Dopo aver visto bisogna agire | Cinzia Picchioni

«Dopo aver visto bisogna agire», scrive Thay (in vietnamita, thay è un appellativo che vuol dire «maestro», rivolto a tutti i monaci), e dopo averlo scritto ha totalmente praticato questo «detto», questo sutra, questo invito rivolto a tutti e a tutte noi.

Se non conosci Thich Nhat Hanh, e vuoi sapere qualcosa del famoso monaco vietnamita, leggere la biografia (appena uscita per i tipi di Lindau, Torino e recensita in questo stesso sito) è essenziale.

Ma anche se lo conosci è importante sapere come un esile fanciullo malnutrito sia potuto diventare – come fama di maestro spirituale – il «secondo Dalai Lama». 

Si capiscono molte cose leggendo la biografia, ben scritta e coinvolgente, per nulla noiosa (come a volte rischiano di essere le biografie). Bene hanno scelto gli autori di dividere il libro in 3 Parti, richiamando le 3 parti di cui è composto un albero: le radici (l’infanzia, il Vietnam, il buddhismo), il tronco e i molti rami (principalmente la guerra in Vietnam e le altre guerre), le foglie e i fiori (azioni e parole per continuare il suo messaggio).

Soprattutto la Seconda parte è risultata per me sorprendente: chi non ha sentito parlare della guerra del Vietnam? Chi non ricorda la canzone C’era un ragazzo? Chi non ha pianto ascoltando la storia del ragazzo che ora invece della chitarra suona «la stessa nota: rattattatà», chiaramente il suono di un’arma? Be’, tanto quanto la celebre ballata di Morandi narra il punto di vista di un ragazzo americano mandato a «sparare ai Viet Kong», tanto qui è raccontato il punto di vista dei Vietcong, ma anche del Vietnam, degli Stati Uniti e di tutto il resto del mondo.

Nella Terza parte gli autori si propongono 

«di definire […], a grandi linee, il suo insegnamento, per poi dare qualche fondamento pratico. Questa terza parte tratta il sentimento di responsabilità che tale insegnamento produce. Thich Nhat Hanh anima di nuovo significato parole come “guardare”, “amare” o “vivere”. Nel 2010 il maestro rivedeva l’espressione “buddhismo impegnato”, preferendogli l’espressione “buddhismo applicato” […] nulla conta più della pratica dei Cinque Addestramento alla piena consapevolezza, da cui nasce l’esperienza. È l’unione tra conoscenza e pratica a dare forza a una spiritualità vissuta pienamente», p. 215. 

Ma cominciamo dalla Prima parte.

Un fanciullino esile

A causa delle difficili condizioni di vita nel suo Paese («sua madre non aveva i mezzi per offrirgli un bicchiere di latte al giorno», p. 28), il piccolo Nguyen Xuan Bao (suo nome di famiglia) è rimasto esile e piccolo di statura (fisica); poco cibo e molto dolore invece, alla morte della madre, quando il ragazzo è appena adolescente.

«Quando in lontananza risuonano le campane del tempio del villaggio, il canto dei galli e il muggito strascicato delle mucche, il piccolo Nguyen Xuan Bao accompagna silenziosamente il padre presso l’altare di famiglia, e recita con lui alcune preghiere di pace che risuonano nella casa. Colui che diventerà Thich Nhat Hahn continuerà a praticare questa riverenza e questo rispetto profondo per gli antenati per tutta la vita», p. 28.

A 20 anni è combattuto tra la guerra del Vietnam e la bellezza dell’insegnamento buddhista; ma 4 anni dopo pubblica Il buddhismo impegnato:

«La dichiarazione di “buddhismo impegnato” segna una tappa essenziale del suo percorso. Negli anni a seguire, il movimento continuerà ad assumere importanza fino a diventare tra il 1963 e il 1975, la culla della lotta nonviolenta dei buddhisti cotro la guerra in Vietnam. Cambiare se stessi per cambiare il mondo diventeranno le due facce di uno stesso intento. Il destino di Thich Nhat Hanh, incarnazione di questa trasformazione, si intesse grazie ai fili della coscienza, della compassione e dell’azione, preparando la nascita di un modo nuovo di stare al mondo», p. 59. 

