Il diritto della persona all’interno delle contraddizioni sociali | Renato Piccini e Paola Ginesi

Foto Joshua J. Cotten – unsplash

Interesse generale e interesse particolare

Interesse particolare e interesse generale sono concetti contraddittori e contrastanti o elementi che possono essere conciliati dalle norme giuridiche e dall’azione delle autorità pubbliche?

L’interesse particolare è incompatibile con l’interesse generale o ne è, normalmente, complementare?

Quale ruolo gioca l’interesse generale nello scenario politico-economico, socio-culturale attuale?

È ancora reale il suo valore come elemento di giustificazione dell’azione dello Stato e come fattore di coesione nelle società?

Il nostro futuro è legato alle risposte che sapremo dare a queste domande.

Nella prassi politica si fa grande uso (e abuso) del concetto di interesse generale, spesso per legittimare scelte ed azioni e dare un senso razionale a certe prese di posizioni senza dover ricorrere a troppe giustificazioni.

Il dibattito segue due linee fondamentali: l’utilità e la razionalità.

Nell’ottica dell’”utilità”, la questione viene risolta come “il massimo beneficio per il maggior numero di persone”; nella prospettiva della “razionalità”, invece, vengono posti limiti al criterio quantitativo, da cui deriverebbe una “dittatura della volontà della maggioranza”, la “sintesi finale” non può essere considerata espressione della volontà generale perché ne rimane estranea la partecipazione delle minoranze.

Nel corso della storia, pur con termini e caratteristiche diverse, l’interesse generale è stato oggetto di studi, analisi, diatribe ma acquisì maggior forza soprattutto a partire dal XVI secolo, in molti casi assumendo il carattere di “ragion di Stato”.

Machiavelli, in particolare, punta ad un ampliamento dello spazio di deroga delle norme che, sotto la pressione di una qualche emergenza, viene concesso alla politica in nome di un interesse generale superiore. L’unica ragione evidente, però, è quella di salvaguardare il potere del “sovrano”, senza tenere in considerazione la volontà popolare, secondo il principio che “il fine giustifica i mezzi” [1].

Quando chi gode del privilegio di governare parla di bene comune per difendere i propri interessi specifici, quando il concetto di interesse generale viene usato per dare utilità e razionalità alle azioni del potere, come argomento decisivo nel processo decisionale, risulta inevitabilmente snaturato, compromesso e perde il suo valore: non dipende più dalla volontà generale ed è funzionale a interessi particolari.

Una minoranza che fa propria l’interpretazione di ciò che è interesse generale ne fa una questione di potere; si proclama la razionalità delle proprie azioni per nascondere i reali interessi di un leader, di una élite, di lobby di ogni tipo, di un partito politico, di poteri economico-finanziari, dello staff di un giudice, di gruppi di pressione… una  “ragion di Stato” camuffata dietro il tanto abusato termine di “bene comune”.

Gli “interpreti” attuali della volontà collettiva, o almeno di ciò che viene presentato come interesse di tutti, si rifanno alla democrazia rappresentativa e non più ai miti o alle interpretazioni religiose del passato, ma ritengono ancora di avere il brevetto esclusivo di interpretare il senso comune, di determinare l’interesse generale, la cui garanzia, invece, corrisponde all’insieme sociale, alla società nel suo complesso, consapevole e cosciente di diritti e doveri, in una sintesi della volontà di tutti, in cui converge una pluralità di maggioranza e minoranza come salvaguardia dello Stato di diritto.

Ci si nasconde dietro la “razionalità” di certe scelte (risuona come un eco del “non ci sono alternative”!) per riaffermare il proprio potere decisionale e difendere interessi politici, elettorali, economici… Così una minoranza finisce per dominare la maggioranza e deciderne i destini; nel proporre l’uguaglianza garantita sull’interesse generale, di fatto, si crea – diritto alla mano – sempre più disuguaglianza.

