L’unica legge del Centrafrica è il machete – Ugo Lucio Borga

L’uomo sdraiato a terra non muove un muscolo. Solo gli occhi ruotano, in ogni direzione, prima di concentrarsi sulla bomba a mano che i soldati burundesi hanno posato sulla terra rossa, a venti cent- imetri dal suo volto. Le strade si sono svuotate all’improvviso, l’ipnotico abbaiare dei kalashnikov risuona nei vicoli del quartiere Meskine, interrotto dal tonfo sordo di un rpg. Secondo il capitano Nkengurutse, l’uomo era pronto a colpire i militari dell’Unione africana che rastrellano il quinto arrondissement di Bangui. Un Seleka. «Quella bomba a mano era per noi — dice -. Ce l’aveva in tasca, aveva già tolto il cappuccio che impedisce l’innesco accidentale, ancora qualche passo e ce l’avrebbe lanciata addosso».

borga_centrafricaDa quando i dirigenti della Comunità economica degli stati dell’Africa centrale hanno posto fine, nel corso di una riunione a N’djamena, al regno del terrore di Djotodia, leader delle disciolte milizie Seleka e presidente della Repubblica Centrafricana a seguito del colpo di stato del 24 marzo 2013, in città si è scatenato l’inferno. I rapporti di Amnesty International e Croce Rossa Internazionale denunciano atrocità quotidiane, spesso commesse nei confronti di civili inermi, tali da far presumere che una pulizia etnica ai danni dei musulmani sia in corso. Joanne Lui, presidente di MSF Internat- ional, parla deliberatamente di catastrofe di massa, puntando il dito contro la drammatica lentezza della risposta internazionale.

Sono circa 750 mila gli sfollati interni, cui è necessario aggiungere i 250 mila rifugiati nei paesi conf- inanti, su una popolazione che non supera i quattro milioni. Seimila uomini del contingente dell’unione africana Misca e duemila militari francesi dell’operazione Sangaris, guidati dal generale Francisco Soriano, cui si sono recentemente uniti un migliaio di caschi blu, non sono stati finora in grado di fermare le violenze che stanno devastando il paese, sconvolto dalla crisi peggiore della sua storia. Il segretario delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon, nel recente rapporto inviato ai 15 paesi mem- bri del consiglio di sicurezza, auspica il rapido dispiegamento di ulteriori 12.000 uomini, sostenuti dalle risorse e i mezzi necessari a proteggere i civili e ristabilire l’ordine. Nella migliore delle ipotesi non sarà possibile prima di Settembre.

Lo stimato contingente burundese

Sul terreno, le operazioni sono complesse: «Stiamo tentando, in condizioni disperate, di procedere al disarmo di tutte le milizie». Spiega il colonnello dell’Unione africana Haaizimana Pomtiem. «Il pro- blema è che non è facile individuarne gli appartenenti fino a quando non aprono il fuoco su di noi. Indossano abiti civili, organizzano attacchi a sorpresa. Stiamo procedendo con perquisizioni, casa

per casa, nel paese si è riversata un’enorme quantità d’armi». Gli uomini del contingente burundese godono di una certa stima nei quartieri a ridosso dell’aeroporto, come il quinto arrondissement. Non fanno distinzione tra gli antibalakà, milizie cristiane di autodifesa, e i ribelli appartenenti alle milizie Seleka, a maggioranza musulmana, che per mesi hanno compiuto massacri e saccheggi nel paese. Disarmano chiunque. Sono gli unici. Numerose testimonianze denunciano l’inerzia dei militari fran- cesi, congolesi e guineani, e la complicità dei soldati inviati da N’Djamena nel quadro dell’ oper- azione Misca, accusati di aver partecipato alle razzie perpetrate dalle milizie Seleka, in gran parte composte da mercenari sudanesi e, appunto, ciadiani. Nel paese operano anche gruppi di militari senza mandato internazionale.

Il 12 febbraio una decina di technical, pick up dotati di mitragliatrici pesanti, con numerosi militari ciadiani a bordo, si sono spinti fino a Mbaiki per scortare un convoglio di profughi musulmani fuori dal paese. Il convoglio, bloccato da un veicolo in panne in corrispondenza di PK12, nella periferia della capitale, è stato attaccato da un gruppo di antibalakà. «Non sappiamo chi abbia autorizzato l’ingresso di questi militari nel paese» dice Rambo, nome di battaglia di Julien Mbenge, ex caporale delle Faca (Forze armate Repubblica centrafricana) e ora comandante di un gruppo composto da ex militari e miliziani che controlla il territorio per oltre 150 chilometri, da Bimbo a Mbaiki. «Quel che

è certo è che i ciadiani riforniscono di uomini e armi i Seleka che si nascondono nel paese e sono nostri nemici. Questa non è una guerra di religione. Sei dei miei uomini sono musulmani, centraf- ricani. Non abbiamo niente contro di loro. Vogliamo cacciare gli stranieri che hanno invaso il nostro territorio e uccidono le nostre donne e i nostri figli, saccheggiano le nostre case. Prima o poi il governo dovrà premiarci per il nostro sacrificio».

