Clima, capitalismo e apparato militare | Nick Buxton

Attribuire il cambiamento climatico al capitalismo  non fa certo parte del sentire comune, ma affermarlo non è più un tabù. Naomi Klein, scrittrice e attivista canadese, ha contribuito a  diffondere questa idea,  che ora viene espressa anche in ambiti più insoliti. Nell’agosto 2018 un gruppo di scienziati finlandesi, incaricati dal Segretario Generale delle NU, ha dichiarato che l’attuale sistema economico non è in grado di far fronte alle molteplici crisi sociali ed ecologiche che si stanno manifestando. […]

Le spese militari

E’ certamente positivo che un numero crescente di persone sia in grado di individuare dei collegamenti tra il nostro sistema economico e la distruzione ambientale. C’è molta meno attenzione tuttavia ai legami tra problemi ambientali e il sistema di  sicurezza basato su un approccio  militare. Si tratta di un’omissione sorprendente, se si considera  quanto potere ha l’apparato militare e quanto sia aumentato negli ultimi decenni.  Tenendo conto che il cambiamento climatico aumenterà in modo drammatico instabilità e insicurezza,  diventa evidente il ruolo cruciale svolto dai militari in un mondo così profondamente cambiato. Dal canto loro i politici, se da un lato si sono dimostrati incapaci di prendere le decisioni necessarie per arginare il peggioramento del  cambiamento climatico, dall’altro non hanno incontrato difficoltà a trovare dei fondi per finanziare le esigenze di ‘sicurezza’.

 La spesa militare globale nel 2017 è stata di 1,74 trilioni[1] di $, pari a 230 $ per ogni abitante sulla Terra, quasi il doppio rispetto alla fine del periodo della Guerra Fredda.   Sono stati soprattutto gli eventi  del l’11 settembre (l’attacco alle torri gemelle) ad alimentare una guerra onnicomprensiva  contro il ‘terrore’ e a far approvare spese militari senza limiti.

Le spese destinate dai governi  a questo scopo hanno rinforzato il potere e l’influenza di industrie militari (come la Lockheed Martin in USA  e la Elbit in Israele) che adesso collaborano a impostare in tutto il mondo le politiche di sicurezza dalle quali traggono ulteriori profitti.

Un mercato in crescita

Naomi Klein ha richiamato l’attenzione a un ‘caso epico  di scelta storicamente sbagliata’, quando la rivoluzione neoliberista globale si è affermata proprio quando avevamo bisogno di imporre delle regole alle corporations e di avviare una transizione programmata verso le economie a basso utilizzo di  carbonio.  Direi che un caso altrettanto grave di scarso tempismo è stato quello di favorire una enorme crescita del complesso militar-industriale destinato alla sicurezza, proprio nel momento in cui le conseguenze del cambiamento climatico stanno  diventando più evidenti.  Questa scelta consentirà sicuramente all’apparato militare di svolgere un ruolo sempre più importante nell’affrontare il cambiamento climatico – con conseguenze per tutti noi.

Per capire quanto potere  ha ormai conseguito il sistema militare oggi è importante andare oltre ai dati relativi ai finanziamenti  in continua crescita e alle guerre  senza fine (come quella che in Afganisthan si trascina da 17 anni),  per prendere coscienza – e mettere in discussione – il consenso che ha creato nel pubblico nel promuovere iniziative sempre più pervasive in nome della ‘sicurezza’.

Le grandi aziende di armi  oggi non vendono solo armi,  ma vendono ogni sorta di soluzioni ‘per la sicurezza’ , dalle telecamere  nei quartieri urbani ai sistemi per il rilevamento delle impronte digitali, agli impianti radar  di alta tecnologia per il controllo di frontiere sempre più militarizzate.

Si tratta di un mercato che è cresciuto moltissimo:  una stima conservativa valuta che nel 2020 il giro di denaro sarà di 418 miliardi di $.

