Il cuore e il coraggio – Silvia Nejrotti

Recensione del libro di Svetlana Broz, “I giusti al tempo del male. Testimonianze dal conflitto bosniaco”, Edizioni Erickson, Gardolo (TN) 2008.

“L’uomo può sempre dire o no o sì” (pag. 27). Riprendendo il tema della possibilità di scelta dinnanzi al male (presente in Hannah Arendt), Svetlana Broz – cognome ingombrante e parentela stretta con il più famoso Josip Broz, detto Tito, di cui è nipote – ci offre un’antologia, nel significato letterale di “raccolta di fiori”, che sprigiona intenso profumo di umanità, laddove, come nella guerra in Bosnia, l’inumano pare trionfare senza lasciare possibili spiragli. L’autrice ci presenta così una lunga serie di testimonianze della guerra bosniaca raccolte alla fine degli anni ’90, voci di cittadini comuni, attori o destinatari di gesti di “coraggio civile” nel male estremo. Gesti rischiosi, che pongono a repentaglio la vita di chi li compie per il bene altrui; gesti “fattibili” in relazione a ruoli e contesti; gesti “efficaci”, che modificano “realmente l’andamento di una vicenda” (Canevaro, pag. 15). Dando visibilità a queste tracce di coraggio civile, Broz ci comunica il bene come una possibilità effettiva e praticata in realtà estreme. Come una possibilità di “scartare” rispetto alla catena della necessità lineare ed ineludibile del male. Come un’opzione da coltivare, a favore della potenzialità costruttiva insita, al pari della potenzialità distruttiva, in ognuno di noi.
Questo libro ci suggerisce che il bene non ha tanto a che fare con l’enunciazione di principi astratti, quanto con atti contingenti e concreti, attuati da uomini e donne comuni, in situazioni specifiche. Atti impossibili al di fuori di un preciso contesto, eppure universalizzabili perché inscritti in frangenti specifici che costituiscono “luoghi comuni” dell’umanità. Male e bene non sono una questione metafisica, ma qualcosa di “umano, troppo umano”, incardinato nella possibilità di scelta di ciascun individuo. Le pagine di Svetlana Broz ci pongono dunque di fronte ad una diffusa “banalità del bene” (titolo di risonanza arendtiana, utilizzato nel 1991 dal giornalista Enrico Deaglio per scrivere della vicenda di Giorgio Perlasca), che, imprevedibile, inattesa, quanto potentissima nel determinare la salvezza o la distruzione della vita – il bene o il male – si esprime e respira (e fa respirare chi legge) tra l’orrore e le macerie dell’umano. A ricordarci che “cuore” e “coraggio” hanno la stessa radice etimologica (Canevaro, pag. 11).
I luoghi e le voci
Emergono dal buio, in questo modo, le parole e le storie di uomini e donne di diversi “gruppi etnici”, di diversa estrazione sociale, di diversa cultura, di diversa età anagrafica – camionisti, operai, medici, soldati, insegnanti, tecnici, artisti, giornalisti, contadini, funzionari statali… – accomunate dall’avere vissuto il dramma della guerra, della violenza, del male in una terra amata e culturalmente ricchissima e dall’avere sperimentato, al contempo, un gesto di bontà, che ha consentito la sopravvivenza. E’ nell’inferno di Srebrenica, di Vareš, di Višegrad (e a lungo si potrebbe continuare), nella distruzione di Mostar, nella “resistenza” di Tuzla, nell’assedio di Sarajevo e nella vita impossibile all’interno dei suoi quartieri Grbavica e Ilidža, che si aprono fessure di luce. Dove non si è trattato di guerra civile poichè “le caratteristiche del conflitto cambiavano significativamente da una località all’altra. La situazione di Mostar era diversa da quella di Travnik, quella di Travnik era diversa da quella di Prozor e quella di Prozor si differenziava da quella di Srebrenica” (pag. 262), secondo una logica di sistematica depredazione della vita. Dove è possibile affermare, con ironia tutta balcanica: “in ottantaquattro anni della mia vita ho vissuto quattro guerre e attualmente vivo nel quinto stato (Republika Sprska) e tutto questo senza mai essermi mai spostata da Banja Luka. Devo ammettere che questa impressionante esperienza della sopravvivenza dà la possibilità all’uomo di distinguere le persone malvagie da quelle buone” (pag. 252). In questi luoghi, Broz raccoglie confidenze e testimonianze, esprimendo attraverso la coralità delle voci, una verità che “proprio lì dove stavano cadendo le granate, aveva molte più sfumature rispetto all’immagine in bianco e nero diffusa a Belgrado e nel resto del mondo” (pag. 34).
