Emergenza nucleare: sabotaggio del regime di non proliferazione | Angelo Baracca

Emergenza nucleare: sabotaggio del regime di non proliferazione
Stima degli arsenali nucleari globali nel 2017. Il numero totale di testate comprende quelle schierate operative, più quelle negli arsenali di riserva, che non sono mantenute nello stato operativo ma sono conservate intatte
Il rischio incombente di una guerra nucleare è stato ripetutamente denunciato su Pressenza. Questo rischio è diventato il più grave dai 72 anni di esistenza delle armi nucleari! È vero che dopo la fine della Guerra Fredda gli arsenali nucleari mondiali sono stati “ridotti” da circa 60.000 a poco meno di 15.000 testate ancora intatte (delle quali quasi 4.500 operative, includendo il migliaio di testate di Francia, Gran Bretagna, Israele, Cina, India, Pakistan e Corea del Nord): ma gli stati nucleari stanziano somme colossali per modernizzarle in modo sostanziale, con programmi che oltrepassano la metà del secolo (il che significa mantenere le armi nucleari indefinitamente), e gli Stati Uniti coltivano il progetto folle di un first strike capace di decapitare le forze missilistiche della Russa! E si badi, questo disegno non viene dalla nuova amministrazione Trump, ma risale al “premio Nobel per la Pace” Obama (che nel 2010 nel discorso a Praga aveva vagheggiato l’eliminazione delle armi nucleari, poi ha stanziato un trilione di $ per le armi nucleari per i prossimi 30 anni). Il ruolo di deterrenza che era attribuito a queste armi mostruose sta lasciando il posto all’idea veramente folle che una guerra nucleare possa essere effettivamente combattuta e vinta. Così sembrano ragionare gli “strateghi” militari: ignorando (ma è tipico dei militari) il fatto ormai assodato che anche lo scambio di un numero limitato di testate provocherebbe, oltre ad immani costi di vite umane ed economici, sconvolgimenti ambientali e un “inverno nucleare” di dimensioni colossali, tale da mettere a rischio la sopravvivenza della società civile (o magari incivile).

Quello che nell’ultima trentina d’anni è stato il Regime di Non Proliferazione Nucleare rischia di essere morto per sempre con questi programmi. La strada dei trattati START di Riduzione delle Armi Strategiche, imboccata alla vigila del crollo dell’Unione Sovietica, con la presunta intenzione della loro totale eliminazione, sta portando il mondo in un vicolo cieco, o occultando il vero pericolo che invece sta sorgendo. Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) del 1970 non arrestò affatto la proliferazione, né quella “verticale” (la consistenza degli arsenali aumentò da 40.000 testate al livello ancora più demenziale di circa 70.000 verso il 1985) né quella “orizzontale” (il numero di Stati nucleari proliferò da 6 a 10, includendo il Sudafrica che poi smantellò il proprio arsenale; il numero di stati in grado di sviluppare la bomba atomica aumentò), ed è inattuato l’impegno di condurre negoziati in buona fede per un disarmo nucleare (ed anche generale) totale.

Il Nuovo START del 2010 tra la Russia e gli Stati Uniti fissava un limite di 1.550 testate strategiche operative per parte (oggi sono rispettivamente circa 1.900 e 1.650), e di 700 vettori nucleari operativi per l’anno 2017! Il trattato scade nel 2021.

Senonché i programmi cosiddetti di manutenzione e “modernizzazione” stanno in realtà sviluppando armi nucleari nuove. I media statunitensi agitano il pericolo di strabilianti innovazioni e progressi di Mosca nel campo degli armamenti che metterebbero seriamente a rischio la sicurezza degli USA: cosa che appare per lo meno poco credibile se solo si pensa che la spesa militare di Mosca è circa un decimo di quella di Washington.

Dietro questi allarmi sono gli Stati Uniti che stanno in realtà realizzando armi nucleari nuove! Non viene ovviamente usato questo termine, si parla di estensione della vita delle testate nucleari, riutilizzo di componenti da testate diverse, sostituzione di componenti nucleari, “apparentemente” tecnologie non nuove, ma alla fine, con qualche trucco, ecco un’arma nuova, con capacità distruttiva ed efficienza militare notevolmente accresciute. Uno dei maggiori esperti di armamenti nucleari, Hans Kristensen, dell’American Federation of Scientists (FAS), commentava già nel 2010:

“dal mio punto di vista [la sostituzione di componenti da testate diverse e non necessariamente nell’arsenale attuale] secondo la mia definizione costituirebbe una ‘nuova’ testata”.

Con questi progetti la situazione che si delinea è di avere arsenali nucleari ridotti numericamente, ma notevolmente potenziati. Ecco due esempi significativi.