E ancora a proposito di «impegno» ecco qui sotto copiata la sua proposta per «poter vivere insieme a lungo e felici», che vale sul posto di lavoro, nei gruppi, tra coniugi, tra genitori e figli, a scuola e in ogni situazione in cui ci siano riunite più persone, per lavoro, per studio, per amore…

Trattato di pace

(tratto da: Thich Nhat Hanh, Toccare la pace, Ubaldini, Roma 1994

Per poter vivere insieme a lungo e felici, affinché l’amore e la comprensione possano svilupparsi e approfondirsi costantemente, noi sottoscritti ci impegniamo ad osservare e praticare quanto segue:

Quando sono arrabbiato mi impegno a:

1. Astenermi dal dire o fare qualsiasi cosa che possa causare ulteriore danno o intensificare l’ira.

2. Non reprimere la mia rabbia.

3. Praticare la respirazione e prendere rifugio nella mia isola interiore.

4. Con calma, comunicare entro 24 ore a chi mi ha fatto arrabbiare che sono irritato e sofferente, sia verbalmente sia consegnando un ‘Messaggio di Pace’.

5. Chiedere un appuntamento, sia verbalmente sia tramite un ‘Messaggio di Pace’, per un successivo giorno della settimana per discutere la questione in modo più esauriente.

6. Non dire: ‘Io non sono arrabbiato. Va tutto bene. Non sto soffrendo. Non c’è nessun motivo per essere arrabbiato, niente che meriti di suscitare la mia ira’.

7. Praticare la respirazione e il guardare in profondità nella mia vita quotidiana, mentre sono seduto, sdraiato, in piedi e mentre cammino, per vedere:

  • i modi nei quali anch’io, a volte, sono stato maldestro;
  • come ho ferito l’altra persona a causa delle mie tendenze abituali;
  • come il seme della rabbia, che è presente in me, sia causa primaria della mia ira;
  • come la sofferenza dell’altra persona, che innaffia il seme della mia rabbia, sia la causa secondaria;
  • come l’altra persona non stia cercando altro che il sollievo dalla propria sofferenza;
  • che io non potrò essere davvero felice fino a che l’altra persona continua a soffrire;

8. Scusarmi immediatamente non appena mi rendo conto della mia mancanza di tatto e di consapevolezza.

9. Posticipare l’appuntamento nel caso io non mi senta abbastanza calmo per incontrare l’altra persona.

Esiste anche un Trattato di pace con la Terra; ecco qui il link per copiarlo, scaricarlo e usarlo, personalmente e collettivamente. 

Il Vietnam come forse non l’abbiamo mai saputo

Nel libro si prende in esame il passato del Vietnam, altrimenti sarà difficile capire l’origine dell’impegno di Nguyen Xuan Bao (come detto, questo era il nome famigliare di Thay). In particolare la colonizzazione del suo Paese. Per es. l’11 ottobre 1926, quando Thay nacque (per lo zodiaco locale nell’anno governato dalla Tigre di fuoco, per l’astrologia occidentale nel medesimo segno zodiacale di Gandhi. Fu anche detto il «Gandhi vietnamita»), il Vietnam è sotto il dominio francese – fin dal 1883 – e la vita è davvero dura, schiacciata com’è dallo sfruttamento economico, tipo la speculazione sul caucciù che ha causato – tra gli altri danni – disboscamenti con conseguente deportazione di migliaia di uomini sfruttati come manodopera.

Coinvolto in quella come in tutte le altre guerre

«L’utilizzo di bombe al napalm diventa il tragico simbolo di questa guerra (…). Il napalm di tipo B è una sostanza a base di benzina; la sua formula è concepita per bruciare a una temperatura ben precisa perché la sua consistenza gelatinosa si incolla alla pelle e brucia i tessuti fino all’osso senza che sia possibile arrestarne la combustione. (…) Tra il 1964 e il 1965 le operazioni di guerra chimica raggiungono il culmine. (…) alcuni aerei scaricano sostanze tossiche,, tra cui il famoso Agent Orange», p. 98.

Uomini di ferro!

Soldati americani erano detti G.I., sigla di “Government Issue”, ma all’inizio era “Galvanized Iron” per indicare gli equipaggiamenti – di ferro zincato – in dotazione alle truppe americane. Tornati dalla “sporca guerra del Vietnam” i G.I. si rendono conto di non essere affatto considerati eroi, ma solo dei reduci che sono stati “traditi e umiliati”. In molti si toglieranno la vita, 60.000 si stima, più dei morti nel corso di tutta la guerra. Ed ecco il maestro zen occuparsi anche dei veterani: nel 1990, a Washington, guidò una marcia meditativa verso il Memoriale dei veterani del Vietnam (che parteciparono in 400). Durante i suoi ritiri comincia anche ad inserire dei momenti dedicati ai veterani, che possono scrivere dei loro traumatici ricordi di guerra e condividerli anche con i partecipanti non veterani.