Criminalizzazione crescente

Alcune delle nuove aziende che si occupano di sicurezza sono perversamente coinvolte sia  nel creare insicurezza che nel fornire soluzioni  al problema.  Una relazione pubblicata nel 2016 dal Transnational  Institute  ha messo in luce che tre delle principali aziende che vendono  armi all’Africa e al Medio Oriente – Finmeccanica, Thales e Airbus –sono anche nella lista dei principali vincitori di contratti per militarizzare le frontiere europee. In altre parole, traggono un doppio profitto: prima alimentando le guerre che causano tante popolazioni a fuggire e a diventare rifugiate;  poi fornendo la tecnologia e le infrastrutture che impediscono ai rifugiati a trovare salvezza.

Definire il militarismo come un fenomeno che riguarda solo le guerre che si combattono altrove è scorretto: in realtà esso riguarda anche le risposte – sempre più militarizzate – combattute entro i propri confini: quelle che avevano  come bersaglio dapprima le comunità marginalizzate (Musulmani, immigranti), poi gli attivisti, poi i membri di associazioni umanitarie, e alla fine tutti noi.

Questo processo di militarizzazione, accompagnato da una crescente criminalizzazione delle persone, si sta manifestando  ormai ovunque nel mondo.  Nel Regno Unito, per esempio, nel 2015 4.000 persone sono state dichiarate come potenziali estremiste e soggette a un programma  molto duro di sorveglianza  – più di un terzo di loro sono bambini.

I gruppi di protesta – Black Lives Matter e Standing Rock – negli Stati Uniti hanno dovuto affrontare l’opposizione governativa  munita di carri armati anti mine e di droni. In Honduras  più di 120 persone sono state assassinate tra il  2010 e il  2016 da gruppi paramilitari mentre manifestavano contro il furto di terre e contro i progetti di miniere e dighe.  

Ingenti emissioni

Thomas Friedman

Thomas Friedman, influente commentatore sui media americani e dichiarato sostenitore del neoliberismo,  ha  spiegato le ragioni di questa risposta militarizzata – e con sorprendente onestà ha affermato:  “McDonald non può fiorire senza McDonnell Douglas, il progettista dell’ F-15. E il pugno nascosto che assicura che le tecnologie di Silicon Valley  si diffondano nel mondo con sicurezza  è costituito dall’Armata USA, dalla sua flotta, dalla sua forza aerea”.

In altre parole, il capitalismo e il militarismo (e soprattutto l’imperialismo USA) non sono solo forze parallele, ma sono realtà inestricabilmente interconnesse. Tuttavia Friedman  ha mancato di richiamare l’attenzione sul fatto che il ferreo controllo militare non è esercitato solo fuori, ‘nel mondo’, ma anche a casa propria, negli Stati Uniti.

Gli stretti legami  tra capitalismo e militarismo emergono se si tiene conto delle operazioni militari e del loro impatto ambientale:    il Pentagono è il maggior consumatore di petrolio nel mondo.  Uno solo dei suoi jet,  il B-52 Stratocruiser, consuma  circa 3.334 galloni all’ora, la stessa quantità che consuma un’auto di media cilindrata in sette anni.  Nonostante la sua elevatissima impronta ambientale,  il contributo dell’apparato militare USA non è adeguatamente contabilizzato  tra quelli dei paesi industrializzati, e risulta esente dalle restrizioni  decise con gli accordi di Parigi del 2015. 

Distribuzione strategica

Se le emissioni prodotte dall’apparato militare USA fossero tenute in conto, saremmo ancora più lontani dal traguardo che era stato fissato di contenimento delle temperature entro un aumento di 2 °C.

Il loro ruolo è ancora più significativo se si tiene conto che la maggior parte delle forze militari USA sono distribuite in più di 800 basi, sparse in tutto il mondo, e che le flotte di aerei e navi si spostano continuamente per il globo.

Ed è chiaro che le rotte continuamente attraversate da queste flotte sono particolarmente fitte nelle aree ricche di petrolio e di risorse: intorno a  quei nodi  strategici  emerge  continuamente il ronzio dell’economia globalizzata. 

Il gruppo di ricerca  Oil Change International   ha calcolato che fino alla metà delle guerre tra stati combattute dal 1973 ad oggi riguardavano il possesso, l’uso, lo scambio di combustibili fossili.

Anche la violenza della polizia contro la resistenza manifestata dalle popolazioni  riguarda la protezione di progetti  che hanno a che fare con i le industrie e le infrastrutture legate ai combustibili fossili. Sempre più gli attivisti ambientali  si trovano di fronte a una risposta violenta  quando si oppongono alle industrie estrattive.