Echi di attualità?
La possibilità di scelta del singolo riguarda dunque anche il tema della verità: in qualsiasi specifica situazione, si può scegliere di agire in un modo o in un altro, così come si può scegliere che cosa ritenere vero. E’ possibile affidarsi passivamente alla verità enunciata dai media e alla costruzione della società che veicolano oppure, in alternativa, ricercare attivamente una verifica della rappresentazione della realtà comunicata. Ci ricorda l’autrice: “tutti quelli che volevano, potevano sapere. Anche se la Tv e i media ti dicono una bugia, ci sono altri modi per scoprire la verità (…). La gente viaggiava, dalla Bosnia venivano a Belgrado per curarsi e raccontavano: si poteva credere o non credere a queste persone; la maggior parte dei cittadini ha creduto alla televisione. Io, invece, ho preso la macchina e ho scoperto che queste persone dicevano la verità. Ognuno poteva sapere, ma non voleva sapere” (pag. 24). Ne consegue una lettura, ormai consolidata ma non ancora sterile, delle guerre dei Balcani come esito di una razionale e strategica costruzione politica, che attinge istintivamente alimento dal ventre molle delle irrazionalità, individuali e collettive, non elaborate, rimosse, compresse dalle retoriche di regime: “il conflitto nei Balcani è stato una conseguenza delle strategie delle élite politiche, che volevano conquistare certi territori. Quelle élite hanno usato i media per fare il lavaggio del cervello al popolo, utilizzando la teoria di Goebbels, in base alla quale dire per 10 volte una bugia la fa diventare automaticamente una verità. (…) La guerra nei Balcani non è scoppiata per l’odio etnico, per l’odio interreligioso: la guerra nei Balcani è stata solo il risultato di una manipolazione politica delle masse” (pag. 30).
Specchi
Questo libro ripropone, infine, anche un modo di concepire e comunicare la guerra e la storia – in questo caso, la guerra in Bosnia e la storia contemporanea – in forma viva e non museale. Tratteggia una storia che non sia repertorio archeologico per appassionati (o studenti costretti), ma opportunità e strumento di educazione alla memoria e alla cittadinanza attiva. Una storia che sia, secondo la lezione di Dilthey, scienza dello spirito fondata sul processo della comprensione ermeneutica, per cui “il comprendere non è un comportamento teorico specialistico, ma il rapporto fondamentale che l’uomo intrattiene con se stesso”. Una storia che, metodologicamente, spolveri le tracce periferiche, marginali, ‘basse’, obliate dalle grandi narrazioni (si veda a questo proposito, Leone Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, Torino 1986, Einaudi) e lasci spazio alla soggettività, alla narrazione di esistenze in grado di attivare rispecchiamenti nei lettori e nelle lettrici, secondo la grande lezione del teatro greco classico: “le testimonianze qui raccolte sono come degli specchi, che vi mostrano come anche voi potreste comportarvi un giorno” (pag. 28). Con la consapevolezza che “le guerre sono la drammatizzazione agita più intensamente di ciò che viviamo, ogni giorno, in quella che chiamiamo pace, e che sembra dominata dal pregiudizio” (pag. 10). Una differenza nel grado di intensità, non nella sostanza: ad evidenziare che questo libro ci riguarda, da vicino.

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