L’interesse generale non è una verità assoluta rivelata a pochi eletti, tanto meno quando è nelle mani di chi esercita il potere, è un lungo percorso di un processo di sintesi d’interessi collettivi al cui interno nessun interesse peculiare deve prevalere.

Anche oggi, nella democrazia rappresentativa, si continua a delegare ad “interpreti” la comprensione della volontà popolare e ad agire di conseguenza.

È indispensabile trovare meccanismi che rendano inutile (o per lo meno controllabile) la presenza di questi interpreti, poiché un interesse è veramente generale solo se espressione della volontà collettiva liberamente espressa.

Troppo spesso, da ormai troppo tempo, gran parte della gente, superficiale e indifferente, ha finito per mettere nelle mani dei politici un assegno in bianco per determinare il suo futuro nell’illusione che venga salvaguardato il proprio interesse personale, senza neppure chiedersi quale esso veramente sia.

I fatti degli ultimi mesi hanno evidenziato come tante percezioni fossero errate e come sia necessario, e urgente, comprendere che l’interesse individuale passa attraverso l’interesse della collettività perché tutti possano sviluppare ed esprimere il massimo delle proprie capacità e diritti.

Dietro il concetto d’interesse generale c’è la persona e la sua dignità, c’è l’obiettivo di realizzare condizioni di vita che permettano il pieno sviluppo di ogni individuo e della collettività perché in una società di uomini e donne pienamente “realizzati” tutti vivono meglio.

La dignità, in una concezione integrale della persona, deve essere messa al centro, come fondamento di ogni collettività; l’essere umano viene riconosciuto come cardine e principio dello Stato e della società, nel rispetto del suo particolare valore, unito nella garanzia dei diritti di ogni persona e gruppo.

Riassumendo[2]:

L’interesse generale non è la somma  aritmetica degli interessi particolari dei cittadini, l’accumulo disordinato degli interessi di ognuno e di tutti i membri di una comunità, ammesso che possa esistere uno strumento affidabile e garantito per la loro misurazione.

L’interesse generale non è l’interesse della maggioranza perché, in tal caso, s’ignorerebberole necessità e i diritti delle minoranze, un’idea incompatibile con il principio di uguaglianza e con il fondamento stesso della democrazia.

L’interesse generale non implica necessariamente un’utilità materiale. Il soddisfacimento dell’interesse generale può richiedere l’adozione di misure che dal punto di vista economico non soddisfano il requisito di redditività dell’investimento, il concetto di “redditività economica”, quindi, deve essere sostituito da quello di “redditività sociale”. È naturale che alcuni servizi pubblici non siano economicamente redditizi, ma tutti i servizi pubblici devono soddisfare i requisiti di redditività sociale.

L’interesse generale in un mondo globale

Un’antica parabola sufi dice:

“La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe.
Ciascuno ne prese un pezzo
e vedendo riflessa in esso la propria immagine
credette di possedere l’intera verità”
   Jalal ad-Din Rumi

Sostituiamo “verità” con “interesse generale”… se ne perdiamo la visione d’insieme, ognuno – individuo o gruppo – può interpretare, o tentare di imporre, il proprio come interesse generale nella convinzione (o alibi) che i suoi diritti devono essere riconosciuti e rispettati dagli altri, quasi fossero interessi concessi per diritto naturale, e quindi non revocabili in nessun aspetto.

Molte forze usano il “divide et impera” per lasciare separati i “pezzi” e mantenere contrapposte e divise le persone, per poterle dominare meglio e tenerne basso il livello di coscienza.

La “rete di coscienze” serve a ricostituire il grande specchio dello Stato di diritto, di una società matura e unita dove ognuno mette a disposizione degli altri il proprio frammento.

L’interesse generale deve essere il principio ispiratore delle politiche pubbliche ma anche la finalità del complesso sociale e dei singoli.

È possibile in Italia avere, riscoprire, seguire un’idea di “interesse generale”? è possibile riaffermare il valore del bene comune, dei beni comuni?

