Una promessa per l’umanità – Enrico Peyretti

Roberto Mancini, L’umanità promessa. Vivere il cristianesimo nell’età della globalizzazione, Edizioni Qiqajon, Bose (BI) 2009, pp. 125
Disponibile presso la Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis, via Garibaldi 13 a Torino con orario: lun-mer-ven 10-16/mar-gio 12.30-18.30

L’umanità promessa è quella attesa, sperata, cercata. È il tema dell’uomo inedito, che fu di Bloch e di Balducci, qui declinato espressamente in chiave cristiana. Quest’uomo nuovo non è solo utopico, ma anche promesso. È l’umanità annunciata nelle beatitudini evangeliche: i poveri per lo Spirito, che vivono non trattenendo per sé ma donando; quelli che soffrono senza far soffrire, consolati non dai sacrifici religiosi, ma dal sapersi amati da Dio; quelli che vivono nella mitezza, e in un mondo di guerra tengono relazioni di apertura disarmata, offrono sicurezza anche a chi si arma per paura; quelli che hanno fame e sete di una giustizia più grande, senza pretendere di stabilirla, senza ridurla al loro giudizio; quelli che usano misericordia, cioè guardano al di là del bene e del male, del merito e della colpa, perché sanno di essere guardati così da Dio; quelli che sentono il cuore purificato dalla presenza viva di un Dio non astratto; quelli che cercando di costruire la pace sono simili a Dio, e per questa giustizia «fronteggiano la persecuzione senza perseguitare».

Globalizzazione e libertà
Non è questa l’immagine umana dominante nel tempo della globalizzazione. La quale non è l’interdipendenza relazionale tra persone e tra popoli, dichiarata anche nelle albeggianti istituzioni giuridiche planetarie a metà del Novecento, che escludono per programma la violenza. Invece, la globalizzazione è una «perversione dell’interdipendenza», soffocata e ridotta a «modello monologico ubiquo e assoluto», a «civiltà unica» del capitalismo esteso al mondo. L’analisi politica e antropologica di questa situazione (specialmente nelle pagine 18-25) saremmo lieti di trovarla in qualche parola autorevole delle chiese cristiane.
Un motivo tipico del pensiero di questo Autore è che la vita viene e attinge, per vivere, da un bene fondamentale. Ci attendiamo da lui una “filosofia del Bene”. Anche la libertà umana si qualifica di fronte al bene, nella persona e nella società: «La giustizia è il nome plurale della libertà stessa, indica la sua condizione di pieno dispiegamento».

Religioni e verità
Ogni fede religiosa è unica, nel rapporto con la verità che professa, ma deve imparare che unicità non vuol dire esclusività. Le religioni rischiano di pensare nell’ordine della proprietà anziché nell’ordine della libertà, facendo di Dio un oggetto, in una relazione esclusiva. Così la religione si fa un sistema di proprietà, nel quale la persona e Dio sono entrambi proprietari e schiavi l’uno dell’altro, in un rapporto reciproco di servo-padrone. Invece di una logica dell’amore gratuito, generoso, misericordioso, si stabilisce una logica giuridica, legalistica, economica: la legge al posto dell’amore. Così la religione non vede più lo scarto tra la propria legittima unicità e l’universalità di Dio. Tutto si riduce a norme e divieti, tutto è calcolato in merito e colpa.
In questa mentalità intrisa di angoscia, pensare Dio esclusivamente buono sembra assurdo, infantile, e invece Dio vuole «misericordia e non sacrificio». Spesso i credenti e le istituzioni religiose sembrano guidati dal motto opposto «Voglio sacrificio e non misericordia».
L’inferno è affermato come conseguenza giuridica del rifiuto di Dio, se la libertà è letta semplicemente come imputabilità, non come libertà del bene. Non è un contratto giuridico, con premio e pena, ma è l’amore che attua la vera giustizia. Dio appare in collera a chi si è separato da lui, ma non c’è collera più forte del suo amore. Con Ricoeur vediamo che la logica della pena è una logica di equivalenza; la logica della grazia è una logica del sovrappiù e dell’eccedenza.
Nella filialità universale nessuno è mai escluso, neppure i ribelli e i malvagi, per i quali in primo luogo Cristo è venuto. L’esistenza di altri figli e di altre vie della verità non lede minimamente la mia filialità e la mia esperienza di verità. Nella logica della proprietà, il riferimento alla verità avviene in termini concettuali e dogmatici, o in una narrazione da ripetere senza spazi per l’interpretazione. Invece, il testimone non è proprietario della verità che narra. Avere fede è credere nella presenza di Dio in noi, non soltanto nella sua esistenza chissà dove. Allora il fulcro si sposta dal proselitismo alla incessante conversione di sé.

