. Gabriella SILVESTRINI
Dipartimento: Dipartimento di Politiche Pubbliche e Scelte Collettive
Durata: 12 mesi

Data, ora e della selezione: 22/03/2010, alle ore 15,00;
Luogo di svolgimento della selezione: Dipartimento di Politiche Pubbliche e Scelte Collettive – via Cavour 84 – Alessandria

Lingua straniera richiesta: inglese
Laurea: Laurea del vecchio ordinamento, Laurea a ciclo unico o Laurea Specialistica/Magistrale;
Ulteriori requisiti: Titolo di dottore di ricerca conseguito con una tesi su temi della pace e della guerra, sulla politica internazionale, oppure sui processi di controllo e riduzione degli armamenti convenzionali e nucleari, e sulle relative tecnologie;

Importo lordo annuo: € 16.140,00

Scarica il bando sul sito dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro

Limitazione della guerra come condizione della pace? Le metamorfosi del jus in bello in una prospettiva pluridisciplinare

Attraverso lo studio delle regole della battaglia è possibile ripensare alle categorie storiografiche e ai paradigmi più ricorrenti della riflessione politica internazionalistica contemporanea. Se da un punto di vista schiettamente teorico-politico la diagnosi schmittiana di una crisi epocale dello jus publicum europaeum è già stata messa in discussione, occorre riconsiderare i termini di quel dibattito – peraltro, non ancora chiuso – anche dal punto di vista della pratica della guerra e, soprattutto, dei numerosi tentativi di una sua regolamentazione interna, auspicata per scongiurarne gli effetti più spaventosi e distruttivi che parevano fare oltrepassare all’evento bellico le soglie della sua accettabilità o, più tardi, mettere a repentaglio l’esistenza stessa delle parti belligeranti.

Se il sintagma «diritto pubblico dell’Europa» veniva introdotto da Mably già nella prima metà del XVIII secolo, a indicare l’insieme di quei «trattati che hanno forza di legge in Europa» (G. B. de Mably, Le droit public de l’Europe fondé sur les Traités, Amsterdam, 1748), in un’opera che possiamo leggere come formulazione più o meno cosciente dell’esistenza di un diritto internazionale che oggi chiameremmo “positivo”, secondo Carl Schmitt (Il nomos della terra nel diritto internazionale dello “jus publicum europaeum” (1950), Milano, Adelphi, 1991), l’avvento dello jus publicum europaeum avrebbe rappresentato qualcosa di più: una vera e propria rottura con l’universalismo papale e imperiale; l’inizio dell’ordine grazie alla progressiva affermazione dei moderni Stati sovrani; la fine del bellum justum medievale (cioè, della dottrina della guerra giusta) e il trionfo della moderna dottrina della guerra legittima, o guerra in forma, ossia limitata (jus in bello). Da queste premesse teoriche, Schmitt guardava agli eventi della prima metà del Novecento (creazione della Società delle Nazioni prima e delle Nazioni Unite poi) come alla dissoluzione di quell’ordine, alla crisi della modernità caratterizzata dalla sovranità territoriale degli Stati, e al ritorno delle dottrine della guerra giusta e della guerra totale. La posizione di Schmitt non appare certo isolata e non mancano quanti vedono nelle trasformazioni attuali un nesso fra le «nuove guerre», o «guerre globali» e la riattualizzazione della guerra giusta come prova di una tendenza alla «rifeudalizzazione» che caratterizzerebbe la politica contemporanea.

Tuttavia questa ricostruzione delle vicende del sistema europeo degli stati e del suo declino è stata variamente messa in discussione, così come sono state messe in discussione le interpretazioni di stampo positivistico della storia delle relazioni internazionali. Anche dal punto di vista della storia del pensiero internazionalistico si tende a scorgere la compresenza di una pluralità di modelli teorici che accompagnano la nascita del sistema europeo degli stati, modelli teorici in parte complementari in parte in concorrenza fra loro, in quanto esprimenti posizioni opposte tanto rispetto all’interpretazione quanto rispetto alla possibile trasformazione della politica internazionale. La limpida periodizzazione schmittiana, incentrata sull’idea dell’avvento, dell’affermazione e del tramonto dello jus publicum europaeum, lungi dall’essere una categoria di indiscusso valore scientifico, appare storicamente determinata e fortemente segnata dal contesto polemico in cui si colloca la produzione di Schmitt. La crisi del presente va quindi ripensata a fondo, in una prospettiva che, prendendo congedo dal fascino delle «diagnosi epocali», si interroghi non soltanto sull’apparente discontinuità, ma anche sulla possibile continuità fra le categorie filosofico-politiche moderne e i linguaggi politici attuali. Più che segnare una rottura netta rispetto all’ordine della modernità, il ritorno della guerra giusta, così come dei concetti di intervento umanitario e di crimini contro l’umanità – in una parola, la nuova giustificazione della guerra e l’eticizzazione delle relazioni internazionali – sembra corrispondere alla ripresa di temi ben presenti nell’orizzonte discorsivo della politica moderna, purché la si voglia ripensare nella sua complessità.