In caso contrario, dovremmo concludere che l’Italia non è più in grado di pensare al domani perché il domani è la casa in cui si realizzeranno e troveranno risposta le utopie, i desideri, i bisogni, le lotte di oggi.

È indispensabile pensare ad un mondo politico differente, a persone adatte, a progetti radicalmente innovativi, a un’altra idea di paese, scartando il vecchio e proteggendo il nuovo che, faticosamente, cresce tra le macerie di questo difficile presente perché non può esser vero che «l’interesse di tutti debba automaticamente e permanentemente essere ostile all’interesse particolare del cittadino»[3], così come l’interesse individuale debba “essere ostile”, debba porre ostacoli all’interesse di tutti.

Quando, ripetiamo, un potere si arroga il diritto di definire quale debba essere l’interesse di tutti, escludendo ogni dissenso, il bene pubblico si trasforma in interesse particolare, che non include ma esclude, cioè esprime l’interesse del più forte. Al centro dell’attenzione, invece, ci deve sempre essere la persona con i suoi diritti, bisogni, dignità, superando nuovi e vecchi squilibri per salvare e rinnovare quanto c’è di costruttivo, di utile e di morale nell’interesse generale.

Il potere è legittimo nella misura in cui rispetta la dignità di ogni uomo e donna, tutela i diritti inviolabili ad essa inerenti, promuove le condizioni per il libero sviluppo della personalità, garantisce lo Stato di diritto nell’ambito dell’uguaglianza, serve a realizzare il valore della giustizia.

La politica deve porsi finalità comuni a individui e gruppi che compongono il tessuto sociale. Il bene comune si riferisce al beneficio delle persone in quanto uomini e donne integrati in una comunità; un bene comune considerato nell’ottica dell’integrazione della persona nella struttura sociale, dell’articolazione di leggi e modalità per permettere il godimento di diritti individuali e il comune godimento di quelli pubblici.

«Siamo tutti parte del tutto, l’unione di tutti è il globale. […] Non siamo uguali, non abbiamo bisogno delle stesse cose, non siamo preparati allo stesso modo, non abbiamo le stesse capacità, non sviluppiamo gli stessi livelli di intelligenza e di emotività… per questo è indispensabile iniziare a includere invece di escludere, razionalizzare invece di disperdere, rispettare invece di disprezzare, dobbiamo recuperare la visione perduta: “il tutto è più importante dell’individuo, e l’individuo è una parte inseparabile del tutto”»[4].

La politica non può essere l’arte della conservazione di privilegi né un intreccio di strategie e tattiche per non mettere a rischio un potere de facto.

Per giungere ad un radicale cambiamento dell’attuale sistema-mondo occorre una nuova rivoluzione copernicana.

Con grandi difficoltà si accettò il fatto che la Terra non fosse il centro dell’universo, ora bisogna liberare la “gestione della polis” dall’immobilismo creato da interessi particolari e porre al centro non più l’interesse di chi esercita il potere: l’interesse generale – tout court – deve divenire il centro intorno a cui ruotano i “pianeti” che ubbidiscono alle leggi naturali, ai beni comuni, al bene comune che garantisce la continuità e il movimento in un reale progresso.

La sanità, la scuola, il lavoro, la casa, la cultura, il tempo libero, i diritti, la ricerca, l’accoglienza… non devono essere mai più i satelliti intorno al sole del potere politico, economico, religioso, culturale… ma il fulcro intorno a cui ruota l’esistenza, il presente e il futuro.

L’esperienza degli ultimi mesi dovrebbe aprire gli occhi a tutti, a chi sta in alto e chi vive nella propria quotidianità, perché tutti siamo corresponsabili e non possiamo “fidarci” di qualcuno senza un controllo diretto, continuo, efficace… e, se non ci sono, dobbiamo trovare gli strumenti adatti.

