Gandhi, Baden Powell e la maleducazione – Nanni Salio

Il Centro Studi Sereno Regis di Torino, dal quale provengo, ospita diverse associazioni, tra cui l’ASSEFA, che promuovono una cultura della nonviolenza in tutti i suoi aspetti principali.
Vi propongo alcune riflessioni conclusive che non ricalcano esattamente quanto è stato detto, ma ne traggono spunto.
Va ricordato il quadro storico di riferimento che si situa tra la fine dell’’800 e la metà del ‘900: questo è il periodo  che riguarda tanto la vita di Gandhi quanto quella di Baden-Powell. Esattamente un secolo fa, nel 1909, Gandhi scrisse un libriccino, un vero e proprio libello contro la civiltà occidentale: “Hind Swaraj” (La traduzione italiana è stata curata dal Movimento Nonviolento, con il titolo: Civiltà occidentale e rinascita dell’India, Verona 1984. Un’altra edizione è contenuta nella raccolta di scritti gandhiani curata da Raghavan Iyer, La forza della verità, Sonda, Torino 1991, pp. 199-252. In numerosi siti web è disponibile l’edizione inglese. Si veda ad esempio: www.soilandhealth.org/03sov/0303critic/hind%20swaraj.pdf) Swaraj significa autogoverno e in questo caso autogoverno dell’India, ma per estensione, autogoverno di noi stessi. E’ un libriccino da leggere e meditare con attenzione. Lo si potrebbe interpretare facendo riferimento a una espressione resa famosa da Samuel P. Huntington nel suo libro  “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” (Garzanti, Milano 2000).
Anche Gandhi parla di uno scontro tra la civiltà occidentale e quella indiana, ma in termini molto diversi da quelli di Huntington. Per Gandhi l’autentica civiltà è quella che propone uno stile di vita e un insieme di valori che si richiamano integralmente ed esplicitamente al dharma, al tao, della nonviolenza. Analizzata sotto questo profilo, la civiltà occidentale appare decisamente immorale. Ancora oggi assistiamo allo scontro tra due modelli di civiltà, che si ispirano a differenti concezioni educative. Da un lato, il modello educativo gandhiano della nonviolenza, dall’altro il modello predominante attualmente nelle nostre società  occidentali, che possiamo definire, prendendo in prestito un termine usato dal regista spagnolo Almodovar in un film omonimo, quello della mala educacion, la mal-educazione.
La maleducazione è proprio quella che vediamo sistematicamente in atto. I criteri educativi che ci sono stati ricordati dai vari relatori e che risalgono a molti anni addietro sono più che sufficienti per darci delle indicazioni interessantissime che convergono verso un modello educativo di tipo nonviolento.
Tuttavia, dobbiamo chiederci con franchezza e onestà: perché non investiamo sulla pace, mentre invece i nostri governanti hanno deciso l’acquisto di 130 aerei F35 per la “modesta” somma di 113 miliardi di euro?
Come mai, nonostante tutto questa grande ricchezza di conoscenze sul piano educativo, sul piano morale, che dovrebbe costituire il nostro patrimonio comune, non ne traiamo le debite e giuste conseguenze? Dobbiamo concludere che siamo proprio in presenza di uno scontro, uno scontro tra modelli educativi e quindi di civiltà.
Da un lato l’educazione al conformismo, l’assuefazione all’obbedienza, alla passività, che viene favorita dalla cattiva maestra, la TV, come ebbe a definirla Karl Popper, ma non solo. E constatiamo amaramente come questi modelli si traducano, nelle situazioni concrete, in comportamenti violenti. Per esempio, nel caso della questione dei migranti. Fino a non molti anni fa, i migranti eravamo noi. Eppure oggi assistiamo attoniti a una maleducazione che viene proposta dall’alto con l’ausilio di un sistema mediatico succube e condiscendente, da un sistema politico che utilizza il “governo della paura”, il “governo della propaganda”, il “governo della menzogna”. Su questi tre elementi si basano, da sempre, i processi di dominio e di violenza.
Che cosa bisognerebbe fare? Che cosa dovremmo essere capaci di fare?
Molte cose importanti sono state dette, che possiamo riassumere in un compito educativo specifico: imparare la trasformazione nonviolenta dei conflitti (Si veda il manuale di Johan Galtung, La trasformazione dei conflitti con mezzi pacifici, Centro Studi Sereno Regis, Torino 2006). Ma per educare alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, occorre contemporaneamente educare alla disobbedienza civile, ricordando e facendo proprio l’insegnamento sempre attuale di don Lorenzo Milani: “l’obbedienza non è più una virtù”.
Chi si assumerà il compito di educare alla disobbedienza civile nei nostri paesi della maleducazione, del menefreghismo e della disobbedienza incivile?
Per osservare situazioni negative, possiamo spaziare da un paese all’altro, con l’imbarazzo della scelta. Prendiamo ad esempio gli USA: si stima che la guerra in Irak abbia provocato un milione di morti e 740.000 vedove. Secondo le valutazioni del premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz, quella guerra è costata nientemeno che tre miliardi di dollari (Stiglitz Joseph E., Bilmes Linda J., La guerra da tre miliardi di dollari, Einaudi, Torino 2009). Come contrastare un potere come questo che si basa sulla sistematica e impunita falsificazione dei dati? Qualcuno e qualcuna in effetti hanno disobbedito: Cindy Sheehan, la peace mom, oppure il luogotenente Ehren Watada, ma sono casi isolati. Per vedere un movimento di massa bisogna risalire ai tempi di Martin Luther King, spesso citato, ma quasi mai imitato.