Sarebbe dunque interessante ripercorrere, da una prospettiva pluridisciplinare, la storia dei cambiamenti di strategia ma anche e soprattutto delle regole di condotta in battaglia (dalla guerra lelantina alle convenzioni dei nostri giorni), nell’intento di rispondere ad almeno tre quesiti di stringente attualità: sono così radicalmente differenti le guerre di oggi rispetto a quelle precedenti? Un’effettiva regolamentazione della guerra potrebbe condurre, a lungo termine, verso una pace duratura e universale? E ancora, è davvero possibile normare istituzionalmente la guerra?

Osservando le caratteristiche delle guerre antiche, moderne e contemporanee è possibile rinvenire continuità e discontinuità almeno sotto dieci prospettive analitiche: 1) privatizzazione degli interessi in gioco; 2) simmetria/asimmetria dei conflitti; 3) de-statualizzazione eserciti; 4) dimensioni temporali; 5) dimensioni spaziali; 6) significato della mortalità in guerra; 7) tecniche di conquista «zero-morti»; 8) nuovi campi di battaglia (Twin Towers); 9) progresso tecnologico e compresenza di tecnologie convenzionali e atomiche; 10) controllo dell’informazione e strategia. Seguendo queste dieci posizioni prospettiche è possibile individuare continuità e discontinuità tra le guerre del passato, del presente e del futuro, e sarà anche necessario fare riferimento ai dati empirici. Tuttavia, anche riuscendo a dimostrare che le differenze tra le guerre di ieri e di oggi non sono radicali – poiché, ad esempio, le popolazioni civili hanno sempre (tranne rare eccezioni) subìto le maggiori privazioni rispetto agli eserciti – dovremmo anche, in tale contesto di ricerca, concentrare la nostra attenzione sul processo bellico internazionale degli ultimi 70 anni, in cui si è passati dalla guerra totale (di Hitler), alla minaccia di una guerra finale (la crisi di Cuba del 1962), giungendo poi all’odierna guerra senza fine (senza limiti e senza esito).

In particolare, nell’ambito della recente stagione delle guerre contemporanee, un cambiamento importante è stato introdotto dalla disponibilità dell’arma atomica. La MAD (Mutual Assured Destruction) ha modificato radicalmente le regole del gioco, facendo del “non giocare” la miglior mossa in realtà, e spostando il terreno della contesa dai campi di battaglia ai tavoli delle trattative sulla limitazione delle armi nucleari, dove i tecnicismi, i mutui controlli e limitazioni sono diventati vero territorio da iniziati della guerra-non-guerra. Il ruolo degli scienziati nel movimento di opposizione alla guerra e nelle trattative di non-guerra è stato poi posto in primo piano dal loro sempre maggior coinvolgimento, a partire dagli scienziati nucleari della cosiddetta “era atomica”. Il Manifesto Russel-Einstein del 1955 rappresenta da questo punto di vista uno spartiacque ed anche un esempio di come la collaborazione ed intesa fra concerned scholars di discipline differenti sia oggi inevitabile ed abbia terreni comuni di intesa e di lavoro.

In questa prospettiva, occorre dedicare particolare attenzione all’analisi dei meccanismi di non-guerra internazionale, dai tratttati di non-proliferazione nucleare e di limitazione delle armi balistiche, fino ai nuovi tipi di “armi proibite” o “immorali” (p.es. uranio impoverito, armi chimiche, mine anti-uomo, bombe a grappolo), analisi che pone inevitabili problemi di congruenza e si ricollega al concetto dubbio di “guerra a bassa intensità” e infine di “guerra giusta”. L’evoluzione dell’armamento nucleare, il suo paradigma di non-uso, i test di queste armi come dimostrazione di forza e atto di guerra virtuale, lo spostamento ulteriore di questi test dalla realtà alla simulazione informatica in seguito ai Trattati a riguardo, rappresentano un’evoluzione “virtualizzante” degna di approfondimento, mentre le “nuove guerre” si combattono con armamenti non-proibiti e quindi contestualmente “politicamente corretti”.

