Cile, l’eredità di una dittatura che continua a fare vittime | Benedetta Pisani

Daniela Carrasco e Albertina Martinez Burgos

La morte di Daniela Carrasco, artista di strada, e Albertina Martinez Burgos, fotografa, è avvolta nel mistero.

Donne forti, autonome e indipendenti, testimoni non-passive della protesta che, da più di un mese, tenta di sovvertire l’ordine dittatoriale e oligarchico del governo di Piñera, “eletto” nel 2017 dal 26%  degli iscritti al registro elettorale.

Le agitazioni hanno avuto inizio a seguito della decisione di aumentare il prezzo del biglietto della metropolitana di 30 pesos, da 0,98 cent ad 1,02 euro. Aumento apparentemente irrisorio è, in realtà, molto significativo considerando che, quando la società privata del sistema di trasporto Transantiago è stata inaugurata nel 2007, il prezzo del ticket era di circa 0,59 centesimi.

La violenta repressione governativa ha inasprito i toni della protesta, portando all’esasperazione il malcontento di un popolo che, dagli anni di Pinochet, si vede sempre meno tutelato nel riconoscimento dei suoi diritti fondamentali.

L’11 settembre non è solo Twin Towers. Fino al 2001, l’11 settembre era macchiato del sangue delle 3200 vittime del golpe cileno del 1973, che costò la vita al presidente Allende e al futuro della democrazia cilena.

L’aspetto economico della vicenda cilena viene spesso trascurato nelle analisi storiche, ma costituisce la base di un progetto politico e sociale ben preciso. Il Cile di Pinochet è stato il primo paese a tentare di mettere in pratica le teorie della nuova dottrina neoliberista, presentata da Milton Friedman, la quale ambiva ad una riproposizione del liberismo di inizio Ottocento, in cui il mercato era visto come un sistema in grado di autoregolarsi senza interferenze da parte dello Stato, un mondo utopico regolato dalle leggi economiche e caratterizzato da piena occupazione e crescita perpetua.

In Cile furono, quindi, applicate le tre regole principali del neoliberismo: riduzione delle spese sociali, privatizzazione delle aziende e abolizione di tasse protezionistiche e dazi doganali, determinando l’annullamento delle regole che controllano il livello dei prezzi.

La liberalizzazione doganale aveva originato un circolo vizioso in cui disoccupazione, inflazione e disuguaglianza sociale avevano raggiunto livelli senza precedenti.

Il Ministro della Difesa ai tempi del governo Allende, Orlando Latelier, in The Chicago boys in Cile, scriveva: “la concentrazione della ricchezza non è un caso, ma la regola; non è un inconveniente economico, ma un successo politico”.

Il disagio diffuso tra la maggior parte della popolazione e la libertà economica limitata alle piccole élite privilegiate sono, quindi, il riflesso di “un’armonia intrinseca tra libero mercato e terrore illimitato” (The Nation, 28 agosto 1976).

Non dovrebbe esistere politica economica legittimata a violare i diritti umani, né alcuna ricchezza economica più forte della ricchezza della libertà.

Ma, purtroppo, non sempre è vero che dalla storia si impara. Ancora una volta, in Cile, diritti umani e libertà vengono negati per consentire al governo di realizzare il sanguinoso disegno macchiato dall’eredità di una dittatura che continua a fare vittime.

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