In realtà, tutti quanti noi, adulti compresi, dobbiamo diventare partecipi di un processo continuo di educazione. Limitandoci a citare solo uno dei soggetti rispetto ai quali occorrerebbe svolgere un’azione educativa collettiva continuativa, chiediamoci chi educa gli economisti alla sostenibilità, all’equità, a un ordine di priorità che parta dai più bisognosi, anziché dai più ricchi? E chi educa gli operatori dei media, in particolare della TV per rimuovere lo scandalo sistematico della maleducazione televisiva fatta di violenza gratuita e di divertimentificio che contribuisce largamente a creare le condizioni di depressione psichica ed esistenziale che caratterizzano così diffusamente le nostre società? I processi educativi non possono fermarsi alla soglia della scuola, come se usciti da essa fossimo educati per sempre. Gandhi ci mette di fronte a una dura critica del nostro modello di civiltà.
In positivo, voglio ricordare due importanti appuntamenti che possono permetterci di proseguire questo nostro impegno educativo. Il primo è programmato per il prossimo anno, grazie alla collaborazione con Laborpace e la Caritas genovese: sarà il convegno conclusivo, che si svolgerà probabilmente in questa stessa sede, del “Decennio della educazione alla nonviolenza” promosso dalle Nazioni Unite, una iniziativa che purtroppo non è stata accolta con sufficiente attenzione.
Il secondo appuntamento è il 2 ottobre prossimo: la giornata internazionale della nonviolenza, anch’essa promossa dalle Nazioni Unite, scelta per ricordare l’anniversario della nascita di Gandhi e diffondere il messaggio della nonviolenza. E’ una occasione che ci permette di rivolgerci al mondo della scuola, per incontrare direttamente studenti e insegnanti e proporre loro percorsi formativi strutturati, con modalità comunicative attive e coinvolgenti.
Il messaggio che Gandhi lanciò un secolo fa non potrebbe essere più attuale. Siamo in presenza di una molteplicità di crisi (economico-finanziaria; ecologico-climatica; esistenziale-relazionale) di cui stentiamo a renderci conto. In breve, è la non sostenibilità di questo modello di vita e di economia fondato, come direbbe ancora una volta Gandhi, “sull’avidità e l’invidia”.
Nel 1928, egli pronunciò queste profetiche parole: “L’imperialismo economico di una sola minuscola isola-regno (l’Inghilterra) oggi tiene in catene il mondo. Se un’intera nazione con trecento milioni di abitanti ambisse a un simile sfruttamento, il mondo sarebbe divorato come dalla piaga delle cavallette”
Da allora, l’impero inglese è stato sostituito da quello USA, gli indiani sono cresciuti di quattro volte e i consumi pro-capite delle popolazioni ricche di quaranta volte: è sotto gli occhi di tutti la devastazione che questo “esercito di locuste” sta provocando nel mondo intero.
Per affrontare tali problemi, senza perdere la speranza, dovremo ispirarci a quelle molteplici pratiche che hanno arricchito la “scatola degli attrezzi” di cui possono disporre gli educatori: da Baden-Powell e Gandhi alla Montessori, dall’educazione popolare di Paulo Freire al teatro dell’oppresso di Augusto Boal, dalla scuola di Barbiana alle lungimiranti critiche di Ivan Illich, e a tante altre ancora. Abbiamo a disposizione una straordinaria gamma di esperienze e di strumenti. Occorre unire tutte queste nostre potenzialità e collaborare in modo fattivo perché non abbiamo ampi margini d’azione: “il tempo stringe”.
La rete di associazioni, gruppi di base, organizzazioni non profit, movimenti è vastissima (Come sostiene Paul Hawken in un libro di grande importanza e interesse: Moltitudine inarrestabile.Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto, Edizioni Ambiente, Milano 2009) e sta disseminando pratiche educative alternative che affrontano tutti i temi globali a partire da ciò che Gandhi rispose a un giornalista quando gli fu chiesto di mandare un messaggio all’Occidente: “la mia vita è il mio messaggio”.
Come la violenza, anche la nonviolenza può essere contagiosa, purché la si viva con coerenza, consapevoli che spetta a ciascuno di noi compiere il primo passo. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, ci ricorda Gandhi, che ci ha lasciato in eredità un “talismano” che costituisce, da solo, uno dei più straordinari strumenti educativi:

Ti darò un talismano.
Ogni volta che sei nel dubbio
o quando il tuo “io” ti sovrasta,
fa questa prova:
richiama il viso dell’uomo più povero e più debole
che puoi aver visto
e domandati se il passo che hai in mente di fare
sarà di qualche utilità per lui.
Ne otterrà qualcosa?
Gli restituirà il controllo
sulla sua vita e sul suo destino?
In altre parole,
condurrà all’autogoverno
milioni di persone
affamate nel corpo e nello spirito?
Allora vedrai i tuoi dubbi
e il tuo “io” dissolversi

Intervento conclusivo al Convegno Internazionale Ghandi e Baden Powell. Progetti educativi a confronto
sabato 23 Maggio 2009
Palazzo Ducale (Sala del Camino) – Genova

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