11 giugno 1963. Il monaco buddhista Thich Qu?ng ?úc, a Saigon, si siede nella posizione del loto in mezzo alla strada, si cosparge di benzina e si dà fuoco, bruciando in silenzio sotto gli occhi dei passanti.L’immagine farà il giro del mondo e giungerà a Thay, Enzo, qui il link della voce in Wikipedia.

ma cerchiamo anche una foto, o ciò che vuoi? Andrea Miller, articolo su “Lion’s Roar”, marzo 2016

che dal canto suo indice una conferenza-stampa (alla Carnegie Hall di Manhattan a New York), in cui annuncia che inizierà un digiuno di 5 giorni “affinché la libertà trionfi finalmente sulla tirannia” (p. 79).

Anche la Chiesa buddhista…

Thic Nhat Hahn riteneva che i valori del buddhismo avrebbero potuto aiutare il Vietnam nel suo cammino di deconolizzazione, proprio come la nonviolenza di Gandhi aveva aiutato l’India. Propose anche una specie di “Piano”, rivolgendosi all’organo ufficiale del Paese, la Chiesa buddhista, che ritenne però “troppo audace, irrealizzabile, la proposta avanzata da questo “poeta utopista””, p. 89. Fu accettato unicamente di partecipare alla creazione dell’Istituto buddhista. Queste erano le idee (irrealizzabili e audaci…???) di Thay:

“la Chiesa deve lanciare un appello per la fine delle ostilità in Vietnam; la Chiesa deve aiutare a costruire un istituto per lo studio e la pratica del buddhismo, al fine di formare i responsabili del Paese alla pratica della via della tolleranza e dell’apertura indicata dal Buddha, che sarebbe di grande aiuto per la nazione; la Chiesa deve sviluppare un centro di formazione di operatori sociali capaci di realizzare un cambiamento sociale nonviolento ispirato agli insegnamenti del Buddha”, pp. 88-89.

La volta di Bonhoeffer

Dal ‘61 al ‘63 soggiorna e studia all’Università di Princeton prima e alla Columbia University poi. E fu nel ‘62, la notte del 2 novembre, che Thay “assapora l’estasi” (p. 72) leggendo Dietrich Bonhoeffer, gli ultimi giorni della sua vita, prima di essere impiccato dai nazisti il 9 aprile del ‘45. Il teologo protestante tedesco lasciò una testimonianza nel libro Resistenza e resa: lettere e appunti dal carcere (libro disponibile al prestito nella Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis di Torino, con orario: lun-merc-ven 10-16; mar-gio 12,30-18,30).

La volta dell’Ifor

A quel tempo si chiamava solo For (Fellowship Of Reconciliation), ed era nata in Svizzera nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale per opera di alcuni cristiani di confessioni diverse. L’associazione, condotta da Alfred Hassler (1910-1991), giunse all’Università Van Hanh (fondata da Thay) nell’estate del ‘65, sperando di operare un’alternativa pacifista durante il duro conflitto tra il Vietnam meridionale (alleato degli americani) e il Fronte del nord.

Il For spera in una collaborazione col movimento guidato da Thich Nhat Hanh, che si legò con Hassler in un’amicizia che durò fino alla morte, il 5 giugno 1991: Alfred Hassler malato di un tumore, era ricoverato all’ospedale Good Samaritan di New York e Thay andò a trovarlo anche durante gli ultimi giorni di vita, quando invita una sorella a cantare per lui e gli massaggia i piedi. Thay, alla morte dell’amico – “uno di quei veri eroi, quelli che dedicano la propria vita al servizio degli altri […] un bodhisattva” (p. 189) – compose per lui una poesia, che non esito a definire “universale” e che può valere per la morte di chiunque amiamo:

Tu non sei questo corpo.
Sei la vita senza frontiere.
Non sei mai nato, non morirai mai.
Siamo sempre stati allegri insieme
e sempre lo saremo (p. 190)

La volta di King

Si incontrano nel 1966, a Montgomery in Alabama, dove un ritratto di Gandhi è appeso alla parete dell’ufficio del pastore della Chiesa battista Martin Luther King. 45 minuti per parlare delle violenze in Vietnam e le somiglianze tra le proteste dei neri per i diritti civili e le lotte dei monaci che vorrebbero rimediare alla sofferenza del popolo vietnamita. Thay chiede apertamente al leader nero di impegnarsi apertamente contro la guerra del Vietnam. 