Con l’89 del XX secolo abbiamo assistito alla fine della Guerra Fredda. Il momento più caldo del conflitto – cioè, la già menzionata crisi del ‘62 – ha rivelato al mondo una grande novità: gli Stati, organismi costituiti per la guerra, non potevano agire per non auto-annientarsi. Insomma, lo Stato non sapeva più fare le guerre (e di conseguenza si avviava verso un futuro di invecchiamento e declino). Non solo: la dissoluzione di una delle due potenze in conflitto, evento di per sé non originale, non giunse al termine di una guerra tra eserciti: abbiamo assistito allo scioglimento pacifico del più pericoloso conflitto della storia. Ne è risultato un assetto internazionale nel quale non esistono più gerarchie prestabilite e riconosciute.

È quindi necessario ripensare alla dimensione statualistica della guerra e al paradigma dell’anarchia internazionale che ha sempre caratterizzato le analisi degli studiosi di relazioni internazionali. Il mondo nel quale oggi viviamo può forse essere meglio osservato non più dalla prospettiva della politica internazionale, ma da quella della società cosmopolitica, che è alla ricerca di una costituzionalizzazione del mondo. Proprio in questa prospettiva si intende anche contribuire agli studi sulla possibile trasformazione dei conflitti e alla riflessione sulle pratiche e le esperienze di prevenzione, di mediazione e di riconciliazione.

Riferimenti bibliografici

Sulla storia del diritto internazionale, della società internazionale e dello jus in bello, si vedano:

A. Nussbaum, A Concise History of the Law of Nations, New York, Macmillan, 1950

E. Reibstein, Völkerrecht. Eine Geschichte seiner Ideen in Lehre un Praxis, Freiburg-München, 1958

C. Alexandrowicz, An Introduction to the History of the Law of Nations in the East Indies, Oxford, Clarendon Press, 1967

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M. Koskenniemi, The Gentle Civilizer of Nations. The Rise and Fall of International Law 1870-1960, Cambridge, Cambridge University Press, 2002

S. Neff, War and the Law of Nations. A General History, Cambridge, Cambridge University Press, 2005

Sulle trasformazioni della guerra e il ritorno delle dottrine della “guerra giusta” nel Novecento, si vedano:

D. Zolo, I signori della pace. Una critica del globalismo giuridico, Roma, Carocci, 1998

M. Kaldor, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale (1999), Roma, Carocci, 1999

A. Calore (a cura di), «Guerra giusta»? Metamorfosi di un concetto antico, Milano, Giuffré, 2003

S. P. Lee (a cura di), Intervention, Terrorism and Torture. Contemporary Challenges to Just War Theory, Springer, 2007

L. May, (a cura di), War. Essays in Political Philosophy, Cambridge University Press, 2008

D. Rodin, H. Shue (a cura di), Just and Unjust Warriors: The Moral and Legal Status of Soldiers, Oxford University Press, 2008

Sulla “guerra senza fine” e le prospettive future della società internazionale, si vedano:

M. Small, J. D. Singer, Resort to Arms, Beverly Hills, Sage, 1982

Q. Liang, W. Xiangsui, Guerra senza limiti (1999), Gorizia, Editrice Goriziana, 2001

The Failed States, «Foreign Policy», http://foreignpolicy.com

N. Ferguson, The Next War of the World, «Foreign Affairs», LXXXV, n. 5, 2006

L. Harbom, P. Wallensteen, Armed Conflicts, 1989-2006, «Journal of Peace Research», XLIV, n. 5, 2007

L. Bonanate, La crisi. Il sistema internazionale vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, Milano, Bruno Mondadori, 2009

Sugli armamenti nucleari, si vedano:

M. Zucchetti, Guerra infinita, guerra ecologica, Milano, Jaca Book, 2003

M. Zucchetti, L’atomo militare e le sue vittime, Torino, UTET, 2008

Sulla trasformazione dei conflitti e sulle pratiche di riconciliazione, si vedano:

A. L’Abate, Consenso, conflitto e mutamento sociale: introduzione a una sociologia della non-violenza, Milano, Angeli, 1990

J. Galtung, Pace con mezzi pacifici, Milano, Esperia, 2000

R. I Rotberg, D. Thompson (a cura di), Truth v. Justice. The Morality of Truth Commissions, Princeton University Press, 2000

G. Cosi, M. A. Foddai (a cura di), Lo spazio della mediazione, Milano, Giuffré, 2003

J. Elster, Closing the Books: Transitional Justice in Historical Perspective, Cambridge University Press, 2004

Progetto di ricerca promosso dal «Centro Interateneo di Studi per la Pace» – Università degli Studi di Torino, Politecnico di Torino, Università del Piemonte Orientale – www.pace.polito.it

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