Fermenti internazionali di pace | Elena Camino

 


Ogni volta che guardo le notizie alla televisione … alla fine ho l’impressione che il mondo sia un brutto posto. O – almeno – che succedano tante cose brutte. Guerre, assassinii, rivolte: come dicono i giornalisti, “se sanguina interessa”. Poi ci sono i disastri del cambiamento climatico, la corruzione, l’abuso di bambini… le storie negative sembrano non finire mai. Poi, per caso, ecco una notizia che alleggerisce: un gatto perduto che ha percorso migliaia di km per tornare a casa. Storie come questa di solito indicano che le notizie del giorno sono finite. Eppure quando mi guardo intorno le cose non sembrano così catastrofiche. La gente che incontro per strada sembra abbastanza contenta, qualcuna saluta e sorride. Le case sono le stesse, giorno dopo giorno. Così – penso – nel mondo ci sono anche cose buone.

(Brian Martin “Introduction,” chapter 1 of Doing Good Things Better (Ed, Sweden: Irene Publishing, 2011) disponibile al sito http://www.bmartin.cc/pubs/11gt/)

Far circolare le notizie positive

Le pagine dei giornali e i media ci propongono con crescente intensità notizie e immagini di morti e distruzioni, mentre sono sempre molto parche di informazioni positive. Eppure sono sempre più numerose le iniziative che vedono centinaia o migliaia di persone, un po’ ovunque nel mondo, impegnate a costruire iniziative di pace. Alcune sono proposte culturali e sociali, che attraverso convegni, rassegne di film, manifestazioni artistiche propongono nuove visioni del mondo e delle relazioni umane, e si contrappongono al soffocante immaginario dominante, basato sulla violenza e sulla guerra. Altre sono offerte di collaborazione nell’azione quotidiana locale; altre ancora propongono di sostenere lotte nonviolente a difesa di comunità e ambienti naturali, anche se lontani da noi. Una piccola selezione di queste proposte può non solo stimolare all’azione, ma incoraggiare a un cambio di mentalità: nelle prossime pagine ve ne proponiamo alcune, che solo apparentemente non sono collegate tra loro.

In realtà l’autorevolezza di un giudizio morale, espresso in più occasioni e in circostanze svariate, riporta al centro dell’attenzione una visione del mondo unitaria, basata sulla difesa dei diritti umani e sul rispetto della natura. Diritti e rispetto che vengono rivendicati in un numero crescente di situazioni locali e da gruppi di culture molto diverse (come le comunità Valsusine e i Nativi americani), utilizzando la forza della nonviolenza. Le azioni concrete, tuttavia, anche se sostenute sul piano morale, da sole rischiano di risultare inefficaci: da un lato è importante favorire la costruzione di reti di solidarietà (e in questo il mondo del web può essere di grande aiuto), dall’altro occorre studiare, proporre e applicare nuove regole a livello collettivo, che siano funzionali a realizzare una trasformazione globale dell’umanità. Ma queste regole possono emergere solo da una visione del mondo che rigetti definitivamente la violenza diretta della guerra, la violenza culturale e strutturale del militarismo, del razzismo e delle disuguaglianze, e la mancanza di rispetto per la Terra che ci ospita. I prossimi eventi (citati più avanti) che avranno luogo a Berlino costituiscono importanti passi in questa direzione.

Il valore morale del Tribunale Permanente dei Popoli

Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) nasce da una idea espressa da Lelio Basso – uno degli Autori della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, proclamata ad Algeri nel 1976 – che riteneva che molte popolazioni fossero poco difese dalle leggi internazionali, che erano diventate sempre più garanti degli interessi dei detentori pubblici e privati del potere politico ed economico.

Si tratta di un tribunale spontaneo d’opinione che esprime valutazioni morali rivolte all’opinione pubblica su questioni di violazione dei diritti umani e dei diritti dei popoli in tutto il pianeta. Secondo l’art. 2 dello statuto, la sua attività consiste nel “promuovere il rispetto universale ed effettivo dei diritti fondamentali dei popoli, determinando se tali diritti sono violati, esaminando le cause di tali violazioni e denunciando all’opinione pubblica mondiale i loro autori“.

Il tribunale d’opinione ha esaminato, tra gli altri, i casi di: Tibet, Sahara Occidentale, Argentina, Eritrea, Filippine, El Salvador, Afghanistan, Timor Est, Zaire, Guatemala, il genocidio armeno, l’intervento degli Stati Uniti nel Nicaragua, l’Amazzonia brasiliana.

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Alcuni lettori – soprattutto in Piemonte – hanno avuto di recente occasione di venire a conoscenza dell’esistenza di questo “Tribunale” che su richiesta del Movimento NOTAV nel 2015 ha esaminato tutta la documentazione relativa al conflitto in atto tra i proponenti della linea ferroviaria ad alta velocità Torino Lione e alcune comunità della Valsusa, contrarie al progetto.