La volta di Merton

Dopo Martin Luther King, Gandhi, Bonhoeffer e altri (di persona e tramite i loro scritti) nel 1966 conosce anche il monaco trappista Thomas Merton (che firmerà la Prefazione del libro Vietnam, la pace proibita). Merton dirà che Thay è “come un fratello” e nel loro incontro “cadono, per così dire, l’uno nelle braccia dell’altro. […] La loro scelta di vita, in quanto monaci distanti dalla società, li avvicina” (p. 118).

La volta dell’esilio

Nel giugno del 1968 (a 42 anni), Thay sa che non rivedrà presto la sua terra: “La piena consapevolezza è la capacità di riconoscere le cose così come sono”. Esiliato fino al 2005, il 39° anno di esilio: solo allora, dal 12 gennaio all’11 aprile, Thich Nhat Hahn ha calpestato di nuovo il suolo natìo.

La volta della Francia

Nel 1970, rifugiato politico in Francia, a Parigi trascorre un buon periodo quando, nel 18° arrondissement, occupa con sorella Phuong un piccolo ufficio e hanno intorno una grande rete di volontari. Tramite “Le Lotus”, un bollettino in 3 lingue (vietnamita, francese e inglese) informano sulla situazione in Vetnam, mentre Thay insegna alla Sorbona e tiene conferenze presso l’École Pratique des Hautes Études. Tra il ‘71 e il ‘73 intrattengono rapporti epistolari tra i bambini vietnamiti orfani e i loro donatori. Thay traduce le lettere, artisti francesi organizzano concerti per raccogliere fondi, e l’attività è resa possibile dagli aiuti di Laura Hassler (figlia di Alfred, del Fellow Of Reconciliation) e di Jim Forest.

Citare Forest mi dà modo di riportare una vicenda che spiega in modo semplice l’essenza degli insegnamenti di Thich Nhat Hahn, validi ancora oggi.

“A volte ricordo una sera in compagnia di amici vietnamiti in un angusto appartamento della periferia di Parigi agli inizi degli anni ’70. Al centro del gruppo si trovava l’insegnante Thich Nhat Hanh. Nella sala aveva luogo una conversazione molto interessante, ma quella sera io ero stato incaricato delle stoviglie. Mi sembrava che le casseruole, le padelle e i piatti sul ripiano del lavello arrivassero quasi al soffitto in quelle cucina dalle dimensioni di un ripostiglio. Ero veramente irritato. […]Thich Nhat Hanh deve aver percepito la mia irritazione. All’improvviso si è messo proprio accanto a me. “Jim – mi ha chiesto – qual è il modo migliore di lavare le stoviglie?”. Sapevo di essere stato messo di colpo a confronto con una di quelle delicate questioni zen. […]ma tutto ciò che mi uscì dalla testa fu: “Bisogna lavare le stoviglie per pulirle”. “– ha dichiarato Thich Nhat Hanh – bisogna lavare le stoviglie per lavare le stoviglie”. Avrei potuto rimuginare su questa risposta per decenni. Ma quello che disse subito dopo ebbe un’utilità istantanea: “lavare ogni piatto come se fosse il Bambin Gesù”. Quella frase ebbe l’effetto di un fulmine”, p. 152.

La volta della Natura

Degli stessi anni è l’impegno nei confronti dell’ambiente. Thich Nhat Hahn, insieme a sorella Phuong, a Hassler (del For) e a volontarie, elabora un progetto all’avanguardia per quei tempi: la guerra non uccide solo uomini, ma anche la natura intera ne risulta danneggiata, e Thay, con la sponsorizzazione del For, promuove il Dai Dong (“Grande Unità”) costituito essenzialmente di 3 proposte, illustrate durante un convegno organizzato a Mentone – che diventerà noto appunto come “Messaggio di Mentone”:

“rimandare l’applicazione di innovazioni tecnologiche di cui non siamo in grado di prevedere gli effetti”;

“applicare le tecniche esistenti di controllo dell’inquinamento alla di energia e all’industria in generale”;

trovare “un mezzo per abolire la guerra” (pp. 156-157).