Non possiamo, inoltre, limitarci a guardare solo alla propria terra, perché ci sono intrecci indivisibili dai quali dipende il futuro del mondo; non possiamo chiuderci tra le nostre frontiere e rifiutare tutto ciò che ne è fuori perché se è prioritario come interesse generale “l’Italia, per gli italiani, la Francia per i francesi, gli americani per gli USA”… non si va da nessuna parte!

I problemi sul tavolo ieri non sono scomparsi e non si possono nascondere come polvere insignificante sotto il tappeto del nostro attuale, particolare interesse più o meno nazionale.

Si possono fare tanti esempi.

Che tipo d’interesse generale è servirsi del Covid-19 come occasione, come scusa, per lavarsi le mani di fronte a emergenze divenute tragiche normalità?

Del resto, di fronte al dramma dei morti “italiani”, cosa possono importare le nuove tragedie del Mediterraneo? anzi, è necessario contenere gli sbarchi per salvaguardare i nostri concittadini!

Ma c’è contraddizione tra proteggere “chi è nella sua terra” e “salvare vite in mare”? un’azione non esclude affatto l’altra!

Le misure di controllo sull’epidemia vengono strumentalizzate per giustificare la violazione dei più elementari principi umanitari e degli ordinamenti del diritto internazionale.

L’interesse generale supera ampiamente i confini di uno Stato, diviene sempre più transnazionale.

In tempi di globalizzazione non ci si può sottrarre all’obbligo di salvaguardare tutti, indistintamente… viviamo su un’unica Terra anche se, come cantava De André, il pianto e il riso donati all’umanità non sono stati equamente divisi.

Inoltre, troppe scelte politiche si dimostrano oggi tragicamente sbagliate.

Quanto denaro speso in ciò che non serve alla vita… «perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia?» (Isaia 55,2).

Cosa ce ne facciamo ora di un esercito che non ha armi contro questo “nemico”? a cosa servono ora droni, aerei e navi da guerra per combattere contro un avversario che sfugge ad ogni avvistamento?

L’industria delle armi è un baluardo in Italia… contro cosa? Da chi l’Italia deve difendersi (perché solo questa guerra è permessa dalla nostra Costituzione!!!)?

Non sarebbe più sicuro per gli italiani un letto in più in terapia intensiva che un aereo militare?

Quanti ospedali, medici, strutture, mascherine, strumenti, guanti, ecc… ecc… si potevano avere con gli oltre 100 milioni di un F35, con i 40 mila euro sprecati per una sola ora di volo?

Ripetiamo: quante mascherine, guanti, tute protettive, tamponi, strumenti di terapia intensiva, ricercatori e scienziati, personale sanitario… potevano esserci per salvare un numero enorme di persone con i soldi gettati in strumenti di morte che non “saziano” la vita, strumenti ai quali auguriamo il destino di arrugginire in un hangar, nella darsena dimenticata di un porto risparmiandoci almeno i costi smisurati per il loro più breve utilizzo?

Non vale sempre, allora, “prima gli italiani” perché agli italiani ammalati – e morti – servivano ora ben altre scelte politiche ed economiche!

Nessuno si sente colpevole di aver deriso le tante (anche se ancora troppo poche) voci che “gridano nel deserto” per il pericolo (un pericolo per gli italiani!) rappresentato dai tagli alla sanità, alla ricerca, ad una scuola pubblica di “eccellenza” per formare cittadini preparati, capaci di prendere decisioni, informati, consapevoli?

Una coscienza civile non è solo una forma di educazione ma un diritto-dovere per creare società sane – in tutti i sensi -.

Certo ad un certo tipo di potere servono “sudditi” non protagonisti! e quando questo tempo ha dimostrato come sarebbe stato necessario avere una popolazione preparata e cosciente, non sempre si sono avute le risposte che ci si aspettava.