La rimozione delle regolamentazioni

L’ organizzazione per i diritti umani  Global Witness segnalò nel 2015 che ogni settimana tre persone venivano uccise mentre difendevano le loro terre, foreste e fiumi contro l’appropriazione da parte delle industrie estrattive. Il potere ha sempre usato la violenza per affermarsi, ma questo fenomeno è molto aumentato con il capitalismo degli ultimi decenni.

Certamente una delle cause di tale aumento di violenza è stata la legittimazione a un uso crescente della forza militare e della violenza di stato dopo l’11 settembre.   Ma ha contribuito anche l’acuirsi della crisi ecologica.

Il Centro di ricerca dello Stockholm Resilience Center  ha individuato nove processi  e cicli naturali che regolano la stabilità e la resilienza del pianeta da cui dipendiamo:  l’umanità ha già alterato profondamente  i limiti entro i quali due di questi processi funzionano correttamente, e sta alterando pericolosamente anche gli altri.

Nel frattempo le compagnie transnazionali – in una corsa a ‘raschiare il barile’ – cercano di rimuovere le leggi che proteggono gli ambienti e che fanno aumentare I costi di estrazione, per procederealla ricerca degli ultimi profitti che possono derivare dal saccheggio delle risorse che ancora rimangono.

Le Nazioni Prime

Le comunità sono obbligate a resistere, non solo per prevenire inquinamento e corruzione, ma per proteggere  la propria sopravvivenza.  E la loro coraggiosa resistenza è stata contrastata con una feroce repressione.

Recenti eventi in Canada  portano questa realtà fino a casa nostra. Nel 2013 la Compagnia Kinder Morgan ha annunciato che intendeva costruire un nuovo oleodotto da Alberta alla British Colombia, attraversando una regione ambientalmente molto delicata, e passando attraverso i territori di più di  100 ‘Nazioni Prime’.  L’annuncio provocò una forte resistenza, tanto che la Compagnia decise di abbandonare il progetto per i ‘rischi legali’ che implicava.  Tuttavia, invece di abbandonare questo progetto, lo stato stesso intervenne, arrivando a nazionalizzare il progetto. 

 Una causa legale  portata in tribunale, nell’agosto 2018, ebbe come esito una dichiarazione a favore delle comunità che protestavano,  perché non erano state avviate  le consultazioni (obbligatorie secondo la Costituzione) con le comunità locali né era stata eseguita una valutazione di impatto ambientale dovuto all’aumento del traffico di navi cisterna nel Mare dei Salish. E’ una battuta d’arresto importante, ma è chiaro che il Canada, che ha progetti estrattivi in tutto il mondo,  finirà per usare la forza pur di imporre questo progetto.

‘Dichiarazione di guerra’ 

Coloro che si trovano di fronte a questa violenza non hanno alternativa:  devono resistere. Come ha affermato  Kanahus Manuel della Nazione  Secwepemc in Canada: “ogni cosa fluisce dalla terra. Se la terra viene distrutta, anche noi siamo distrutti”.  E’ quindi comprensibile che Manuel,  insieme a una coalizione di rappresentanti di popolazioni indigene,  abbia definito le azioni del governo canadese come delle vere dichiarazioni di guerra. E ha aggiunto: “E’ proprio così, letteralmente. Saranno chiamati i militari. Ormai fa parte dell’atteggiamento del governo criminalizzare e punire per reprimere la resistenza indigena”.

Man mano che il cambiamento climatico si manifesta, anche nei nostri paesi  crescerà la propensione alla risposta militare. Forse Trump non crede al cambiamento climatico, ma il suo apparato militare si,  e si sta già attrezzando per affrontarne le conseguenze. La velocità di fusione delle aree ghiacciate nell’Artico ha già spinto la flotta USA a rivedere la sua strategia nella regione, con un probabile aumento di navi e truppe nella zona.

L’Australia si è unita di recente all’Unione Europea e agli USA   nel dichiarare il cambiamento climatico una ‘minaccia per la sicurezza’ , e nel segnalare che pericoli di migrazioni, instabilità interna, fenomeni di terrorismo, conflitti alle frontiere renderanno necessario approntare un ampio spettro di risposte difensive.