La sua coscienza ecologica è basata sul sutra del Diamante e sul ritenere che chi si impegna per la tutela dell’ambiente riuscirà nel compito solo liberandosi dall’idea di essere separato dal resto del creato: “Non esiste fenomeno dell’universo che non ci riguardi intimamente”, p. 158 (la frase virgolettata è tratta dal libro di Thay Mente d’amore, Ubaldini, Roma 1997, disponibile al prestito alla Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis di Torino).

Ha fondato…

Nel 1950 ha 24 anni e fonda l’Istituto di studi superiori del Buddhismo Au Quang, con corsi seguiti da monaci e laici.

Ha fondato… 

Ha fondato la Chiesa buddhista unificata del Vietnam (che nel 2005 non fu più tollerata e alcune sue guide erano in carcere da più di 20 anni). Il Partito comunista vietnamita impedisce la pratica del buddhismo al di fuori dell’àmbito autorizzato (i fedeli non possono frequentare i templi, né praticare i loro rituali o bruciare incenso).

Ha fondato…

Nel 1956, con l’esigenza di vivere in un eremo coi suoi compagni, chiede consiglio ad un’anziana monaca – “Sorella Dio”. Costei propone di lasciar loro la foresta dei susini dove vive, andandosene. Ma Thay e i compagni non possono neanche pensare di sfrattare Sorella Dio, e trovano invece la foresta di Dai Lao (e in omaggio alla generosa monaca battezzeranno il ponte che unisce il monastero alla foresta col nome “dei Susini”).

Ha fondato…

Nel febbraio 1964 ha fondato l’Università buddhista Van Hanh “in cui la pratica prevale sulla teoria” (p. 94). Ma il preside non è Thay, che si limita a insegnare (le materie sono – oltre alla religione – economia, scienze politiche, ingegneria.

Ha fondato…

Il famoso monaco vietnamita fondò l’Ordine dell’Interessere, formato da monaci, monache e laici impegnati: siamo tutti collegati e interdipendenti. Era il febbraio 1966 e Thay avrebbe lasciato il Vietnam di lì a qualche mese, per andare negli Stati Uniti. Fu in quell’occasione che divenne “Nhat Hanh”, nome attribuitogli dal suo maestro Chân Thiêt Thanh Quy.

L’Ordine aveva dei precetti (che Thay trasformerà in “Addestramenti alla piena consapevolezza” (che saranno, e sono, 14).

Ha fondato…

Il famoso Plum Village: a Thénac, in Dordogna, Thay trova nel 1982 una proprietà di 8 ettari, con vigneti che saranno distrutti da una tempesta di grandine. Thich Nhat Hahn completerà l’opera strappando le viti per piantare 1250 susini, un numero sacro. Con Thay, ormai internazionalmente noto,  ci sono 100 persone, che raddoppieranno l’anno seguente per giungere successivamente a 1.000 ospiti, provenienti da tutto il mondo.

Ogni estate il Plum Village organizza festival e ritiri, meditazioni sedute e camminate, meditazioni del tè e meditazioni del lavoro. E naturalmente ci sono gli insegnamenti diThich Nhat Hahn, tradotti in molte lingue perché di molte nazionalità sono i partecipanti, che aumentano ogni anno.

Thay non si limita però a impartire “semplici esercizi di sviluppo personale: attinge la sua forza dal buddhismo e, a un certo livello, inizia gli adepti a nozioni profonde dell’insegnamento del Buddha. Nelle società sature di materialismo, Thay insegna a restare vivi” (p. 188).

Ha fondato…

Nel 1997, a Woodstock, nel Vermont (Stati Uniti) nasce il Maple Forest Monastery “sotto l’egida della Chiesa buddhista unificata e nell’àmbito dell’Ordine dell’Interessere. Inizialmente riservato agli uomini, accoglierà in seguito sia monaci e monache che uomini e donne laici per pratiche regolari e ritiri” (p. 192).

Ancora, sempre nel Vermont, fonda il Green Mountain Dharma Center, con monaci e monache residenti e laici che partecipano ai ritiri.

Nel frattempo il Plum Village ospita stabilmente un centinaio di persone (dai militanti per la pace ai rifugiati vietnamiti) e – dal 1998 – offre ogni anno periodi di formazione in estate, ritiri invernali (3 mesi), ritiri biennali (21 giorni) e più brevi in primavera. 

