Trump getta benzina sul Medio Oriente | Alfonso Navarra

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No alla guerra contro l’Iran: oltre 70 manifestazioni negli Stati Uniti

Il raid di inizio 2020 (la notte del 3 gennaio) a Bagdad, deciso dal presidente USA per l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, una figura di grande calibro, ha con ogni probabilità dietro l’ala dura pro Israele del Pentagono e rende la situazione in Medio Oriente, già incandescente (siamo già nel pieno di numerose guerre!), disastrosamente più vicina a una deflagrazione generale, forse non immediata, ma sicuramente sullo sfondo.

Il punto di non ritorno che ha fatto scattare la decisione “muscolare” di colpire un alto grado “intoccabile” (l’antecedente che si ricorda è quello di Reagan che ordinò di bombardare la Libia nel 1986) sarebbe stato l’attacco all’ambasciata americana a Bagdad l’ultimo dell’anno.

Le motivazioni principali di un gesto giudicato da molti analisti azzardatissimo, e per nulla approvata dalla fazione democratica, sarebbero tre;

  1. l’orientamento dell’ala dura del Pentagono, quella dei falchi destabilizzatori pro Israele, la stessa che ha spinto Trump a decisioni controverse come lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, il riconoscimento della sovranità di Israele sul Golan dopo 52 anni di occupazione, l’iscrizione delle Guardie della rivoluzione iraniane tra le organizzazioni terroristiche;
  2. Trump in vista delle presidenziali del 2020 vorrebbe anticipare e fare passare in secondo piano un rallentamento previsto dell’economia, dopo che la Borsa è salita ai massimi in questi ultimi tre anni;
  3. sempre per motivi elettoralistici, Trump tenterebbe di sviare l’opinione pubblica dall’impeachment facendo salire in modo programmato la tensione tra USA e Iran.

Albrerto Negri, ex Sole 24 Ore, oggi reditorialista de “Il Manifesto”, vede da sempre in atto una strategia di destabilizzazione USA del Medio Oriente cui ora si aggiungerebbe semplicemente un nuovo capitolo: “Colpire al cuore il regime iraniano e assestare una mazzata all’apparato di sicurezza sciita in Iraq“.

(Da “Il caos creativo americano colpisce ancora“, di Alberto Negri, su “Il Manifesto“, 4 gennaio 2019).

Scrive infatti Negri: “SIAMO NEL PIENO di quel “caos creativo” – anche questa volta dalle conseguenze imponderabili – che gli Stati Uniti perseguono da circa un ventennio con criminale determinazione nel nostro cortile di casa.

Una decisione che rientra perfettamente nella strategia americana di sconvolgere gli equilibri precari del Medio Oriente iniziata con l’invasione dell’Iraq nel 2003, continuata con i raid in Libia del 2011 contro Gheddafi, insieme a Francia e Gran Bretagna, e proseguita con la guerra per procura in Siria contro Assad, un conflitto che ha visto le monarchie del Golfo e la Turchia impegnate, insieme ai jihadisti, a contrastare prima di tutto l’influenza iraniana e poi anche quella russa. Il tutto con il consenso degli Stati Uniti.

L’OBIETTIVO di Washington era ed è quello di polverizzare gli stati arabi e musulmani che in qualche modo possano opporsi a Israele, il guardiano degli Usa nella regione, e all’Arabia Saudita, il maggiore cliente di armamenti Usa legato dal 1945 a Washington da un patto di ferro firmato tra il sovrano Ibn Saud e il presidente Roosevelt. La sostanza del conflitto secolare tra sciiti e sunniti, manovrato già con l’attacco di Saddam Hussein all’Iran rivoluzionario nel 1980 e rinfocolato in Siria e Yemen, risiede nello scopo di eliminare prima o poi, il regime della repubblica islamica.

L’obiettivo della destabilizzazione permanente è stato colto in Iraq, precipitato nel caos da 17 anni, e in parte anche in Siria, nel mirino costante dei missili israeliani. Ma rimaneva e rimane l’influenza di Teheran in Iraq, a Damasco e soprattutto in Libano dove gli Hezbollah alleati di Teheran sono dotati di un arsenale missilistico che ha fermato Israele nel 2006. L’attentato americano contro Soleimani rientra in questa logica e non a caso il generale iraniano, dominus della politica estera e non solo militare nella regione, ieri rientrava a Baghdad proprio da Beirut. Era lui l’architetto della resistenza sciita che rivolgeva i suoi ammonimenti direttamente anche ai generali americani come Petraeus.