Essere cittadino è molto più di un documento d’identità o l’appartenenza ad una collettività, ad avere una “patria”. Ogni essere umano fa parte di gruppi, dalla famiglia a realtà sempre più complesse, ma oggi le nostre società appaiono fragili, con legami interpersonali meno stretti, con una condivisione più debole… la “scossa” che stiamo vivendo può aiutarci a re-imparare a vivere in convivenza costruttiva, a dare un nuovo volto alle nostre democrazie, a ricompattare habitus democratici, nella consapevolezza di non essere solo soggetti di diritti ma anche di doveri.

La somma delle libertà e degli interessi individuali, che si vuol spacciare per interesse generale, non crea una democrazia, lo fa, invece, la coesione sociale per realizzare progetti e aspirazioni d’interesse comune; una democrazia si costruisce attraverso la partecipazione cosciente e responsabile di ognuno e di tutti.

La situazione attuale dovrebbe avere ampiamente dimostrato che solo una solidarietà sempre più vasta, dal “condominio” all’intera umanità, un’unità profonda per sfidare disuguaglianza e ingiustizia, possono far argine alle tante, e sempre più frequenti, emergenze che stravolgono la storia di persone e popoli.

Sovranismi, nazionalismi, populismi, tentazioni e tentativi totalitari, inquietanti misure speciali non possono dare risposte e soluzioni durature, quelle necessarie al di là del Covid-19, che dovranno decidere il futuro della Terra e dell’umanità e porre le basi di una globalizzazione diversa e positiva per tutti: questo è interesse generale!

Essenziale sarà il coinvolgimento di cittadini coscienti perché solo un forte senso civico sarà determiannte sia in campo sanitario che di organizzazione sociale, in una più profonda e reale democrazia.

Gregorio Arena[5] afferma che poteva esserci un approccio diverso al problema creato dal Covid-19, non «sulla base dello scambio primordiale “obbedienza” (dei cittadini) in cambio di “protezione” (da parte dello Stato), ma sulla base di un patto di collaborazione fra cittadini e istituzioni, alleati contro il comune nemico rappresentato dal virus», prendendo l’occasione di iniziare la costruzione di un «modello di amministrazione condivisa» per far sentire tutti «protagonisti, insieme con le istituzioni, di un’alleanza per l’interesse generale, tutelando con i nostri comportamenti individuali quel fondamentale bene comune che è la salute», «in uno sforzo epocale, di quelli che cambiano la storia di una nazione» per permettere una “ricostruzione” del paese.

Sono emersi in questi mesi fattori positivi, da aiutare a sviluppare con un coinvolgimento anche “istituzionale”, e fattori negativi da analizzare per trovare soluzioni di crescita generale.

Ora più che mai il futuro è nelle nostre mani… ma quale coscienza civica abbiamo?

Molte persone in questi giorni si sono dimostrate irresponsabili, incuranti di mettere a rischio anche gli altri, evidenziando così la mancanza di una “educazione civica” di cui sembra essersi persa la memoria; molte le cause… prime fra tutte la famiglia, la scuola, la società, la politica, modelli di comportamento che apparivano estranei alla nostra cultura e che si sono poi affermati e diffusi in forme volgari e violente.

Non sarebbero state necessarie imposizioni e controlli di fronte alla sfida del Covid-19… ma le nostre società disperse, spesso chiuse nell’individualismo, si sono trovate dinanzi ad ostacoli enormi anche perché s’è persa l’abitudine di pensarci come parte di un sistema che comprende “noi”, gli “altri” e tanto “altro”.

Le ultime indecisioni e misure contraddittorie creano non poche perplessità e preoccupazioni circa la gestione politica, economica, sociale del dopo-virus… suonano inquietanti campanelli d’allarme da non sottovalutare, da monitorare con attenzione per evitare ogni minaccia di deriva democratica, per salvaguardare libertà e diritti acquisiti in seguito a lotte e sofferenze ma mai definitivamente garantiti, da riconquistare giorno per giorno, sempre ma soprattutto ora.

Abbiamo sacrificato (e poteva essere indispensabile!) “libertà” per “sicurezza”… ma “dopo” cosa succederà?

