Bosnia ed Erzegovina – Due decenni dopo Dayton | Maja Halilovic-Pastuovic


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Cortili in una scuola superiore segregata a Travnik, Bosnia ed Erzegovina. Photo Spirit of Bosnia.


Sono passati vent’anni dall’Accordo di pace di Dayton e la Bosnia ed Erzegovina, oggi a un passo dall’ingresso nell’Unione Europea, ha lavorato molto per lasciarsi alle spalle un passato sanguinoso e conflittuale. La guerra in Bosnia è stata la più letale nella storia dell’Europa moderna, nonché il primo caso di genocidio nel continente dalla seconda guerra mondiale. Un conflitto durato tre anni e otto mesi e costato qualcosa come 100.000 vittime, di cui 38.000 civili, a cui si aggiungono tre milioni di sfollati; le atrocità perpetrate furono tali che per descriverle fu coniato il termine “pulizia etnica”.

In questi due decenni di “pace” l’Unione Europea ha avuto una presenza continuativa nel processo di sviluppo della Bosnia. Da peacebuilder negli anni immediatamente posteriori al conflitto a peacekeeper con obiettivi a lungo termine nel’ultimo decennio, l’UE è ancora coinvolta attivamente nel Paese e nell’ottobre 2014 ha rinnovato l’impegno a sostenere il cammino della Bosnia per diventare Paese membro. Già tre anni prima, nel 2011, la Bosnia aveva ratificato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (SAA) affermando l’intenzione di entrare nell’Unione; sebbene l’accordo non sia ancora effettivo, il Paese è al momento un potenziale candidato.

Nonostante questi passi avanti, sfide importanti rimangono da affrontare. Primo, la Bosnia soffre ancora un livello elevato di discriminazione e marginalizzazione interetnica al suo interno. La Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI) ha pubblicato il 28 febbraio scorso il suo terzo rapporto sulla Bosnia, denunciando l’assenza di volontà politica per la costruzione di una società inclusiva. Il rapporto evidenzia livelli preoccupanti di discriminazione interetnica e afferma che il dibattito politico e i media sono tuttora segnati da un uso frequente di hate speech.

Secondo, a vent’anni dal conflitto la Bosnia è ancora una società geograficamente frammentata. A livello territoriale è divisa tra la “Federazione”, con popolazione in maggioranza croata e musulmana, e la “Republika Srpska”, a prevalenza serba. Sia le ricerche accademiche condotte negli ultimi due decenni sia le indagini effettuate da organizzazioni internazionali che osservano i progressi in Bosnia denunciano divisioni profonde su base etnica, non solo sul piano politico ma in tutti gli aspetti della società. È elevato anche il livello di sospetto, alienazione e ghettizzazione tra le diverse componenti etniche.

Asim Mijkic, sociologo e filosofo bosniaco impegnato da anni nell’osservazione dei cambiamenti socio-politici nella Bosnia post-bellica, definisce il Paese una “Etnopoli” – ovvero una comunità dove il gruppo etnico è politicamente prioritario rispetto all’individuo, e uno stato in cui l’appartenenza di un cittadino a una comunità politica è subordinata alla sua appartenenza a una comunità etnica. Questo contratto sociale basato sull’etnia è giustificato da narrazioni e pratiche politiche che Mujkic chiama “etnopolitica”.

Uno degli esempi più lampanti dell’etnopolitica in Bosnia è il sistema di educazione separata, un argomento che l’autore sta attualmente approfondendo nell’ambito del progetto GATED (iniziativa del Sié Chéou-Kang Center for International Security and Diplomacy, presso la Irish School of Ecumenics del Trinity College di Dublino). È di particolare interesse il concetto delle “due scuole sotto un tetto” (Two Schools Under One Roof, o TSUOR): indica le scuole bosniache basate sulla segregazione etnica dei bambini.

Bambini di diversa appartenenza etnica frequentano le lezioni nello stesso edificio ma sono fisicamente separati in classi diverse e ricevono insegnamenti diversi da insegnanti del proprio gruppo etnico. TSUOR non indica solo una pratica di educazione diversificata, ma una vera politica di segregazione, all’interno della Federazione, tra musulmani bosniaci e croati bosniaci (i serbi bosniaci sono ulteriormente segregati nella Republika Srpska); una segregazione istituita vent’anni fa dagli Accordi di Dayton.

Lo TSUOR e l’educazione segregata sono problemi che la Bosnia deve affrontare con urgenza. Il 29 ottobre 2014 la Corte Suprema ha dichiarato illegale la segregazione degli scolari su base etnica. A dispetto della sentenza, l’ordine della Corte non è ancora stato eseguito. Il Rapporto sul Progresso di Bosnia ed Erzegovina, presentato nel 2014 dalla Commissione Europea, ha messo in primo piano il problema dell’educazione segregata. Interpretando lo TSUOR come una segregazione etnica de facto dunque in contravvenzione alle norme europee sulla discriminazione – il rapporto avverte che un potenziale ingresso della Bosnia nell’Unioen Europea dipende anche da se e come il problema TSUOR verrà gestito. Il Rapporto ECRI citato sopra afferma la necessità di smantellare ogni sistema di segregazione in Bosnia e di sviluppare e applicare un programma scolastico di base che sia comune a tutti. In un comunicato stampa Christian Ahlund, attuale presidente dell’ECRI, ha affermato che “porre fine a qualunque forma di segregazione scolastica è probabilmente uno degli obiettivi più importanti in Bosnia ed Erzegovina. È assolutamente vitale costruire una società inclusiva e risparmiare alle generazioni future il dramma dell’odio e delle divisioni su base etnica.”

Il futuro dell’educazione in Bosnia è incerto. Quel che è certo, invece, è che i conflitti non si dissolvono automaticamente quando si conclude la guerra. Spesso, come nel caso della Bosnia ed Erzegovina, si spostano semplicemente all’interno di dominii diversi, come l’educazione. Negli stati-nazione moderni l’educazione svolge un ruolo cruciale, poiché è l’apparato attraverso cui la cultura della società viene trasmessa alle nuove generazioni di cittadini. Vent’anni dopo il Trattato di Dayton, in una Bosnia ed Erzegovina ancora divisa, le scuole sono il nuovo campo di battaglia.


Maja Halilovic-Pastuovic è ricercatrice alla Josef Korbel School of International Studies di Denver e alla Irish School of Ecumenics del Trinity College di Dublino. Il suo progetto GATED è finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione Europea.


for Denver Dialogues, March 14, 2017
Titolo originale: Bosnia and Herzegovina – Two Decades After Dayton
Traduzione di Fabio Poletto per il Centro Studi Sereno Regis

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