(…)

PER QUALE motivo gli Usa hanno colpito Soleimani proprio adesso? La sua presenza e la sua capacità organizzativa erano incompatibili con i piani americani di fare dell’Iraq una base operativa anti-iraniana. I segnali dell’escalation in Iraq si potevano cogliere già nelle settimane precedenti con gli attacchi Hezbollah agli Usa e le immediate repliche americane. Gli Usa stanno facendo le valigie dalla Turchia che ha accordi militari con la Russia e l’Iran: Incirlik per loro non è più una base sicura né per tenere le testate atomiche né per attaccare l’Iran.

ERDOGAN, che ha pure acquistato le batterie russe anti-missile S-400, non è più un alleato Nato affidabile e ha già chiuso Incirlik dopo il fallito golpe del 2016, concedendo poi assai di malavoglia la base agli americani per i raid contro il Califfato. Gli Usa hanno così rafforzato la loro presenza in Iraq, aggiungendo 750 militari ai 5mila già presenti e trasferendo una parte del loro arsenale balistico e le bombe nel caso gli Usa dovessero attaccare la Repubblica islamica. Insieme naturalmente ai droni che potrebbero avere colpito Soleimani anche dal territorio iracheno. Se fosse confermata questa ipotesi, come sembra adombrare alla Bbc l’informato agente Pregent, la tensione diventerà esplosiva.

COSA SUCCEDE ADESSO? Cosa farà ora Trump e come reagiranno gli iraniani dopo i funerali del loro martire? E’ più che probabile che la morte di Soleimani faccia da subitaneo amplificatore delle tensioni nelle regione: dove già si combatte si sparerà di più e dove c’era tregua si riprenderà a sparare.

Il quotidiano “la Repubblica” del 5 gennaio 2020 riporta in prima pagina il grido di vendetta del regime iraniano contro l’America: “Pagherete per anni“. E riporta di razzi che a Bagdad hanno preso di mira l’ambasciata USA.

Secondo Ugo Tramballi, che scrive sul Sole 24 Ore del 5 gennaio 2019 (“Il vero rischio è una seconda guerra tra Israele e Hezbollah nel Libano”), uno scontro diretto tra USA e Iran è da escludere nell’immediato, ma le botte verrebbero scambiate attraverso una spirale di attentati terroristici e di ritorsioni droniche; e per interposto conflitto, in particolare attraverso uno tra i vari che coinvolge più direttamente la presenza militare italiana.

Di tutti i conflitti latenti e in corso, il più pericoloso è una seconda guerra fra Israele e Hezbollah libanese, dopo quella distastrosa (per entrambi) del 2006…  l’unico conflitto minore che potrebbe contagiare l’intera regione … E’ bene ricordare che dal conflitto del 2006 nel Sud del Libano c’è UNIFIL, i circa 10mila militari della forza multinazionale di interposizione delle Nazioni Unite. Il comandante è un italiano, il generale Stefano Del Col; anche il contingente più grande, 1.068 donne e uomini, è italiano… Il premier israeliano Bibi Netanyahu e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman hanno sempre esortato gli Stati Uniti a dichiarare guerra all’Iran. In una regione dove i protagonisti fanno combattere le loro guerre ad altri, cioè ad attori minori, con una certa presunzione vorrebbero far risolvere il problema per procura agli americani. La loro milizia regionale dovrebbero cioè essere le forze armate degli Stati Uniti.
Una simile autostima è sempre pericolosa in Medio Oriente. È la stessa che coltiva Hassan Sayed Nasrallah, il leader supremo di Hezbollah: il titolo di “Sayed” denota la discendenza dal Profeta. Nel 2006 fu lui a provocare la guerra, uccidendo e rapendo dei soldati israeliani. E quando Israele rase al suolo due terzi delle infrastrutture libanesi, Nasrallah si limitò a commentare: «Non pensavo che gli israeliani avrebbero reagito così».