Con la ‘sentenza’ (emessa nel novembre 2015) il TPP raccomanda al governo italiano di sospendere l’esecuzione del TAV, e di riconsiderare l’opzione zero all’intero di qualsiasi spazio di dialogo promosso tra le parti. Raccomanda anche di cessare l’occupazione militare della zona. Sono disponibili per consultazione sia i documenti relativi ai dibattiti1 sia il testo della ‘sentenza’2.

Di recente il Tribunale è stato interpellato da alcune comunità in Sud Africa, che aderiscono alla Campagna Sudafricana di Opposizione al Potere delle Imprese trans- e multinazionali. E’ stata quindi istituita una Sessione del Tribunale (16-17 agosto 2016) nella città di Manzini, nello Swaziland: 10 comunità del Sud Africa hanno presentato i loro casi – le sofferenze che hanno subìto a causa delle Imprese Multinazionali le quali sono impunite, protette dagli attuali accordi per il libero commercio.

La Campagna Sudafricana rappresenta la componente regionale della Campagna Globale per abbattere il Potere delle Multinazionali, eliminare la loro impunità, e reclamare la Sovranità dei Popoli.

Dopo questa sessione nello Swaziland, ci sarà una seconda sessione nel Maggio 2017, in sede da confermare. In questi incontri le comunità che sono state danneggiate dalle azioni e dalle attività delle imprese multinazionali hanno l’opportunità di presentare le loro situazioni, attivare reti di collaborazione e concertare strategie di azione comune. Due dei casi sono presentati da Justiça Ambiental – Friends of the Earth Mozambique. Due grandi Imprese transnazionali vengono denunciate per gli scavi nelle miniere di carbone nella provincia di Tete – l’Indiana Jindal e la Braziliana Vale: centinaia e centinaia di persone sono state danneggiate. Alcuni siti illustrano in dettaglio le situazioni oggetto di controversia3.

Il TPP non ha dunque potere giuridico, ma solo morale: ma l’autorevolezza dei suoi membri, e il moltiplicarsi di casi in cui risulta sempre più evidente la connessione tra diritti umani e salvaguardia degli ambienti naturali contribuisce a far maturare la coscienza collettiva e offre alle comunità che si sentono oppresse una possibilità di farsi ascoltare utilizzando l’arma del dialogo in un contesto internazionale.

Dimostrazioni nonviolente a difesa della terra e dell’acqua

siouxAbbandonata l’ascia di guerra, la nonviolenza come strumento di lotta è stata scelta da molte comunità e popolazioni indigene di Nativi americani. Una notizia di alcune settimane fa4 (12 agosto 2016) ci informa che gruppi di Indiani, i Sioux della tribù di Standing Rock nel North Dakota, hanno iniziato delle manifestazioni nonviolente nei confronti delle forze di sicurezza locali e della polizia, di fronte alla riserva Sioux di Standing Rock, nel Nord Dakota. Armati di tamburi, bandiere e telefoni cellulari i dimostranti si sono mossi per andare a bloccare la costruzione del Dakota Access Pipeline, un oleodotto del costo di 3,7 miliardi di dollari che dovrebbe attraversare un terreno vicinissimo al confine delle terre native. La manifestazione di protesta è iniziata il 10 agosto, quando il personale addetto agli scavi, accompagnato da agenti della sicurezza ingaggiati dalla Energy Transfer Partners, la ditta Texana incaricata di controllare l’oleodotto, incominciò gli scavi. Nei giorni successivi furono effettuati degli arresti e 14 dimostranti furono accusati di disordini, mentre altre dozzine di persone restarono sul ponto a proseguire la protesta.

sioux02Gli arresti eseguiti rappresentano un brusco cambiamento, dopo mesi di pacifica occupazione del sito. Gli organizzatori della protesta avevano stabilito un Campo delle Rocce Sacre (Camp of the Sacred Stones) in aprile, dopo essere venuti a conoscenza del progetto. Preoccupati dalla prospettiva che l’oleodotto potesse creare scompiglio nei siti sacri, contaminare le acque del fiume Missouri e spaventare gli animali selvatici della zona, una trentina tra membri della tribù e persone solidali decisero di occupare il sito individuato per lo scavo. “Questo è un movimento di preghiera, per salvare la nostra terra e l’acqua, a noi sacre, ed è interamente sostenuto dalla popolazione locale e dagli occupanti“, è il messaggio che diffusero via internet.

