23. Il dovere di non collaborare | Pietro Polito


Come ha scritto Isabella Bresci, la cosa più bella di Nanni Salio era il modo con il quale nella sua stanza stipata di libri al Centro Sereno Regis accoglieva gli amici, avviando con loro “una conversazione profonda e coinvolgente che si allargava come una spirale sempre più ampia”, fino a diventare una “chiacchierata sapienziale”.

L’ultima conversazione che ho avuto con Nanni, amico, operaio, maestro della nonviolenza, è stata la sera del 25 gennaio, una settimana prima della sua morte, ed ha avuto come argomento prevalente la domanda che ci siamo posti più di una volta: “Come la nonviolenza entra nel mondo e si realizza nella società, trasformandola?”.

Per tentare una risposta, può essere fecondo interrogarsi sul significato della Resistenza e della resistenza.

Come ha osservato Norberto Bobbio: “Nella storia dei rapporti tra governanti e governati si è sempre contrapposto il dovere di obbedienza invocato dai sovrani al diritto di resistenza invocato dai popoli. Ebbene, la Resistenza è stato un gigantesco fenomeno di disobbedienza civile in nome di ideali superiori come libertà, eguaglianza, giustizia, fratellanza dei popoli”. Di conseguenza, continua Bobbio, “la Resistenza è stato un gigantesco fenomeno di disobbedienza civile in nome di ideali superiori come libertà, eguaglianza, giustizia, fratellanza dei popoli”. Pertanto, egli conclude: “Richiamarsi alla Resistenza oggi vuol dire richiamarsi al valore perenne di questi ideali, rispetto ai quali si giudica la vitalità, la nobiltà, la dignità di un popolo” (N. Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza italiana, a cura di P. Polito e P. Impagliazzo, Einaudi, Torino 2015, p. 87).

Personalmente penso che la nonviolenza sia la forma attuale della resistenza, intesa la nonviolenza, alla maniera di Aldo Capitini, come noncollaborazione. Resistere oggi significa “non accettare il mondo così com’è”.

Cop_capitini_tecniche_NonviolenzaSi può ragionare proficuamente sulle forme della resistenza oggi, riprendendo Le tecniche della nonviolenza di Aldo Capitini, un libro che Bobbio consigliava ai nonviolenti e che io mi permetto di suggerire ai disobbedienti e ai resistenti, a coloro che, seguendo l’insegnamento di Capitini, “non accettano”.

Le tecniche uscirono presso Feltrinelli nel 1967 e sono state a più riprese riproposte da Goffredo Fofi, nel 1989 con “Linea d’ombra”, nel 2009 con le edizioni dell’asino, da ultimo con il suo Elogio della disobbedienza civile, Nottetempo, Roma, 2015. (“Un salutare richiamo al fatto che esistono alternative alla violenza” è Michael N. Nagler, Manuale pratico della Nonviolenza. Una guida all’azione concreta, Prefazione di Nanni Salio, edizioni Gruppo Abele, Torino 2014).

Il libro Le tecniche della nonviolenza fu proposto da Capitini a Giangiacomo Feltrinelli, orientato politicamente sul tema dei mezzi in modo a lui opposto, con l’intento di far conoscere le sue riflessioni e indicazioni sulla nonviolenza ai giovani protagonisti di una nuova stagione di lotte.

Nelle intenzioni dell’autore Le tecniche avrebbero dovuto essere un manuale alternativo ai numerosi manuali di guerriglia in circolazione in quegli anni. Allora prevalse la linea della violenza – la “violenza levatrice della storia” –, non quella della nonviolenza. A distanza di quasi quarant’anni, possiamo meglio intendere che la violenza perde anche quando vince e la nonviolenza vince anche quando perde.

Scrive bene Fofi: “Il non accetto dei violenti è, come la storia ha dimostrato, destinato a non risolvere, a non evitare la barbarie, ma il non accetto dei nonviolenti non può essere allora gandhianamente che disposto – se vuole incidere – a considerare la nonviolenza non solo come una scelta individuale, ma anche come una scelta politica”.

Il nucleo centrale de Le tecniche è la contrapposizione tra la “strategia della violenza”, che è “molto più antica”, e la “strategia della nonviolenza”, “rara nel passato”, anche se ciò non vuol dire assente. Il principale riferimento non può non essere al “metodo nonviolento” o satyagraha elaborato da Gandhi. Nella concezione di Gandhi il satyagraha è una “modalità di lotta politica”. Con questa espressione egli indica la nonviolenza come convinzione che distingue dalla nonviolenza come scelta tattica. Gandhi usa le espressioni “nonviolenza del forte” o satyagraha e “nonviolenza del debole” o “resistenza passiva”.

Naturalmente non è possibile in poche battute chiarire la distinzione tra questi due tipi di nonviolenza che costituisce un tema ricorrente del pensiero gandhiano. In linea generale si può osservare che la nonviolenza come convinzione si fonda sul rifiuto morale della guerra a cui si contrappone come una alternativa, mentre la nonviolenza come scelta tattica non si collega ad una scelta etica ma scaturisce da situazioni contingenti e pertanto si rivela compatibile con qualsiasi ideologia o dottrina, anche se in certe condizioni può svilupparsi nella direzione del satyagraha.