LA PREOCCUPAZIONE DEL VATICANO E DELLE DIPLOMAZIE EUROPEE. Scorrendo la stampa nazionale, si registrano appelli e preoccupazioni, e non poteva mancare l’invocazione di Papa Francesco alla pace. L’editoriale di Andrea Bonanni su “la Repubblica” del 5 gennaio 2020 si intitola: “L’impotenza della UE” e denuncia un divario tra Europa e USA di Trump che va allargandosi (e sfociando verso “una crisi decisiva“) dopo i venti di guerra con l’Iran.

Francesi e tedeschi, scrive Bonanni, non si sono limitati alle critiche contro il comportamento di Trump, per un raid dagli sviluppi pericolosissimi deciso senza avere informato e consultato nessuno, hanno fatto di più.  Hanno addirittura cercato con i cinesi una posizione comune sulla crisi. E l’hanno trovata su due punti. “Primo: la necessità di preservare la sovranità dell’Iraq, denunciando così implicitamente come sia stata violata dall’attacco americano. Secondo: l’importanza che l’Iran, in questo momento, non trasgredisca ulteriormente gli accordi sul nucleare“.

Bonanni è però pessimista su un attivismo a guida francese che però “non basta a salvare la faccia e l’anima dell’Europa“.

Traditi dagli USA, il cui presidente ormai non riconosce i vincoli impliciti nelle alleanze, minacciati dalla Russia, che manda i suoi mercenari ad attacacre il governo libico, gli ruropei sono ridotti a cercare nella Cina l’unico interlocutore politico globale che non sia loro manifestamente ostile. Tutto questo la dice lunga sulla solitudine del Vecchio Continente e dei suoi valori, ma anche sulla sua ormai tragicomica impotenza. (…) Quando parlano le armi (…) l’Europa è costretta a tacere e ridotta a balbettare. E questo non solo perché le mancano una capacità militare autonoma e una diplomazia unica più forte delle ormai grottesche ambizioni nazionali (…). E’ il dna stesso dell’Europa, nata dagli eccidi delle due guerre mondiali, a rifiutare l’uso della forza come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. E’ il peso delle colpe per il nostro passato colonialista (…). E’ la tenuta delle nostre istituzioni democratiche a impedire che i nostri governi facciano ricorso alle armi senza il consenso dei nostri Parlamenti. Di tutto questo dobbiamo ovviamente essere fieri. Ma dobbiamo essere consapevoli che la solitudine dei nostri valori sta diventando solitudine politica e debolezza diplomatica“.

SERVE UNA GRANDE AZIONE PER LA PACE. Attivare concretamente percorsi di pace significa molto di più che lanciare ecumenici e generici appelli contro la violenza, tipico mestiere da Papa quando dimentica la nonviolenza efficace . Dobbiamo lavorare per costruire una grande e unica voce almeno dell’Europa, sfruttando il “dna pacifista” che le viene imputato come limite (si veda l’articolo di Bonanni) e che invece, sviluppato coerentemente, potrebbe risultare un’opportunità e un vantaggio. Bisogna avere, come europei, più coraggio e coerenza: ad esempio, non si può contemporaneamente tenere per l’accordo sul nucleare iraniano e contemporaneamente appoggiare le sanzioni americane contro l’Iran. Non si può protestare per l’estromissione dalla Libia da parte di russi e turchi e contemporaneamente azzuffarsi tra Francia e Italia per chi sfrutta di più le sue risorse fossili in senso neocoloniale, magari dopo aver anche predicato il rispetto degli accordi di Parigi sul clima. L’azione per la pace può nascere da un autopotenziamento che deriva da una autonoma e radicale scelta europea per la conversione ecologica, da perseguire poi insieme ai partner extraUE, in prima fila i dirimpettai dell’Africa e del Medio Oriente. Solo in questo modo potranno risultare credibili gli inviti alle conferenze di pace basati su diplomazie che non perseguano, ipocritamente, gli obiettivi della guerra con mezzi fintamente di pace, ma lavorino senza contraddizioni per obiettivi di pace attraverso mezzi di pace. Sarebbe quindi opportuno che, nel frattempo, le mobilitazioni pacifiste non siano fiancheggiamenti di schieramenti bellici, non rispondano ai soliti appelli dettati da vecchie logiche geopolitiche, dimenticando che lo stesso popolo iraniano è in questi giorni in rivolta contro il regime, rivolta che aprirebbe speranze di democrazia importanti per la convivenza di tutti i popoli del mondo ma che verrà facilmente soffocata dalla spirale bellica dei militaristi dell’uno e dell’altro fronte. E deve avere comunque un ruolo la resistenza, possibilmente con azioni dirette nonviolente, al coinvolgimento del governo di cui siamo elettori, quello italiano, rispetto alle dinamiche di guerra, e quindi l’opposizione a che le operazioni belliche partano dalle basi americane e NATO presenti in Italia.

