Cinema | La zona

Dario Cambiano

Recensione di Dario Cambiano


Una scena del film La zona

Le vicende di questi giorni (scrivo mentre siamo al tredicesimo giorno della guerra Russia-Ucraina – per ora si chiama così, speriamo di non doverla rinominare) mi hanno fatto venire in mente il bellissimo film di Rodrigo Plà, La zona.

Rodrigo Plà è un regista uruguaiano conosciuto a livello internazionale sostanzialmente solo per questo film (però vi consiglio di cercare La demora, mai uscito in Italia, e El otro Tom, anch’esso circuitato solo nei festival). La zona è un film del 2007, e ha una potenza espressiva davvero notevole.

Una comunità vive serenamente in una zona, La zona appunto, separata dal resto della città da muri, recinzioni, telecamere, sorveglianza armata. Perfino la polizia deve chiedere permesso prima di entrare in quell’oasi di ricchezza e benessere.

Il film è molto semplice, quasi didascalico: se tutt’attorno regna la povertà, cosa saranno disposti a fare gli abitanti de La zona per difendere i loro privilegi? Praticamente di tutto.

È un film duro, svela la debolezza di chi ha molto da perdere quando «i poveri» vengono a bussare alla porta. Un film che denuncia il malessere morale dell’Occidente, o meglio la grande distanza che passa tra le parole solidali e gli atti di vera solidarietà.

Perché forse è davvero difficile condividere, a parte tutto. Forse è difficile accogliere. Forse è difficile rinunciare al nostro benessere. E allora diventa più facile accogliere il simile e rifiutare il diverso. Non lo so. Vediamo in questi giorni migliaia di ucraini accolti con serenità e rispetto dalle stesse persone che a novembre allontanavano altri migranti (non erano «fratelli cristiani», già) con idranti e gas lacrimogeni. Siamo una strana umanità: abbiamo bisogno di riconoscerci, altrimenti ci odiamo.

Il film di Plà dovrebbe essere visto in tutte le scuole. Soprattutto in quelle di questo Occidente troppo ricco. Ha anche un piccolo insegnamento nonviolento: i protagonisti, due ragazzi, sono ostili tra loro finché non riescono a parlarsi, finché un contatto «umano» non abbatte le barriere del pregiudizio.


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