Antica come le colline (VIII) – Nanni Salio

Pubblichiamo a puntate la prefazione scritta da Nanni Salio al volume di Michael Nagler, Manuale pratico della nonviolenza. Una guida all’azione concreta, pubblicato nel novembre del 2014 dalle Edizioni Gruppo Abele. Il libro è acquistabile in libreria oppure on-line qui.

Michael N. Nagler, Manuale pratico della NonviolenzaParte VIII e ultima – La nonviolenza è “il varco attuale della storia”

Riflettendo sul futuro della democrazia, qualche anno fa Norberto Bobbio scriveva (30): «sia ben chiaro, non faccio alcuna scommessa sul futuro: la storia è imprevedibile. Se la filosofia della storia è in discredito, dipende dal fatto che non c’è previsione, annunciata dalle diverse filosofie della storia succedutesi nel secolo scorso e all’inizio di questo, che non sia stata smentita dalla storia realmente accaduta».
Parole simili si possono ripetere per il futuro della nonviolenza: non siamo in grado di fare delle previsioni e in questo campo «tutte le forme ideali [appartengono] non alla sfera dell’essere ma a quella del dover essere». Bobbio osserva inoltre che nel corso del Novecento è avvenuto un significativo aumento del numero di Stati democratici, con una corrispondente democratizzazione del sistema internazionale delle Nazioni Unite, secondo una progressione ideale che avrebbe portato il sistema internazionale da uno stato di anarchia a una condizione di equilibrio delle grandi potenze, al predominio di una potenza egemone e infine a un sistema internazionale democratico condiviso. Se questa successione si rivelasse valida sul piano storico, il passo successivo dovrebbe essere quello verso la nascita di società nonviolente e di un sistema internazionale nonviolento.
Se il sistema internazionale si è democratizzato, cosa è avvenuto delle guerre? Sono diminuite o aumentate? Stando alla percezione diffusa, le guerre sono aumentate, mentre i dati elaborati dagli analisti affermano un sostanziale congelamento, o addirittura una diminuzione (31).
Più in generale, sostiene Richard Falk, «in questo momento della storia umana, sembra che il bicchiere non sia né tutto pieno né tutto vuoto» (32), ma forse stiamo vivendo un nuovo momento gandhiano. Siamo di fronte a una biforcazione. Possiamo procedere verso l’abisso, seguendo il realismo di ieri della violenza che diventerà la ricetta per la catastrofe di domani, oppure aprirci a nuove forme di azione: l’utopia di ieri della nonviolenza diventa così il realismo di oggi.
Interrogarsi sul futuro della nonviolenza significa anche chiedersi esplicitamente se la guerra ha un futuro. Questo interrogativo è stato sollevato da troppe persone autorevoli, in tempi diversi e con argomentazioni differenti, per apparire peregrino. Se lo pose Albert Einstein, all’inizio dell’era nucleare. Se lo posero in molti dopo la seconda guerra mondiale (33), e dopo il 9 novembre 1989 folle festanti gridarono «mai più muri, mai più guerre». Saggiamente, Gandhi sosteneva che «o il mondo progredisce con la nonviolenza, oppure perirà con la violenza».
Gli scettici ribaltano l’interrogativo e preconizzano un nuovo secolo di guerre, a meno che non avvengano profondi cambiamenti nella politica internazionale delle grandi potenze, in particolar modo degli Stati Uniti i quali detengono «un potere senza saggezza, e non sono capaci di riconoscere i limiti delle armi nonostante ripetute esperienze. Il risultato è stato la follia, e l’odio, che sono le ricette per il disastro. E l’11 settembre ne è la conferma. La guerra è arrivata in casa» (34).
Nel chiedersi anche lui se la guerra ha un futuro, Sohail Inayatullah, curatore con Johan Galtung di un provocatorio testo di macrostoria (35) sostiene che «dobbiamo sfidare l’idea che la guerra è qui per rimanerci come se fosse un fatto evolutivo naturale. Non dobbiamo solo trovare nuovi metodi per risolvere i conflitti internazionali, ma è necessario sfidare tutta quanta la concezione di conflitto armato, simmetrico e asimmetrico». Dobbiamo inoltre superare la “litania” della semplice contrapposizione tra pace interiore, dell’individuo, e pace collettiva, internazionale. Ovvero dobbiamo affrontare esplicitamente in chiave sistemica il paradosso dello “yogi e del commissario” sollevato sin dal 1947 da Arthur Koestler (36), agendo contemporaneamente su tre aspetti principali: trasformare la natura del complesso militare-industriale, dell’industria bellica e del commercio delle armi; trasformare il sistema educativo in un processo di formazione alla pace e alla nonviolenza (come recita il documento ONU sul decennio della nonviolenza) centrato sull’acquisizione di capacità di trasformazione nonviolenta dei conflitti e su una diversa lettura della storia umana, non più vista soltanto come una successione di guerre; creare nuove visioni del mondo. Queste nuove visioni comportano il passaggio da una società dominata da strutture gerarchiche patriarcali a una concezione di partenariato (37); da un’idea di evoluzione intesa come risultato casuale della sopravvivenza del più adatto, che giustifica la guerra, a una in cui essa è frutto della ragione e dell’azione umana; e infine da un’idea di identità definita solo in termini di razza, lingua, religione esclusiva a una consapevolezza planetaria, gaiana.
A partire da queste premesse, si possono prefigurare quattro scenari principali: permanenza della guerra, con pericoli crescenti che deriveranno non tanto dalla presenza di leader autoritari, quanto dalla facilità con cui ognuno di noi potrà accedere a nuove armi di distruzioni di massa e tenere in ostaggio, da solo, un’intera nazione; scomparsa della guerra, mediante un cambiamento del sistema di potere e della cultura che ora la sorreggono; ritualizzazione e contenimento, con un prevalere della cultura di pace e un permanere della guerra per brevi periodi e come opzione meno desiderabile; genetizzazione della guerra, con procedure invasive di ingegneria genetica alla ricerca del “gene dell’aggressione”, nella speranza di eliminare i comportamenti che porterebbero alla guerra.
Oltre a immaginare i possibili scenari futuri, Inayatullah vede cinque principali processi di cambiamento in atto: governo globale, multinazionali dell’economia, ritorno al passato, cyberspazio, people’ power.
Le prime due trasformazioni sono frutto di poteri dall’alto, in mano a piccole élite. Il terzo cambiamento, antitetico e opposto ai primi due, è caratterizzato da forme di localismo e nazionalismo esasperato che si oppongono alle forze dirompenti dei processi di globalizzazione per mantenere barriere e privilegi anacronistici. Il quarto processo, basato sulle tecnologie dell’informazione, ha un carattere orizzontale e potenzialmente può coinvolgere chiunque in una grande rete comunicativa con un forte potenziale di democrazia partecipativa. Il quinto processo, infine, è una trasformazione dal basso, attivata da una miriade di soggetti che Immanuel Wallerstein considera nel loro insieme come la nuova ondata dei movimenti che stanno costruendo un nuovo ordine mondiale sulle rovine del cadente disordine creato dal capitalismo selvaggio.
Come diceva Aldo Capitini, la nonviolenza è “il varco attuale della storia”. Sta a noi, individualmente e collettivamente, il compito di far passare l’umanità intera attraverso questo varco. Compito decisamente arduo, tuttavia possiediamo una grande riserva di creatività e saggezza a cui attingere per realizzare questo sogno.