Invocheremo qualche “uomo forte”, rimasto nell’immaginario collettivo da cui emerge in momenti in cui, invece, è richiesta una maggiore presenza di tutti?

Saremo capaci di rivendicare la nostra intera libertà?

Sarà possibile addirittura ampliarla se questo tempo ci avrà fatto riscoprire le responsabilità che tutti abbiamo, la necessità di intervenire, di prendere posizione, di fare una chiara scelta di campo, di sentirsi soggetti attivi del mondo in cui viviamo.

Il “dopo” può vederci migliori (come hanno dimostrato in questi mesi tantissime persone) ma anche peggiori, più chiusi ed egoisti, più integralisti e indifferenti a quanto avviene intorno a noi.

O chiudiamo definitivamente il cerchio in cui ci siamo difesi (e non da oggi) o ci apriamo ad orizzonti veramente nuovi.

O continuiamo a costruire “muri” nell’illusione di proteggerci, ignorando il consiglio di Italo Calvino: «se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori» o iniziamo/continuiamo a costruire ponti per annullare rivalità, sfidare ogni confine e frontiera, aprirci al confronto, arricchirci di ogni “altro”.

La politica deve essere capace di coagulare la società, di far emergere quanto unisce ed è comune a tutti, ben al di là del comune pericolo per la vita e la salute, in un processo di continua crescita verso il “generale”.

I fenomeni che da anni sconvolgono le coordinate mondiali sono emergenze da affrontare non distanziandosi ma cercando la massima coesione.

Crisi economiche, migrazioni, terrorismo, problemi del lavoro, povertà anche sull’uscio di casa nostra, disuguaglianza estrema, sfruttamento dissennato dell’ambiente, distruzione dell’habitat naturale e degli ecosistemi… hanno creato profonde cicatrici, rotture nel tessuto del sistema affermatosi negli anni e a tutto ciò non sono possibili risposte parziali, “nazionali”, perché hanno origine e presentano dinamiche globali. Gli esempi sono infiniti.

Quale futuro?

Il pensiero moderno, da tempo, aggiunge al concetto classico di interesse generale la responsabilità verso le future generazioni e verso il futuro della Terra, scoprendo un’«etica della distanza» (Hans Jonas) che s’aggiunge all’”etica della vicinanza e della contemporaneità”.

Non dimentichiamo che «la differenza tra un politico ed uno statista sta nel fatto che un politico pensa alle prossime elezioni mentre lo statista pensa alle prossime generazioni» (Alcide De Gasperi), una differenza che deriva dal contrasto fra lungimiranza e mediocrità, dall’inclinazione degli uni per l’interesse generale e degli altri per gli interessi particolari, così come le antitesi vecchio-nuovo, parole-fatti, passato-futuro, divisione-unità, apertura-rifiuto, populismo-democrazia.

Il 2019, in tutto il mondo, fu contrassegnato da una diffusa ricerca di libertà, uguaglianza, tolleranza, cambiamento radicale… in uno spirito di ribellione e anticonformismo contro un sistema che non dà risposte alle necessità ed ai bisogni di ampi strati sociali.

Abbiamo assistito a proteste e manifestazioni contro misure politiche ed economiche che creano sempre più disuguaglianza, contro la corruzione di un potere sempre più lontano da un barlume di Stato di diritto, contro privilegi violenza degenerazione di valori e ideali, proteste femministe, richieste di coinvolgimento nelle decisioni che riguardano l’intera società, la rivendicazione di maggiori garanzie per i diritti, contro la privatizzazione di ampie branchie della vita sociale che hanno messo in ginocchio le conquiste del Welfare…

La crisi del Covid-19 sta soffocando il germe di questo nuovo scenario mondiale che si stava affermando in geografie e storie tanto diverse o, invece, sarà la molla per una presa di coscienza più forte e generale?