Uno scarto per respirare
Se le religioni ritrovano il senso della onniprossimità di Dio, dell’infinitezza del suo amore, dell’ospitalità a cui invita tutti, e della sua libertà, allora ritrovano la cognizione dello scarto tra la loro tradizione e il Dio vivente. In questo scarto è lo spazio per respirare, incontrarsi, convergere, per l’ecumenismo e l’incontro interreligioso. Se le religioni si ripiegano sul loro passato, su lingue e riti antichi, su etiche immutabili, allora Dio diventa troppo piccolo per accogliere le molte vie delle fedi, e ogni pluralismo, il futuro infinito di Dio, diventano un pericolo per la religione che adora il passato.
Il cammino di ogni religione sta nel correlare sempre più fedelmente il nucleo della propria tradizione «con ciò che può imparare e cogliere come il nucleo universale del divino e dell’umano, al quale ogni tradizione partecipa senza esaurirlo o possederlo». È nella memoria spirituale, più che concettuale, la coscienza del divino. «Ci sono forme di coscienza che sono, in realtà, un sonno, e forme di apertura oltre la coscienza che sono un autentico risveglio». Una tradizione assolutizzata è di scandalo e va tagliata.

Non solo mistero
Dio non è soltanto mistero insondabile, di cui ogni religione fanatica potrebbe dichiararsi custode. Mancini legge in Heschel: «Oltre il mistero c’è la misericordia». Questa è la chiave di lettura dell’antropologia teologica, nella promessa biblica.
L’ascolto di questa  promessa ci fa attendere così intensamente il futuro della salvezza da viverne qualche frammento già ora, a condizione di non tradire il presente. La fede è il sentimento della presenza di Dio in noi e attorno a noi. Non sente l’abbandono di Dio, come Gesù in croce, chi non lo sente vicino. La fede è, nel contempo, capacità di essere in attesa, più ancora che memoria del passato. Infatti, «siamo costituiti irriducibilmente come destinatari di una promessa di felicità». Il pensiero moderno, per dirsi critico e scientifico, ha soppresso quei riferimenti al futuro che chiedono di preservare e interpretare una ulteriorità rispetto ai fatti. Non è così che l’uomo diviene adulto, perché l’essere umano, dall’inizio, ma persino mentre muore, è per essenza un’apertura verso altro.
La questione di Dio rientra qui. Ma quale dio? Se è un volto al di sotto dell’umano, se è un dio etnico e di guerra, un dio che amministra la morte come pena e punizione, lì occorre lo smascheramento e non la devozione. Ma l’ateismo esclusivista e conclusivo, se pensa così il dio che nega, cade nello stesso errore di una simile religione autocentrata. Sapersi creature – parola la cui desinenza non tanto afferma il Creatore quanto un compimento senza fine – riapre la questione Dio senza escluderlo né appropriarsene. Uno scarto distanzia il Dio di Gesù dal cristianesimo della cristianità. Dio è l’oltre del finito, non è un concetto, e il suo popolo non è una nazione né una chiesa, ma tutta l’umanità, anzi il creato intero. L’oltre di Dio è presente nella dignità di ciascuno e nella comunione di tutti. È una trascendenza d’amore, non di potenza, non è separazione ma incarnazione volto per volto, storia per storia. Occorre un cammino verso ciò che è in noi nascosto, per vedere e accogliere questa trascendenza, oltrepassando il razionalismo sia ateo che religioso, e il sacramentalismo religioso. Dio si rivela come presenza quando ci avvicina come futuro, non come risposta strumentale ai nostri bisogni, ma domanda che interpella noi, soggetti feriti e dispersi, eppure implicati in un cammino di salvezza. Anche un solo minuto di questa esperienza del nudo essere liberamente nella vita, di respiro non abbandonato, di sussistere senza minaccia né pena, orienta per sempre.