Se si indicono in questi giorni mobilitazioni “per la pace”, vorremmo che gli obiettivi dei raduni non fossero, scontatamente, le sole ambasciate americane, ma le istituzioni della UE a cui chiedere costruttivamente di non seguire gli USA di Trump nell’avventurismo bellicista. Ameremmo inviti a manifestare che contenessero parole di tono armonico per le “sardine” ma con contenuti chiari:

Chiediamo che il nostro governo e l’Unione Europea si attivino in un ruolo di pace, frenando le spinte belliciste della Casa Bianca ed agendo con gli altri attori internazionali, sotto l’egida dell’ONU, per l’avvio di un dialogo con l’Iran cominciando con la rimessa in discussione delle sanzioni comminate unilateralmente dagli Usa. Queste sanzioni non aiutano le legittime rivendicazioni del popolo iraniano alla libertà e alla democrazia contro il regime teocratico, la cui repressione di fine anno ha lasciato sulla strada centinaia di morti. Chiediamo una iniziativa unitaria dell’Europa mirata ad una grande conferenza internazionale sul Medio Oriente e sul Mediterraneo con l’obiettivo di unire i popoli contro le grandi crisi che effettivamente li minacciano: la disuguaglianza, il collasso ecologico, il potere incontrollato dei complessi militari-industriali-energetici. Chiediamo che i governi europei, a cominciare dal governo italiano, dichiarino l’indisponibilità delle basi militari che si trovano sul loro territorio – in Italia da Aviano, a Camp Darby, a Napoli, a Sigonella – per le operazioni belliche che gli USA stanno conducendo in Medio Oriente.  Per quanto riguarda il nostro Paese, l’articolo 11 della Costituzione ci impone di evitare qualsiasi coinvolgimento dell’Italia in uno scenario di guerra. Esigiamo per questo che si ritirino le truppe inviate in Iraq e si assuma un’iniziativa diplomatica forte, verso tutti i soggetti coinvolti, in una consapevolezza europeista ed in uno spirito di “terrestrità”, cioè di cultura di pace e di riconciliazione “.

POST SCRIPTUM. Sotto riportato un articolo di Alberto Negri, apparso sul Manifesto del on-line del 5 gennaio 2020, che denuncia come la spirale bellica stia soffocando le opposizioni sociali interne, le democratiche e giovanili “primavera irakena” e “primavera iraniana”.


Questa è l’ora dei falchi, non delle colombe | Alberto Negri

Iran funesta. Nell’ora dei falchi Trump scoprirà che il suo sconnesso e lungo addio al Medio Oriente riserverà amare sorprese

il manifesto, edizione del 05.01.2020

L’effetto immediato dell’attacco al numero due del regime iraniano Qassem Soleimani e al suo braccio destro iracheno Abu Mahdi al Muhandisi è che le opposizioni, sia in Iraq che in Iran, verranno mese in un angolo. Questa è l’ora dei falchi non quella delle colombe. E lo stesso Trump potrebbe vedere rivoltarsi contro il colpaccio proditorio di Baghdad se gli iracheni chiedessero il ritiro dei soldati Usa o la loro drastica riduzione.

Una decisione che potrebbe scuotere dal torpore anche le nostre autorità sul destino dei militari italiani in Iraq. Noi più che falchi o colombe siamo in piccionaia.
In Iraq potrebbe cominciare una nuova guerra civile, persino più complessa delle precedenti, e non siamo attrezzati a un altro conflitto nel Golfo – visto che dovremmo preoccuparci della Libia sotto casa – come vorrebbero i deliranti esponenti dell’opposizione, affiancati come squillanti mosche cocchiere da commentatori sulla stampa e in tv sdraiati come tappetini sulle posizioni filo-americane, filo-israeliane e anti-iraniane.

