Discutiamo del futuro: un saggio sul tempo | Johan Galtung


eternitaPremio dell’Associazione Sociologica Internazionale
Nuova Scuola di Ricerca Sociale, New York NY, 15 novembre 2016

L’Occidente, e le scienze occidentali in particolare, hanno un modo peculiare di concettualizzare il tempo; derivato da due millenni di cristianesimo.

Così, nelle civiltà dell’induismo e del buddhismo, in Cina e Giappone fra le altre, il tempo scorre da eternità a eternità. In Occidente (e analogamente nell’Islam), c’è un Inizio (Creazione per i religiosi, Big Bang per i non religiosi), e una Fine, il Tempo Finale (Armageddon per i religiosi, entropia, morte, etc. per gli altri).

In altre culture il tempo scorre dal passato verso un futuro eventualmente differente; in Occidente il futuro è continuo con il passato. Nelle scienze naturali, le “leggi” del passato sono automaticamente valide per il futuro; la realtà essendo stabile come il sistema solare, la galassia; l’astronomia essendo il modello.  La Creazione s’è conclusa, una volta per tutte.

Nelle scienze sociali, il futuro è per lo più fuori portata, tabù; le predizioni vengono sovente scartate come “speculazioni azzardate”.  L’estensione al futuro di tendenze innate è permessa, ma non previsioni con salti qualitativi.  L’ipotesi sottostante è un equilibrio stabile, le cose hanno trovato il loro posto e tant’è. Sicché, niente previsioni di una iniziale modernità durante il Medio Evo, figuriamoci operare per essa.

Ciò vale in teoria, ma la prassi è diversa. Si progettano le proprie carriere individuali – traiettorie di vita – e si fa così da sempre. Per la vita collettiva c’è la politica, che progetta società future.

Ma non dev’esserci posto per le scienze sociali, che approcciano passato e presente con dati e una teoria; e con valori per la sanità, il diritto, l’ingegneria, l’architettura. Ma sono i dati ad avere l’ultima parola, e solo il passato fornisce i dati, lasciandoci con la teoria e i valori per esplorare “futurlandia”. Dichiarando poi la scienza “a-valoriale”, le scienze sociali – e la gente – vengono private dello strumento basilare per progettare futuri. In tal modo i politici si liberano di un grosso concorrente.

L’Occidente ha costruito uno strumento meraviglioso per la comprensione della realtà empirica passata, l’empirismo: raccogliere dati, sviluppare teorie, e controllare se si prevede l’osservato e/o si osserva il previsto. I valori entrano nel diritto, nelle scienze sanitarie, nell’architettura e nell’ ingegneria. Il diritto preserva la vecchia realtà, gli altri ne creano di nuova: la gente è affetta da minor morbilità e mortalità, vive in case di vario genere anziché caverne, con miracoli d’ingegneria ovunque. La soluzione di vecchi problemi con il risultato di crearne di nuovi, con le scienze sociali non messe in grado di fare altrettanto presentando strutture sociali alternative.

La scienza economica è differente. Si è presto accontentata di un modello di equilibrio stabile che comportava piccole aberrazioni, ma non le grosse, le crisi. Come rivelato dalla regina Elizabetta II nel chiedere perché mai quegli intelligentoni non avessero previsto il 2008. La risposta, prevedere solo piccole variazioni ma non una crisi sistemica, è stata per loro una sentenza di morte per essere come meteorologi in grado di trattare venti solo di forza 5 alla scala Beaufort, una brezza; non le tempeste, gli uragani.

Sono intercorsi studi esplorativi di futurlandia, facendo al tempo quel che le “scoperte” di terre (da noi) inesplorate hanno fatto allo spazio. Ma qualcun altro lo stava facendo da millenni, con un altro meraviglioso strumento, il taoismo. Olismo e dialettica, realtà enormi solcate da forze e contro-forze che agevolano realtà potenziali nel divenire empiriche. I cinesi conoscono l’empirismo occidentale e lo utilizzano; l’Occidente è sostanzialmente ignorante del taoismo cinese, e troppo arrogante per imparare.

Ovviamente tutte le civiltà rappresentano a modo proprio il tempo, non solo la cinese. L’hinduismo lo fa con gran complessità, e si è ora in fase calante. L’Occidente lo fa con l’ingenua semplicità de “l’idea di progresso”, intesa dal liberalismo come crescita economica e libertà in espansione, e dal marxismo come stadi instabili nei mezzi/modalità dei rapporti di produzione. I paesi iconici, USA e URSS, in questi ultimi decenni vivono il fervore di contraddizioni impreviste. L’uno è crollato; l’altro è in procinto? Ambedue avrebbero potuto imparare dallo yin/yang nello yin/yang, etc.

Come entriamo nel Futuro senza dati, “solo” con teoria e valori?

Mediante visioni, non di ciò che è stato, né di ciò che è, [ma] di ciò che può essere. Concepiamo, immaginiamo, un futuro desiderabile e attuabile; utilizzando i valori per il desiderabile e la teoria per l’attuabile. Ci sono per quello.

Per agire sulle visioni di pace negativa senza violenza diretta-strutturale-culturale e positiva con pace diretta-strutturale-culturale, si utilizzi il dialogo. Si stabiliscano gli obiettivi – valori, interessi – degli attori e dei coinvolti; si sottopongano gli obiettivi a verifica di legittimità mediante il diritto, i diritti umani e i bisogni basilari a mo’ di guida; si crei quindi una visione di una nuova realtà sociale che soddisfi gli obiettivi legittimi. La storia mostra che spesso funziona.

Gli obiettivi delle parti si stabiliscono ponendo domande quali “Come dovrebbero essere l’Afghanistan, il Medio Oriente, o il matrimonio dove vi piacerebbe stare”? Questi sono i valori. E la teoria è che per l’attuabilità gli obiettivi debbano essere legittimi: “Come lo giustificate?” Poi si creino visioni di nuove realtà sociali che soddisfino obiettivi legittimi.

The Washington Post del 14 novembre 2016 proponeva “Per plasmare il futuro per i ragazzi del Distretto di Columbia [area metropolitana della capitale federale Washington – ndt] le scuole ricorrano all’arte. L’attenzione non è sull’arte in quanto bellezza – né valore, né teoria – ma sull’arte in quanto creatività, dato loro il sostegno per essere innovativi”, come “produttori, scrittori e creatori”. Eccellente; gli artisti sono fra gli esseri umani più creativi.

Ma perché un approccio così indiretto? E se fosse: “I ragazzi del D.C.” affrontino il tema “Com’è il D.C. che vi piacerebbe vedere?” Perché? – non attraverso il percorso dell’arte.

Ci vuole un gran lavoro per avvicinare il futuro.

Si articola il passato molto meglio che il futuro, utilizzando i propri fatti, non le proprie visioni. E tanto meglio al negativo piuttosto che al positivo. Scorrono torrenti di parole sul “passato negativo”; per un “futuro positivo” invece balbuzie, linguaggio inarticolato del corpo. Che s’impari dal negativismo dei media?

L’argomentazione non è affinché il futuro domini come avvenuto per il passato. L’argomentazione è a favore di una presenza simmetrica nella nostra mente e nelle nostre scienze di passato e di futuro, non cadendo nella trappola empiristica.


#455 – Johan Galtung
Titolo originale: Bringing In the Future: An Essay on Time
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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