Lascerà più spazio ai poteri forti “in difesa” di cittadini paralizzati dalla paura dell’oggi e del domani o permetterà invece di creare reti e rapporti più estesi, collegati anche da questa nuova emergenza che coinvolge l’intero pianeta?

L’ampio spettro dello scontento sociale mette in luce un campionario talmente eterogeneo in culture tanto diverse che risulta evidente l’eccezionalità di un momento senza precedenti.

La trasversalità del fenomeno supera il carattere ideologico di rivolte passate e facilita la generalizzazione di movimenti apparentemente senza collegamenti, nati spesso spontaneamente e da piccoli gruppi.

È evidente che il detonatore è particolare, ma sono comuni le cause. Si può parlare di un crogiolo di situazioni in cui si verifica una fusione di elementi diversi, “purificati” da ciò che divide esaltando le convergenze e le positività, oltre all’indignazione e alla rivendicazione di un presente e un domani migliori, di un reale buen vivir per tutti.

Questa “transnazionale dello scontento” vede i giovani come protagonisti e avanguardia perché stanno pagando un prezzo molto alto per una crisi che può mettere a rischio il loro futuro.

Perché questo non avvenga è nelle mani di tutti noi, ne saremo tutti responsabili dinanzi alla storia.

Non si può ritornare alla precedente “normalità” perché proprio questa si è rivelata il problema, ricordiamo che non solo non siamo soli, ma siamo responsabili verso gli altri: ogni nostra azione – positiva o negativa – coinvolge tutti, gli altri dipendono da noi, così come noi dipendiamo dagli altri.

Cornelius Castoriadis «fa una distinzione tra l’oikos, cioè la sfera privata, e l’ecclesia, il foro dei problemi pubblici. In mezzo è l’agorà, dove pubblico e privato si misurano e s’incontrano. Stiamo perdendo l’agorà, perché si è indebolita l’ecclesia. Cioè la nostra ecclesia, lo stato nazione, esercita un potere sempre più limitato»[6], e questo dovrebbe essere un programma/progetto per tutti: riprendersi l’agorà da protagonisti.

Gramsci disse: «il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire», è oggi più che mai il momento di transizione tra un ordine fallito – o per lo meno in profonda decadenza – incapace di rispondere alle sfide attuali di un nuovo sistema di cui non si riesce ancora ad intravedere bene il modello di sviluppo, gli obiettivi e le coordinate che devono guidarlo.

Sta a noi, alla nostra coscienza e lotta, tener viva la speranza e impedire che si avveri quanto temeva Gramsci: «e in questo chiaroscuro nascono i mostri».


aprile 2020, Fondazione Guido Piccini

La fondazione Guido Piccini per i diritti dell’uomo ha due finalità essenziali: il lavoro culturale e la solidarietà a livello nazionale ed internazionale, con iniziative culturali e progetti concreti.


Note

[1] Interessante, tra i tanti esempi, la posizione del Guicciardini: «Quando io ho detto di ammazzare o tenere prigionieri e’ pisani, non ho forse parlato cristianamente, ma ho parlato secondo la ragione e l’uso degli stati». La tradizione morale non è più vincolante e spesso si trova in contrapposizione con le scelte politiche senza che tutto ciò abbia regole e spiegazioni precise, infatti afferma che è impossibile «allegare ragione perché nell’uno caso si abbia a osservare la conscienza, nello altro non si abbia a tenerne conto».

[2] Cfr. Pablo Acosta, El interés general como principio inspirador de las políticas públicas, Revista General de Derecho Administrativo n. 41 – 2016

[3] Hannah Arendt, Sulla Rivoluzione, ed. Comunità 1983

[4] Pablo Acosta, El interés general como principio inspirador de las políticas públicas, Revista General de Derecho Administrativo n. 41 – 2016

[5] Gregorio Arena, Un patto con la Repubblica per la salute bene comune, 23 marzo 2020 www.vita.it 

[6] Oreste Pivetta, Ci serve un’etica della distanza, L’Unità – 30 Gennaio 2000 

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