Tenerci a distanza dal male
Per porci in ascolto di una eventuale presenza viva, e non di una nozione (che sia funzionale oppure rigettata), è necessario l’impegno esistenziale a tenersi il più possibile a distanza dal male. La pressione della sofferenza e del male ci paralizza, è scandalo e paura. Nessun progresso storico rende giustizia ai morti e alle vittime. Vivere non è solo rinviare la morte, che appare l’unico futuro. Se il nostro essere è accolto nell’oltre di Dio, “compresenza” tra noi; se vedo la misteriosa dignità di ciascuno, senza esclusioni; se interpreto la mia libertà unica nella rete universale di relazioni; se sperimento in ogni scelta l’incompatibilità tra vita e morte; se giungo alla compassione oltre il ripiegamento sul mio patire, allora trovo il coraggio di continuare ad amare e sperimento la trascendibilità del male.
Il diritto e la dignità di allontanarci dall’uccidere ci apre ad una possibile vita salvata dalla morte, vita che può cominciare appunto col non uccidere (pensiero di Aldo Capitini). Per allontanarci, passo passo, da questo male, non occorre altro che voler vivere, prima di qualunque nozione, religiosa o non religiosa, sulla vita.
Se l’anima, il nostro nucleo personale, prende le distanze dal male e dalla paura, si affida e si trova partecipe dell’energia del bene. La vera trascendenza è sul male e sulla paura. Il male sorge in noi da un cumulo di negatività personali e sociali che compongono la paura. Per sapere cosa è il male non occorre credere in Dio. Evadere dal male è uscire dai meccanismi e nascere alla libertà, «la più calunniata delle creature di Dio». Ma è soprattutto nella misericordia – insiste Mancini – che si diventa liberi dal passato e aperti al futuro. Davanti alla misericordia il male è vinto, non può più nulla, perché trova una risposta di bene. Il male, il dolore, la colpa, sembrano vincere, ma non prevalgono mai del tutto. Dio non abbandona nessuno. Siamo chiamati a vivere già ora da risorti, nella libertà che trascende il male. Il male non è solo distruttivo: è tale perché futile, vano, intriso di nulla. Allontanarsi dal male è mettersi sulla via di Dio, religiosa o non religiosa. Allora possiamo affrontare la sproporzione tra la pressione attuale del male e la verità che esso è vinto in definitiva.
La “realtà liberata” (parola di Capitini), ovvero la salvezza, è un cammino di nascita, è partorire un modo di vivere e un modo di morire, che sia libertà sulla morte-distruzione. Sentirsi nella misericordia di Dio ci porta a sentire intollerabile il male, inaccettabile l’oppressione degli altri, ci porta sulle frontiere delle contraddizioni sociali e storiche, che dividono sommersi e salvati, cosicché ci preme il riscatto degli esclusi più della nostra paura. È il compito non solo del cristianesimo pasquale, ma di ogni tradizione religiosa; ascoltare e dare misericordia, nonviolenza, giustizia restituiva là dove soffrono le vittime abbandonate. In questo, è sbagliato idealizzare qualche eroe di bontà e delegargli il compito che invece è sempre, in qualche misura, compito quotidiano di tutti.
Nell’azione storica odierna di questa forza di bene, che transita da Dio a noi, Mancini vede tre direzioni:
1) armonizzazione coordinata tra umanità e mondo vivente, tra singoli e società. È l’alternativa all’idolo indiscusso della modernizzazione tutta tecnologica e velocista. Non basta contrapporre la decrescita (Latouche), senza l’orizzonte positivo della cultura dell’armonia..
2) riordinamento costituzionale, in un sistema mondiale federale di pace e di diritto, articolato in sistemi macroregionali. Cioè, ritrovare il costituzionalismo mondiale del 1945-1948, possibile conduttore di energia democratica nonviolenta, alternativa allo “scontro di civiltà”. Le linee più valide del programma di Obama parlano in questa direzione.
3) risveglio delle nuove generazioni all’agire per trasformare la storia. Cioè, che i giovani non siano sacrificati al sistema di vita stabilito, ma siano co-soggetti per rinnovare il volto della convivenza, ribelli alla legge della violenza, contro il sistema scarificale, senza fare vittime sacrificali.
Simili azioni storiche coltivano il seme del passato per accogliere il futuro. Che noi siamo o no credenti, questa azione sboccia dall’incontro con una ulteriorità, che i credenti chiamano Dio, ma l’incontro inizia e avviene quando ciascuno comincia a vedere gli altri. Non in una cerchia o in una chiesa soltanto, ma nell’umanità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *