Non dirmi che hai paura | Alessandro Ciquera

Mentre la mente elabora questo impulso di rifiuto sento qualcosa rallentarmi, è una sensazione di calore, di dubbio, di improvvisa calma, di pietà umana e senza retoriche. Apro la chat e vedo che l’interlocutore notturno ha già iniziato a scrivere un messaggio, la prima parola è in arabo: “Halu”. “Sono un Siriano e vivo in Libano (lo sapevo!). Mia figlia è malata di cancro per favore aiutami a venire in Italia”.Sento una sensazione stringente al petto, maledizione, che casino, e io che stavo pure per bloccarlo, senza troppi complimenti, chissà questa persona quanto avrà desiderato vedere illuminarsi la parte superiore della chat con la scritta “Sta scrivendo…”.Lo so già dove mi porterà tutto questo, dopo pochi minuti nello schermo iniziano a comparire fogli di visite mediche, un codice di registrazione presso l’Alto Commissariato dei diritti dei rifugiati e un flacone di liquido trasparente.

“Vi prego aiutatemi”. La voce di un uomo risuona sommessa dall’altra parte del messaggio vocale, rispondo, lui continua, la conversazione a distanza si fa fitta. Sua figlia ha 3 anni, le Nazioni Unite non pagheranno la chemioterapia. Impreco sommessamente, ma non troppo. Abbiamo da anni a che fare con un sistema allucinante, che ti lascia morire nella disperazione.

Mi manda la foto di sua figlia, una bella bambina riccioluta in un letto d’ospedale, con un paio di occhiali spessi, e uno stetoscopio giocattolo con cui prova ad “ascoltare” il battito di un bambolotto seduto sulle sue gambe. Ha un vestito bianco e una coperta rosa, a fiori gialli.

Sento un moto di commozione e un po’ ho gli occhi lucidi, come è possibile che questa gente venga completamente lasciata a se stessa?

“Ritaj ha un linfoblastoma di tipo acuto, che necessita di terapie per almeno 2 anni e anche molto care, dovremmo portarla in Italia per poterla curare”.

Ha bisogno di quattro iniezioni al mese e ogni puntura costa 150 dollari, il flacone lo fanno venire clandestinamente dalla Siria, perché gli costa di meno.

Mi accorgo di avere salvato il nome di questo papà stanco e indurito dalla vita con un gesto spontaneo delle dita, Abu Ritaj Tripoli, ora si trova dentro la mia rubrica telefonica, e sono caduti tutti i muri e le difese che avevo provato a ereggere neanche dieci minuti fa. Ora ha un nome e un volto, una storia, sarà più difficile espellerlo dalla mia serata.

Se nessuno interverrà, continuando a perpetrare questa catena di indifferenza, questa bambina rischierà molto dal punto di vista della sua salute e prospettiva di vita, e tutto potrebbe essere dipeso da quel semplice gesto di non mettere il lucchetto a quella richiesta, a quel numero anonimo su WhatsApp.

Eppure… chi sono io? Chi siamo noi, per avere un potere così grande sulla vita delle persone?

Non siamo niente e allo stesso modo siamo tutto, siamo polvere e ponte, strada e fossato. Troppe responsabilità, ma se arrivano a noi è proprio perché tanti hanno già chiuso loro le porte in faccia. Lasciandoli soli, al buio, chissà dove, in un villaggio sperduto nel nord Libano, in Akkar.

Scrivo a Paola e le passo i loro contatti, se riusciranno li andranno a trovare per comprendere meglio la loro situazione, anche se, chissà, troppe storie così abbiamo visto finire male.

Il rischio che la stanchezza ci indebolisca è enormemente alto, volevo bloccarla quella chiamata, con tutto il cuore e non sentire mai più quelle parole di tristezza e sconforto, e ci sono stato dannatamente vicino, non fosse stato per un soffio, uno scrupolo, una piccola sensazione di calore.


Fonte: Operazione Colomba

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