Militarizzazione delle frontiere

Quando le forze militari e gli apparati di sicurezza diventano le istituzioni più forti e meglio finanziate della nostra società, non possiamo sorprenderci  se diventano d’ufficio quelle che si occupano di gestire gli impatti del cambiamento climatico. Le risposte predominanti di USA e UE nei confronti dei rifugiati sono uno degli esempi più inquietanti  di come potrebbero evolvere le risposte di un adattamento climatico militarizzato.   Le nazioni industrializzate non hanno espresso solidarietà né compassione nei confronti dei rifugiati, ma hanno fatto di tutto per tenerli lontani, che si  trattasse di militarizzare le frontiere, sostenere dittatori, intrappolare i rifugiati in campi di concentramento o obbligarli a intraprendere viaggi così pericolosi che a migliaia hanno perso la vita nel tentativo.

Si tratta di una orribile manifestazione di disumanità, eppure sta diventando una deprimente consuetudine.

Pensando che i cambiamenti climatici non faranno altro che aumentare la pressione a migrare, il futuro ci appare davvero cupo.

La verità è cha abbiamo normalizzato la violenza di stato. Non vediamo più le telecamere di sorveglianza agli angoli delle strade, è diventata un’abitudine. E cresce il pericolo che le soluzioni ‘di sicurezza’ ai cambiamenti climatici non solo siano la norma, ma finiscano per diventare invisibili.

‘Uno spostamento delle linee di riferimento’

Mettere in evidenza questo consenso in favore della sicurezza piuttosto che della solidarietà non sarà facile. Uno strumento che potrebbe aiutarci, sia a capire il processo in corso sia a individuare una strada alternativa,  è il concetto di ‘spostamento delle linee di base’.  L’ecologo Daniel Pauly  utilizzò questo termine per indicare che spesso gli scienziati che si occupano di pesca  consideravano  come ‘normale’ una situazione in cui la quantità e varietà di pesci era già largamente ridotta rispetto alle condizioni iniziali (di cui essi  non avevano esperienza né ricordo). Una volta chiarito l’equivoco, una soluzione prospettata fu l’istituzione di riserve marine:  se realizzate in modo adeguato e protette contro i grandi pescherecci commerciali  (piuttosto che contro le piccole imbarcazioni dei pescatori locali) possono portare a uno straordinario recupero della fauna marina e del suo habitat.  Ma soprattutto mettono in evidenza i rischi dell’eccessivo sfruttamento e suggeriscono una strategia diversa.

Noi abbiamo bisogno di agire in modo analogo nei confronti della sicurezza: dobbiamo creare esempi  locali e statali di approcci alternativi alla militarizzazione.  Dobbiamo far vedere che militarizzare la nostra risposta alle problematiche sociali e ambientali non fa altro che accrescere il peso sui più vulnerabili.

Rendere prioritaria la solidarietà

Dobbiamo anche mettere in discussione lo stato attuale e  mobilitarci contro la militarizzazione della società, in qualunque forma essa si caratterizzi, dobbiamo inoltre mettere in evidenza le potenzialità di un approccio diverso. Ci possono essere modalità diverse: da programmi di adattamento climatico che privilegiano la solidarietà – come quelli messi in atto dal movimento delle ‘Transition Towns’  –  alla rete delle città che offrono asilo ai rifugiati, all’impegno degli aderenti al movimento Black Lives Matter per rendere più responsabili i corpi di polizia negli USA.

Tutte queste iniziative – e altre come queste – possono rallentare la Marcia che sta militarizzando il nostro pianeta. Le campagne a difesa del clima hanno incominciato a rallentare la ‘macchina’ di estrazione e consumo  dei combustibili fossili, ora dobbiamo incominciare a gettare sabbia negli ingranaggi del complesso militar-industriale basato sulla sicurezza.


L’Autore

Nick Buxton è  co-editor del libro The Secure and the Dispossessed – How the Military and Corporations are Shaping a Climate-changed World (Pluto Books 2015. Vive in California e lavora come ricercatore per il Transnational Institute.


15th November 2018 | The Ecologist. The Journal For The Post Industrial Age
Titolo originale: Climate, capitalism and the military 
Traduzione di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis


[1] Un trilione = mille miliardi

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