Nel corso dello stesso anno Thay partecipa alla creazione di un appello per tutelare i bambini del mondo intero (con premi Nobel per la pace e rivolgendosi alle Nazioni Unite).

Infine, ancora nel ‘98, collabora alla designazione degli anni 2000-2010 come Decennio internazionale per promuovere una cultura di nonviolenza e di pace.

La fine del xx secolo

Nel 1995 Gorba?ëv (Nobel per la Pace nel 1990) riconosce l’importanza dell’organizzazione di Thich Nhat Hahn e del suo “lavoro di semina dei pensieri positivi” (p. 191). E, organizzando un Forum con 500 capi politici, artisti, guide spirituali, scienziati di oltre 50 Paesi, invita Thay (con Bill Gates, Deepak Chopra, Sonia Gandhi, George Bush tra gli altri).

Questo Forum (State of the World Forum, che si ripeterà di anno in anno) nasce con lo scopo di trovare un nuovo paradigma per il secolo che sta per iniziare, “riflettere sulle conseguenze della guerra fredda e sulle priorità […] per sradicare oppressione e povertà in una prospettiva universale e con la volontà di evidenziare l’interdipendenza a tutti i livelli – umano, sociale, ambientale… […] per fare emergere […] un mondo nuovo” (p. 192). 

Le torri gemelle, quando tutto cambiò

Quello che non cambiò fu l’approccio di Thich Nhat Hahn, neanche in quelle tragiche circostanze. A chi gli chiese che cosa avrebbe detto a Bin Laden se lo avesse incontrato rispose: “Lo ascolterei”.

Subito dopo l’attentato la sua presa di posizione gli fece guadagnare il soprannome di “l’altro Dalai Lama”, e il 12 settembre 2001 lo vide radunare 3.000 persone a Manhattan, nella Riverside Church, da cui restarono fuori in 1.500.

Un altro bagno di folla si svolgerà nel 2008, quando decine di migliaia di persone seguiranno Thay (e i suoi pari in Vietnam) in alcune cerimonie “per la guarigione di tutti i feriti e per i morti di tutte le nazionalità” (p. 197). In quella di Hanoi “Alcuni studenti in motocicletta avevano viaggiato tutta la notte, con solo qualche centesimo da donare al tempio […]. Persino i più poveri donano ciò che possono. Le offerte vengono distribuite per aiutare le vittime menomate dell’Agent Orange” (p. 198).

E le altre (?) guerre

Vuoi che non si sia preso a cuore anche le vicende dei conflitti afgani e iracheni? Certo che sì, e a proposito del conflitto con il Pianeta e il surriscaldamento globale farà riferimento al sutra della Carne dei figlio, collegandolo al mangiar carne e al ruolo che quel tipo di alimentazione ha nel surriscaldamento del pianeta Terra: “Se mangiamo carne e beviamo alcol in piena consapevolezza, ci accorgeremo di mangiare la carne dei nostri stessi figli” (p. 206). Ha scritto persino una Lettera sulla necessità di essere vegetariani (www.thich-nhat-hanh.fr). Tuttavia, senza troppa enfasi e in modo sempre nonviolento invita a riflettere che può anche darsi la fine della nostra civiltà moderna. Come tutto, è anch’essa impermanente. E se accettiamo questa realtà potremo forse anche essere meno arrabbiati, reagire con meno disperazione. 

Come per il surriscaldamento, Thay ha avuto la sua parte anche nel rapporto con l’economia mondiale e la finanza. Nel 2013 tiene una conferenza alla Banca Mondiale (su invito dell’allora presidente, il medico Jim Yong Kim) che si riassume in una frase, obiettivo proposto da Thay ai ricchi del mondo: “Lasciar perdere il desiderio di diventare il numero uno” (p. 211). Facile, no? 

