Un impero di nome carisma? – Johan Galtung

Cambiamento? O forse no, perché No, non ce la facciamo? Sono emerse opinioni piuttosto importanti in politica estera quando Obama ha reso pubbliche  alcune posizioni concrete: Gerusalemme, unita a Israele per sempre; una impennata dell’intervento in Afghanistan e Pakistan per farla finita una volta per tutte con il terrorismo; Georgia e Ucraina membri della NATO; una Lega delle Democrazie per sostituire le Nazioni Unite. Sul suo sostegno incondizionato a Israele, come se i palestinesi non esistessero, Obama va oltre Bush, per il quale il Medio Oriente non è mai stato una priorità, mentre lo è per i Democratici, e Condi Rice ha ripetutamente deplorato gli insediamenti israeliani che bloccavano il suo tentativo di Annapolis (peraltro sbagliato) di affrontare la questione. Non conosciamo ancora con certezza i membri di gabinetto e il capo gabinetto della Casa Bianca, ma girano voci per cui ci vorrebbe un’enorme metamorfosi interna per qualunque cambiamento significativo.
Una delle penne più acute in USA, Alexander Cockburn di The Nation e CounterPunch, cerca invano motivi solidi per schierarsi per Obama piuttosto che votare contro McCain, per cui si sono espressi il 47% dei votanti, abbastanza prossimo a un equilibrio da far propendere per un corso d’azione mediano. E il professore di diritto alla Scuola di Legge dell’Università di Chicago, Obama, sembra essere stato finora un pragmatico, non un progressista. Puntare in basso e prendere quel che viene, piuttosto che puntare in alto e non beccare nulla.
Allora, se No, non ce la facciamo è più forte di Sì, possiamo farcela, come la mettiamo?
Obama, e poi? Ovviamente un’immagine USA migliorata nel suo insieme; alla gente del mondo piace tanto voler bene agli USA per le possibilità che offrono alle persone di ricominciare, per il loro universalismo generoso, molta eguaglianza e ancor più molta creatività. Che era però quasi impossibile sotto Bush. Ma l’amore cieco per gli USA doveva ben sopravvivere a Bush. Il problema non era tanto il suo autismo e la “economia, stupido” quanto la “stupidità, stupido”. E parecchia, anche. E tuttavia, la NATO, basata su molta servilità, è sopravvissuta anche a quello.
Obama non ha certamente nulla a che vedere con la stupidità. Per via di questo miracolo la gente, dentro e fuori dagli USA, rinfocolerà il suo affetto per gli USA –l’impero, le verruche e il resto. Lui sarà lanciato in prima fila da un Powell o un Dershowitz, interessante reincarnazione della alleanza afro-ebraico-americana per la desegregazione delle tavole calde, due componenti emarginate ed entrambe Democratiche, che risale agli anni ‘60 e oltre. Finché crollò; per Malcolm X? Un fattore, senza dubbio. La razza? Un altro fattore. Quei Neri non pagarono il prezzo della cooperazione – il sostegno incondizionato a Israele. Obama invece sembra farlo, sfuggendo così alla brutalizzazione dei media controllati da ebrei. Ma in questo processo, però, il suo colore nero può slavarsi.
Poiché si può credere che Israele lavorerà per i propri approvvigionamenti di petrolio, la propria industria delle armi da esportare e contro mosse secessioniste in Georgia e Ucraina, – con solide minoranze russo-ortodosse in entrambe–mentre si guarderebbero bene dall’incoraggiare il 18% di arabi in Israele – il sostegno di Obama alla loro inclusione nella NATO s’accorda con il massiccio sostegno a Israele. Come pure il suo strenuo sforzo di liberarsi del “terrorismo”. Caro Obama, guardi un attimo quello che l’Occidente ha fatto all’Islam dal Marocco a Mindanao, diciamo dal 1898, e si chieda se il terrorismo non potrebbe essere una triste ma ben prevedibile reazione, un blowback (contraccolpo) come direbbe la CIA?
E questo vale anche per il suo sforzo di aggirare un’ONU sfidata essenzialmente da due paesi: USA e Israele. Cambiare, sì, ma verso destra.
A meno che Obama sfugga alle reti tesegli attorno, anche da se stesso, è fregato. Ancor sempre la solita storia? Non proprio, un imperialismo confezionato con attrattiva è diverso da un imperialismo avvolto d’autismo: e una retorica brillante non è lo stesso che un balbettio da una bolla Bush.
Ma il cambiamento in un regime di non cambiamento può diventare irraggiungibile quanto i mantra di Bush libertà e mercato in quel cimitero presentato come pace che è l’Iraq, tanto più in un’economia in serio collasso
Torna in mente la fine dell’impero sovietico; i veri credenti nel sistema sovietico furono sfidati a fondo e svilupparono modi per gestire il divario fra miti e fatti:

fase 0: totalmente pro-sovietica, tutto è perfetto, non si sente, non si vede, non si dice nulla di male;
fase 1: pervengono a occhi e orecchie notizie di qualcosa non conforme al modello, che vengono rigettate come anti-sovietiche;
fase 2: può esserci qualcosa di vero nelle notizie trapelate, ma dovuto a circostanze esterne – maltempo, guerre interventiste e la grande Guerra Patriottica – e passerà;
fase 3: sì, c’è effettivamente parecchia verità in quanto riferito, ma tutto è dovuto a un solo uomo, Stalin, e sparirà con lui;
fase 4: sì, ed è qualcosa di sistemico, strutturale, radicato in errori quali il governo politico dall’alto verso il basso del partito unico e la programmazione statale;
fase 5: sì, ed è sistemico, culturale, ideologico: la sequenza marxista capitalismo-socialismo-comunismo è sbagliata;
fase 6: del tutto antisovietica, è tutto sbagliato, non si sente, non si vede, non si dice nulla di buono.

Alcuni elementi erano intoccabili, come i due strutturali e a maggior ragione quelli ideologico-culturali chiave. Ma, via via che s’accumulano i dati, una ritirata tattica permette di riconoscere voci e qualche verità, seppur circostanziale, prudenzialmente imperniata su una sola persona. Ma allora i bastioni del sistema cominciano a crollare, prima quelli strutturali poi quelli culturali; e finisce come esperienza immatura, anti-yin/yang, com’era cominciata, senza alcuna lezione positiva appresa.
Bush interpreta bene il ruolo di Stalin come scappatoia buona per tutto nell’evitare spiegazioni più approfondite. E per Obama il ruolo di redentore come Gorbaciov? Beh, attento, Obama. Gorbaciov si tirò fuori dall’Afghanistan, quel cimitero di imperi. E s’impegnò per un reale cambiamento, dando voce all’opposizione, glasnost’ e una trasformazione strutturale, la perestrojka.
L’impero, per stupidità o per fascino, è condannato, da processi veementi, al di là delle pubbliche relazioni. Nella sua caduta qualcuno verrà incolpato, come la lobby ebraica AIPAC, quale centro di profondo anti-semitismo. E Obama, la speranza, rischia di finirci giù insieme. Speriamo di no.

Titolo originale: AN EMPIRE NAMED CHARISMA?
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=451
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
24.11.08

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