Uno è il Life Extension Program, che “userà solo componenti nucleari basate su progetti testati in precedenza, e non sosterrà nuove missioni militari o nuove capacità militari”. Proprio qui si cela l’inganno. Con questo programma si stanno “modificando”, con una spesa di circa 10 miliardi di $, le testate termonucleari a gravità B-61 schierate in Europa su bombardieri statunitensi, ma anche di molti paesi della NATO, tra i quali l’Italia: combinando parti di tre tipi esistenti di B-61, ed inserendo innovazioni sostanziali ma non nucleari, si otterrà la B-61-12, che avrà quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire, sarà dotata di alette di guida di coda che consentiranno una precisione molto superiore su bersagli che altrimenti richiederebbero potenze esplosive maggiori, avrà la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando. Sarà una testata progettata per poterla usare in situazioni di combattimento reale!

Un altro risultato estremamente inquietante del programma di life extension, negli enormi laboratori statunitensi dedicati agli armamenti nucleari, è lo sviluppo di una “super-spoletta” – quindi un dispositivo non nucleare – che triplicherà la precisione, le capacità offensive, la letalità, delle testate dei missili balistici della marina USA schierati sui sommergibili: in parole povere, come se ne triplicasse il numero (ma il paragone non è realmente appropriato, perché quella che aumenta è la capacità della testata del missile di essere innescata sempre ad una distanza dall’obiettivo tale da investilo con l’intera potenza esplosiva). Prima dell’invenzione di questo nuovo meccanismo di innesco anche le testate dei missili balistici più precisi potevano passare sul bersaglio e detonare troppo lontano per distruggerlo, mentre la nuova super-spoletta è progettata in modo da detonare sul bersaglio, a distanza molto più ravvicinata.

Il commento degli esperti della FAS è molto eloquente:

“Il programma [di modernizzazione] ha sviluppato nuove tecnologie rivoluzionarie che accresceranno enormemente le capacità dell’arsenale dei missili balistici USA di colpire gli obiettivi (targeting capability). Questa accresciuta capacità … genera esattamente quello che ci si aspetterebbe se uno stato dotato di armi nucleari progettasse di avere la capacità di combattere e vincere una guerra nucleare disarmando il nemico con un first strike di sorpresa.”

È vero che questo first strike non potrebbe distruggere i sommergibili nucleari russi, i quali lancerebbero la ritorsione nucleare sugli Stati Uniti, ma gli esperti della FAS valutano che il futuro potenziamento delle difese antimissile statunitensi avrebbe la capacità potenziale di abbattere tutti missili di questa ritorsione. Certamente questa valutazione appare problematica, perché Mosca ha sicuramente montato sui missili oltre alle testate vere innumerevoli esche e false testate per ingannare e saturare le difese missilistiche. Ma i calcoli dei militari sono sempre ottimistici, basati su una fiducia cieca nelle loro armi: basterebbe qualche che testata sfuggisse alle difese missilistiche per provocare negli USA decine di migliaia di morti e distruzioni immani!

Occorre ribadirlo, è pura follia pensare di vincere una guerra nucleare, TUTTI perderebbero (e perderemmo).

Queste sostanziali “modernizzazioni” fanno pensare che il regime di non proliferazione faticosamente costruito nei decenni passati, dopo la fine della Guerra Fredda possa essere praticamente morto.

Purtroppo questa non è l’unica minaccia al Regime di Non Proliferazione. Infatti il Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie (INF) del 1987, che pose fine alla “crisi degli Euromissili”, impose il ritiro di tutte le testate nucleari statunitensi e sovietiche schierate in Europa su missili a medio e corto raggio. Ma da vari anni si incrociano accuse reciproche di Washington e Mosca di violare le prescrizioni del trattato. In realtà andrebbe osservato che anche il cosiddetto “ammodernamento” delle testate tattiche B-61-12, pur non violando formalmente il trattato INF perché non si tratta di tesate montate su missili a medio raggio, è una sostanziale escalation delle capacità nucleari degli USA e della NATO in Europa. Ma di fatto che questo mattone fondamentale del regime di non proliferazione e dell’equilibro strategico rischia seriamente di saltare! Tre senatori statunitensi hanno già proposto che gli USA sviluppino proprie armi proibite dal trattato INF.

Vi sarebbe poi ancora un capitolo, molto più complesso (e non del tutto trasparente) sui progetti per realizzare armi nucleari di concezione radicalmente nuova, che porrebbero chiaramente una sfida su un piano che non rientrerebbe in nessun trattato esistente.

Il problema di fondo è che oggi esistono trattati internazionali che mettono al bando armi inumane, quelle chimiche e batteriologiche, le mine, il cui uso è considerato dalla comunità internazionale un crimine verso l’umanità: nulla di simile esiste invece per gli armamenti nucleari, indubbiamente non meno inumani e devastanti! Per questo è più che mai necessario estendere la sensibilizzazione e la mobilitazione della società civile che si è sviluppata nell’ultimo decennio in tutto il mondo, e rafforzare il negoziato promosso dall’ONU e tuttora in corso per definire un trattato di messa al bando delle armi nucleari come componente e integrazione fondamentali del diritto internazionale. Gli Stati nucleari e quelli aderenti alla NATO (con l’eccezione dell’Olanda) hanno per ora boicottato il negoziato, per questo dobbiamo rafforzare la pressione dell’opinione pubblica per una partecipazione attiva e per un esito positivo, condiviso e vincolante.

Fonte: Pressenza


Angelo Baracca

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