Fare la pace con la carta igienica

Non nel senso di pacificarci noi con la nostra quotidiana «amica», a causa del cui uso sterminiamo la foresta amazzonica, ma nel senso della visione di Thay, secondo cui le nostre scelte quotidiane lavorano per la pace, per «fare» la pace, per contribuire alla pace, più di quanto crediamo:

«Pensiamo di aver bisogno di un nemico. Non è giusto credere che la situazione del mondo sia nelle mani di un governo e che, se il presidente può condurre una politica giusta, la pace arriverà. La nostra vita quotidiana ha a che vedere con la situazione del mondo. Se possiamo cambiare la nostra vita di tutti i giorni, possiamo cambiare i nostri governi e possiamo cambiare il mondo. I nostri presidenti e i nostri governi sono noi stessi. Sono il riflesso del nostro modo di vivere e del nostro modo di pensare. Il modo di bere una tazza di tè, di prendere il giornale e persino di usare la carta igienica ha a che vedere con la pace», p. 185.

Riflessione sul caffè

Della stessa serie sono le parole che ho trovato verso la fine del libro; che, ci tengo a dirlo, ho letto in 4 giorni, mentre passeggiavo sul lungomare, immersa fino alle ginocchia, con il sole sopra di me e l’acqua tutta intorno a me, nel silenzio del primo mattino. Questo per dire che è un libro bellissimo da leggere anche in vacanza (anzi, forse soprattutto in vacanza, così c’è più tempo e calma per assorbirne i messaggi). Dicevo di riflettere sul caffè, anche grazie alle parole che leggiamo a pp. 221 e 222:

«Accorgersi di essere più che semplici giocattoli in preda ai fenomeni. Coltivare l’interiorità è una delle proposte (…) insegna Thic Nhat Hahn. Allenandosi a vedere e a sentire la natura interconnessa a tutto ciò che compone il creato, si ha l’opportunità di toccare l’eternità con un dito. Molto banalmente, il caffè contenuto in questa tazza bianca che approda sul tavolino di una birreria ha una lunga storia dietro di sé, una correlazione di competenze, scambi, trattative economiche e persino politiche. Dalla terra che ha bevuto la pioggia, dal chicco di caffè al torrefattore, passando per la rete di distributori, fino al cameriere che posa questa tazza sul tavolino in questa megalopoli, il caffè proviene da una concomitanza di fattori in cui il mio desiderio di acquisto è l’ultimo anello della catena. Da un puno di vista economico e politico sono collegato a esso. La fisica darebbe ragione al monaco zen? (…) la storia del cosmo è anche la nostra. “Per quanto infinita sia, la nostra persona è parte del tutto: siamo figli del cielo… polvere di stelle”. Ogni mattina, al Plum Village, si esegue nella consapevolezza la pratica di “toccare la terra”, una prassi a tutti gli effetti di riconoscimento e gratitudine per la terra. Da quando era giovane, Thich Nhat Hanh pratica cerimonie di gratitudine».

Non esiste morte né paura

Questo non è solo il titolo dell’ultimo paragrafo del lungo articolo che stai leggendo; è anche l’ultimo Capitolo del libro qui recensito e tratta, da buon ultimo, della vicenda accorsa a Thich Nhat Hahn negli ultimi anni. Un’emorragia cerebrale lo ha colpito verso la fine del 2014 (l’11 novembre per la precisione), lasciando lunghi strascichi presenti ancora oggi (difficoltà a parlare e a camminare). A p. 253 leggiamo che «Da un anno Thay ha perso l’uso della parola. Ormai sono le persone che ha ispirato in tutti quegli anni a dargli il cambio e a diffondere con il loro comportamento l’insegnamento della nonviolenza portato dal maestro».

«Non morirò… Se guardate intorno a voi, potrete vedermi nei monaci e nelle monache», p. 255.

Ultimissime indicazioni

Impossibile non citare le Appendici, l’utilissima Sitografia, lo sterminato elenco di film, video, interviste ecc., alcune foto d’epoca, «I Quattordici addestramenti», l’infinita Bibliografia (e ci tengo a ricordare che la Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis è tra le più fornite di opere di Tich Nhat Hahn… da ora ci sarà anche quest’ultima, che non è «di» ma «su» Thay. E ci voleva).

 

4 risposte a “Dopo aver visto bisogna agire | Cinzia Picchioni”

  1. Grazie, per la capacità di rendere semplice ogni parola, ogni gesto, ogni respiro, in modo da incuriosire e rendere partecipe chi ancora è distante dalla disponibilità di ascoltare se stesso.
    Pasquale.

    • Pasquale del mare? Sì, be', in effetti non è proprio un nome comunissimo! Quindi immagino sia tu.
      Grazie tante (divertente aver visto la creazione della recensione in diretta e ora leggerla e commentarla, no?) e a presto.
      Cinzia

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