Il rifiuto morale della guerra è sempre individuale, quello politico può scaturire da una decisione collettiva. All’interno della “strategia della nonviolenza” occorre distinguere tra le tecniche individuali e le tecniche collettive della nonviolenza. Le principali tecniche individuali sono la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, l’obiezione di coscienza, mentre quelle collettive sono la comunità nonviolenta, lo sciopero, il sabotaggio la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile.

In particolare Capitini si sofferma sull’obiezione di coscienza, presentata come “una delle tecniche più note della nonviolenza”. Nella forma di obiezione al servizio militare essa ha una tradizione secolare (Capitini cita san Massimiliano, il francescanesimo, George Fox, William Penn), è diventata un problema ineludibile a partire dal primo conflitto mondiale, dopo i casi di Claudio Baglietto nel 1940 e di Pietro Pinna nel 1948, è stata uno dei banchi di prova della nuova democrazia italiana, per l’impegno del movimento degli obiettori di coscienza è ora riconosciuta come diritto soggettivo perfetto nella legislazione del nostro Paese.

Lo stesso Capitini chiarisce che la distinzione è utile per la distribuzione del materiale, ma che non è possibile separare nettamente le tecniche collettive da quelle individuali perché le tecniche collettive, per essere efficaci, hanno bisogno di un forte impegno individuale. In realtà sia le tecniche individuali sia le tecniche collettive derivano dal principio di noncollaborazione.

Per Capitini è da valutare positivamente il fatto che la noncollaborazione collettiva abbia assunto “dimensioni imponenti” e “un’articolazione complessa”. Tuttavia, egli ricorda con forza che “il punto di partenza è stato ed è concretamente individuale”. Discutendo della noncollaborazione, negli Elementi di un’esperienza religiosa (1937) aveva affermato: “Ogni cosa umana è sorta sulla prima pietra di un’anima”.

Quantomeno opportuna appare la distinzione capitiniana tra nonuccisione e noncollaborazione. La nonuccisione è la forma specifica dell’obiezione di coscienza al servizio militare: l’obiettore “oppone un motivo di coscienza contro l’ordine legale della preparazione ed esecuzione della guerra, particolarmente nel suo carattere di uccisione di esseri umani”. La noncollaborazione ha un significato più largo: essa è “un atto che viene compiuto in quanto la coscienza obietta, cioè fa opposizione. E ogni noncollaborazione seria è non per capriccio, ma per un motivo di coscienza».

Concordo con Fofi che de Le tecniche della nonviolenza “dovremmo imparare interi brani a mente, e dovremmo recitarli, diffonderli, ragionare sugli esempi che Capitini elenca e propone, e vedere quali possono essere più efficaci, discuterli e metterli in pratica secondo i bisogni del presente”. Da Capitini ci giunge l’esortazione all’impegno a “superare le nostre miserie e, soprattutto, la nostra capacità di mentirci, il nostro bisogno di consolarci a buon mercato, sentendoci migliori della comune umanità solo perché ci consideriamo più buoni dei nostri vicini”.

La parte più politica e forse la più attuale della nonviolenza è quella della noncollaborazione e della disobbedienza civile, di cui c’è più che mai bisogno nel nostro Paese: “la disobbedienza civile può fare a meno della nonviolenza – la storia ci ha dato tanti esempi e continua a darcene –, mentre la nonviolenza non può fare a meno della disobbedienza civile”. L’indignazione non basta. A differenza dei demagoghi e dei “denunciatori di professione”, in un mondo che continua a essere dominato dalla violenza, i persuasi – i “non-accettanti” – compiono il passo decisivo, assumendosi il dovere di non collaborare. Non accettare la realtà cosi com’è è il primo contributo alla sua liberazione.

Una replica a “23. Il dovere di non collaborare | Pietro Polito”

  1. Da cinque anni ,da quando cioè frequento il centro -e anch'io ho avuto molte conversazioni sapienziali con Nanni di cui sento la mancanza,- quando ho preso visione del materiale documentario ivi custodito mi sono domandata come mai quel materiale non ha mai girato tra le persone che come me avevano fatto, pur con grandi crisi di coscienza, la scelta luxumburghiana tra riforma e rivoluzione.Evidentemente era nell'interesse delle classi dominanti che ciò non avvenisse e così è stato . Nei miei venti anni di residenza a Roma poi ho potuto constatare come il ' divide et impera' ha nuovamente ben funzionato nella divisione tra fascisti ed antifascisti che lì è stata una vera continua sequela di botte e risposte vendette e occhi per occhi, incendi e uccisioni. Non così è stato a Torino dove una forte classe operaia più che alle battaglie come tra i ragazzi della via Pal, si badava alle lotte sindacali con le conseguenti conquiste ora del tutto esautorate. Quello che a me preme domandare ora proprio in occasione della morte di Nanni, al cui funerale ho incontrato centinaia di persone tutte particolarmente coinvolte, come mai a quasi tutte le iniziative sempre interessanti del centro cui ho partecipato ( eccetto soprattutto all'ultima dell'operaio del Lingotto e non a caso )le presenze erano piuttosto diradate proprio rispetto al numero di coloro che erano presenti al necrologio . C'è una scritta introduttiva a NAPOLI ASSISE , una lodevole 'iniziativa di giovani napoletani che dice : Il male cresce laddove i buoni smettono di agire . O no ?

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