Con l’avvicinarsi dell’estate gli organizzatori si sono appellati all’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) e al Corpo degli Ingegneri Militari (US Army Corps of Engineers, o USACE), per far valutare il potenziale impatto del progetto. L’oleodotto, che pomperebbe fino a 570.000 barili al giorno di petrolio estratto con la tecnica del fracking, rappresenta secondo loro una grave minaccia ecologica e un rischio per la salute pubblica.

Invece di soddisfare a queste richieste, l’USACE a fine luglio annunciò di aver autorizzato i premessi richiesti dalla ditta Energy Transfer Partners per avviare i lavori. Una coalizione di giudici e avvocati pubblicò una nota di protesta affermando che non erano state prese in considerazione le preoccupazioni espresse dai tribali e dagli ambientalisti: “chiediamo di fermare tutte le attività di scavo e di ritirare i permessi forniti dall’USACE finché non siano effettuate consultazioni ufficiali con le comunità tribali, e non siano eseguite valutazioni ambientali adeguate“. Altri sforzi sono stati compiuti dai giovani, che hanno lanciato una petizione on-line raccogliendo 166.140 firme, e hanno organizzato una marcia di poi fino a New York, percorrendo 2.000 miglia per consegnare la petizione. Mentre la Ditta incaricata degli scavi, la Energy Transfer Partners, afferma: “Denunceremo chiunque interferisca con la costruzione dell’oleodotto. La costruzione della Dakota Access Pipeline continuerà attraversando quattro Stati come previsto“, i dimostranti stanno cercando sostegno, non solo tra i Nativi, ma a livello più ampio, e hanno lanciato alcuni hashtags (#NoDAPL e #RezpectOurWater). Secondo le ultime notizie i dimostranti sono diventati circa 200, compresi alcuni membri delle tribù native e sostenitori non nativi. Mentre i video che circolavano nei giorni scorsi facevano vedere le scavatrici all’opera, il movimento rimane saldo sul posto, unito nella preghiera e nella solidarietà.

Disarmo per un clima di pace

Si terrà a Berlino dal 30 settembre al 3 ottobre 2016 un Congresso Mondiale organizzato dall’International Peace Bureau che si propone di portare all’attenzione del pubblico il tema delle spese militari (che spesso viene discusso solo come un problema tecnico), allo scopo di rafforzare le iniziative della comunità globale. Le enormi sfide globali della fame, della disoccupazione e dei cambiamenti climatici potrebbero trovare un contributo positivo verso la soluzione se si effettuassero passi concreti verso il disarmo – passi che devono essere chiaramente formulati e tradotti in realtà politica5.

IPB_World_CongressGli organizzatori di questo Congresso sostengono che – se non si supera la militarizzazione del mondo – ogni sforzo di trasformazione socio-ecologica verso una situazione globale di equità sarà un fallimento. Questa dimensione del cambiamento sociale è stata finora poco esplorata, sia nei movimenti pacifisti, sia negli studi scientifici orientati alla trasformazione, sia nelle organizzazioni sociali. Ed è una sfida specifica che si intende affrontare in questo Congresso.

Nel 2014 i governi nel mondo hanno speso più di 1.700 miliardi di dollari nel settore militare. Gli organizzatori del Congresso propongono di destinare invece quel denaro ad altri scopi: promuovere iniziative volte a mitigare il cambiamento climatico; avviare programmi umanitari per sostenere le comunità più vulnerabili; sostenere finanziariamente progetti di disarmo e di prevenzione dei conflitti; ampliare i servizi pubblici per favorire la giustizia sociale, l’uguaglianza di genere e la creazione di posti di lavoro per il recupero degli ecosistemi, ecc.

I partecipanti al Convegno di Berlino saranno invitati ad avviare le loro riflessioni e dibattiti a partire da un testo approvato di recente a Montreal (Canada) in occasione del World Social Forum: la Dichiarazione per un mondo libero dalla fissione nucleare6, in cui si legge: “Come cittadini stiamo collettivamente sollecitando una mobilitazione della società civile in tutto il mondo per arrivare all’eliminazione di tutti gli armamenti nucleari, per mettere fine alla continua produzione di armi e di scorie radioattive, e per bloccare le estrazioni di minerali di uranio in tutto il mondo. Questo appello è indirizzato agli abitanti di ogni parte del mondo, che sentono la necessità, come individui o come membri di una organizzazione, di vivere in un mondo libero dal nucleare.

Siamo impegnati a costruire una rete globale di persone che lavoreranno insieme, usando internet e i social media per superare l’isolamento, per offrirsi mutuo sostegno e per coordinare iniziative congiunte per liberare il mondo dalla tecnologia della fissione nucleare, sia civile che militare.