NOTE

30 Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1991

31 Nicola Labanca, Guerre del periodo post-bipolare: la centralità della comunicazione, in «L’ospite ingrato», 2, 2003

32 Richard Falk, A New G?ndh?an Moment?, http://www.transnational.org/forum/meet/2004/Falk_Ghandi.html
Si vedano anche: Richard Falk – 6 aprile 2014, Geopolitica nonviolenta: legge, politica e sicurezza nel ventunesimo secolo http://serenoregis.org/2014/04/18/geopolitica-nonviolenta-legge-politica-e-sicurezza-nel-ventunesimo-secolo-richard-falk/
Michael Nagler, The Time for Nonviolence Has Come, Yes, estate 2003, http://www.yesmagazine.org/26courage/nagler.htm

33 Riccardo Bauer, La guerra non ha futuro, in Saggi di educazione alla pace (a cura di F.Mereghetti), Linea d’ombra, Milano 1994

34 Gabriel Kolko, Another Century of War? CounterPunch, 26 novembre 2002, http://www.counterpunch.org/kolko1126.html

35 Sohail Inayatullah e Johan Galtung, a cura di, Macrohistory and Macrohistorians, Perspectives on Individual, Social, and Civilizational Change, Praeger 1997; Sohail Inayatullah, Does War Have a Future?, http://www.transnational.org/features/2003/Inayatullah_WarFuture.html

36 Arthur Koestler, Lo yogi e il commissario, Liberal Libri, Firenze 2002

37 Riane Eisler, The Power of Partnership, New World Library, Novato 2002

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