Sono talmente smemorati che citando il nucleare iraniano si dimenticano di ricordare che è stato Trump ad affossare l’accordo del 2015 imponendo sanzioni anche alle nostre imprese con perdite di commesse per 30 miliardi di euro: insomma siamo cornuti, mazziati e pure contenti di esserlo.

Un Paese così tremebondo da non accorgersi che gli Usa in questi anni hanno portato le loro guerre in casa nostra, dall’Iraq, alla Siria, alla Libia. Sarebbe ora di decidere alcune cose

1) Fermare le basi Usa in Italia fino a che la situazione non sarà chiarita tenendo aperto solo il monitoraggio radar sulla Libia che ci interessa

2) Avviare il ritiro dei contingenti militari da Iraq e Afghanistan

3) Congelare gli acquisti degli F-35 americani

4) Consultarsi con l’Onu sulla sicurezza del contingente italiano e internazionale in Libano.

Né il presidente della repubblica, né il governo e tanto meno l’opposizione, che osanna Trump sperando in una sua telefonata, sono in grado di fare questo perché privi di ogni sovranità e dignità nazionale. Quindi agli italiani, abbandonati a se stessi, senza sapere cosa pensare del mondo e, dati i precedenti storici, abbastanza felloni di natura, non resta che darsi alla solita fuga, anche dalla realtà. Tanto ci pensano Trump, Putin ed Erdogan.

Ma sul fronte iracheno le cose si stanno muovendo rapidamente, come dimostrano i funerali di Soleimani voluti fortemente a Baghdad dalla leadership irachena e sciita.

Anche gli esponenti sciiti Come Muqtada Sadr ostili al governo del dimissionario, si stanno ricompattando, non escluso il grande ayatollah Alì Sistani, uno degli ultimi marja-e-taqlid in circolazione, una fonte dell’imitazione, che era stato più volte critico del governo per la sanguinosa repressione della manifestazioni contro la corruzione. Lo spazio per l’opposizione si restringe soprattutto nel campo sciita che teme dopo l’uccisione di Soleimani un ritorno in forze delle milizie sunnite.

Sugli oppositori può gravare sempre di più il sospetto che facciano il gioco non soltanto degli americani ma anche dell’Isis, di Al Qaida, di quelle forze che proprio il generale Soleimani aveva fermato nel 2014 alle porte di Baghdad prima che si impadronissero della capitale. Ovviamente ci siamo dimenticati anche di questo, come per Trump è stato facile, e criminale, scordarsi del sacrificio dei 10mila curdi siriani uccisi nelle battaglie contro il Califfato per poi abbandonarli in preda al massacro di Erdogan con il ritiro degli Usa dal Nord della Siria.

Di questo passo lasceremo in Medio Oriente così pessimi ricordi dell’Occidente da rendere quasi sfumata la memoria di protettorati coloniali e spartizioni dei primi anni Venti del Novecento che sono comunque all’origine dei mali contemporanei della regione e sono stati rinverditi dall’America di Trump con il riconoscimento dell’annessione israeliana del Golan e di Gerusalemme. Ora manca solo la Cisgiordania è il gioco è fatto: triturati i palestinesi, i siriani, gli iracheni, strangolati gli iraniani con le sanzioni, faremo spazio a un unico guardiano della regione, affiancato dall’Arabia Saudita del principe assassino Mohammed bin Salman cui tutti stringeranno la mano al prossimo G-20 di Riad.

Ma i falchi iraniani non sono tanto fessi. Hanno tenuto botta per vent’anni nella regione con un budget militare che è sei-sette volte inferiore a quello dei sauditi incapaci di qualunque successo in Yemen. Sono maestri della guerra asimmetrica e nel colpire i bersagli dopo lunghe attese. Nell’ora dei falchi Trump scoprirà che il suo sconnesso e lungo addio al Medio Oriente riserverà amare sorprese.


Fonte: disarmisti esigenti