Inizieremo creando canali di comunicazione per condividere informazioni e strumenti educativi sugli aspetti legali, finanziari, tecnici, sanitari e di sicurezza che riguardano le attività militari e non militari che implicano l’uso del nucleare. Metteremo insieme questi dati superando le barriere nazionali, in uno spirito di condivisione che ci consentirà di formulare una risposta convergente e unitaria atta a contrastare i piani di una élite nuclearista impegnata su scala globale a moltiplicare le installazioni nucleari militari e civili in tutto il mondo, e a produrre, seppellire o abbandonare scorie radioattive. […] Siamo consapevoli che l’elemento chiave che consente la costruzione sia delle centrali atomiche sia degli armamenti nucleari è l’uranio, e ci allineiamo con l’appello lanciato dalla Associazione Internazionale dei Medici per la prevenzione della guerra nucleare (the International Physicians for the Prevention of Nuclear War) e dal Simposio sull’Uranio tenuto nel Quebec nel 2015 per un bando totale e globale delle attività di scavo e di trasformazione dei minerali di uranio7.

Il nucleare: conoscerlo per eliminarlo

URANIUM FILM FESTIVAL 2014 newLe attività relative allo scavo, manipolazione, stoccaggio, utilizzo e smaltimento di minerali di uranio sono assai poco conosciute al pubblico, che viene tenuto all’oscuro di tutta la filiera dei materiali radioattivi, nella quale si intrecciano gli usi civili e quelli militari. Molto opportuna è quindi l’organizzazione, nella stessa città di Berlino, di un particolare ciclo di film e documentari, l’Uranium Film Festival: dal 28 settembre al 2 ottobre 2016 saranno presentati 22 film sulle problematiche del nucleare, provenienti da 10 Paesi.

L’Uranium Film Festival è stato fondato a Rio nel 2010, ed è attualmente alla sua sesta edizione. Si tratta di una iniziativa che presenta al pubblico – attraverso grandi film – la potenza e le minacce dell’energia nucleare. Insieme ai film il pubblico ha l’opportunità di partecipare e discussioni e dibattiti su molti temi correlati, come quello dello smaltimento delle scorie nucleari.

La rassegna di Berlino presenterà film e documentari da tutto il mondo sulle centrali nucleari, sulle miniere di uranio e sui rischi della radioattività: dalle scorie nucleari agli armamenti. In particolare saranno ricordati i disastri atomici di Fukushima, di Chernobyl e di quello – quasi sconosciuto – di Palomares: il 17 gennaio 1966 un bombardiere B-52 degli USA si scontrò con un aereo che lo stava rifornendo in volo, sopra la città di Almeria nella Spagna del Sud. Il B-52, che aveva a bordo 4 bombe all’idrogeno, si spezzò ed esplose. Le bombe caddero sulla cittadina di Palomares, senza esplodere.

A questo proposito sarà interessante assistere al film presentato da Raphael Minder, che ricostruisce e racconta – attraverso interviste agli abitanti della cittadina – un evento misterioso avvenuto 50 anni fa, e tenuto sotto silenzio dalle autorità e dei media.

palomares2-master675Racconta José Manuel González Navarro, un meccanico che stava percorrendo con la sua moto una strada costiera fuori dal paese, che sentì all’improvviso una forte esplosione e vide in cielo una palla di fuoco. Poi dei frammenti cominciarono a venir giù dal cielo, lentamente. Navarro girò la moto e tornò verso casa, per controllare che non fosse successo nulla. La casa era a posto, così ritornò dove aveva visto cadere della cose, e vide per terra una bomba inesplosa attaccata a un paracadute. Staccò le funi del paracadute e le portò a casa insieme ad altri pezzi che trovò in giro, pensando che avrebbero potuto servirgli quando andava a pesca.

Come molti altri a Palomares, González Navarro era stato testimone di un incidente tra aerei militari, ma non sapeva che uno dei due era un bombardiere dell’aviazione USA, che nell’urto perse quattro bombe a idrogeno che caddero nei pressi della città, senza esplodere. Tuttavia due delle bombe si danneggiarono nell’urto, e da esse fuoriuscì del plutonio. Le persone intervistate dal regista, ormai anziane, raccontano dei successivi sforzi compiuti per bonificare i luoghi dell’impatto, e ricordano la cattiva fama che si era sparsa in giro, per cui i contadini del luogo non riuscivano più a vendere la loro verdura.

Nel 1966 gli americani rimossero 5.000 barili di terreno contaminato, e dichiararono che il sito era ormai ‘pulito’, ma le misure prese dalle autorità spagnole registrarono livelli di radioattività anomali, e negli anni successivi alcuni terreni furono recintati, e altra terra fu portata via.

José Herrera Plaza, un giornalista spagnolo che di recente ha pubblicato un libro sulla storia di Palomares, racconta che questo incidente segnò profondamente – almeno dal punto di vista psicologico – la comunità locale.

Sul sito dell’Uranium Film Festival è consultabile il programma completo delle proiezioni8.


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