A pochi chilometri dal quartier generale del comandante Rambo, quattro giovani armati di machete e coltelli fermano la nostra macchina. Intorno al collo, alla vita, decine di gri gri, feticci magici in grado di proteggerli dai proiettili. «Siete Italiani? Siete di Roma? Il Papa abita a Roma. Siamo fratelli, cattolici. Uccideremo tutti i musulmani. Questo paese è cristiano. Niente fotografie per favore. Io sono un killer». Non lontano una pista si inoltra nella giungla, troppo sconnessa e stretta per

i camion della croce rossa centrafricana che arrancano a fatica e sprofondano nei solchi scavati dalla pioggia torrenziale della notte precedente.

All’ombra di un albero del pane, i volontari della Croce rossa centrafricana bevono vino di palma da una tanica di benzina e raccolgono le forze. Hanno scavato tutto il giorno. Due fosse, lunghe una decina di metri, profonde un paio. Attendono l’arrivo delle diciotto vittime degli scontri della notte precedente. Undici cristiani e sette musulmani. I corpi vengono scaricati dai camion e adagiati sul fondo. Una sola fossa sarebbe sufficiente. Ma cristiani e musulmani non possono più giacere nella stessa terra.

Altro che giubbotti antiproiettile

Douze puissance (Dodici potenze) non ha più un attimo di respiro. Da quando la guerra si è fatta feroce, le richieste di feticci «antibal» (antiproiettile) sono diventate pressanti. Per incontrarlo, è necessario svegliarsi alle sei del mattino e portare un uovo. La sua stanza di fango e lamiera si trova subito dopo il check point dei ruandesi, nel quartiere Ramandji. Qui, è diventato una celebrità. In cambio di un discreto rotolo di banconote, agita una zampa di gallina e prega lo spirito ancestrale di intervenire. Se l’offerta è congrua, lo spirito non si fa attendere. Con una corteccia rompe l’uovo e ne estrae un anello, una catenina, un braccialetto di pelle. Una volta indossati, trasformeranno in acqua qualsiasi tipo di proiettile. Emotion, porta parola degli antibalakà, ne è ricoperto. «Il movi- mento antibalaka ha una struttura nazionale, al cui vertice siede Edoard Patrice Ngaissona, nella funzione di responsabile politico. Il luogotenente Kokaté (ora consigliere del primo ministro, ndr) e il capitano Ngramangu si occupano rispettivamente delle operazioni militari e del coordinamento logi- stico — spiega -. Movimenti di autodifesa sono sempre esistiti nella Repubblica Centrafricana. Fanno parte della cultura di questo popolo. Per difendere la popolazione dalle violenze subite durante la presidenza di Djotodia i giovani hanno deciso di imbracciare le armi e combattere. I francesi e i misca (i soldati dell’Unione africana, ndr) sono nostri fratelli, ma non conoscono il paese e non sanno muoversi. Non devono disarmarci, ma permetterci di aiutarli a sconfiggere i Seleka. Abbiamo difeso il paese dalla schiavitù e dalla barbarie dei musulmani ciadiani».

Per quanto il movimento antibalaka, sul terreno, risulti tutt’altro che strutturato, secondo l’intellettuale e scrittore François Xavier Yombandjie, ex vescovo di Bossangoa, il riferimento alla schiavitù è un elemento fondamentale per comprendere ciò che sta accadendo in Repubblica centr- africana. «Nella cultura e nella memoria storica popolare la schiavitù e la colonizzazione sono due elementi molto importanti — spiega -. «Nessuno, oggi come oggi, può affermare con certezza quali ragioni abbiano portato alla genesi di questo conflitto, che ha assunto la maschera di una guerra di religione. In ogni caso, il forte sospetto che il presidente Deby, con l’avallo del governo francese, abbia sostenuto i ribelli Seleka, con lo scopo di sfruttare le risorse di questo paese, è difficile da allontanare. Il Ciad è intervenuto in modo pesante, nel corso degli ultimi trent’anni, nella vita politica della Repubblica centrafricana, quasi la considerasse la ventunesima provincia del suo territorio, e non uno stato autonomo e sovrano. In questo caso, l’incapacità del presidente Djotodia di cont- enere l’inaudita violenza delle sue milizie, composte in massima parte da mercenari di lingua araba, ha provocato un conflitto che nessuno sembra in grado di arrestare. Ciò che accade, oggi, corr- isponde a un risveglio del popolo centrafricano, che dai musulmani e dai francesi ha già subito schia- vitù e colonizzazione. Due cicatrici che non si sono rimarginate. La violenza delle milizie antibalaka, certo condannabile, è di natura reattiva: questi giovani, perlopiù senza lavoro e prospettive, hanno dovuto tarare la loro crudeltà sul livello delle brutalità di cui sono stati vittime e testimoni per oltre un anno. Ora il problema è contenere e indirizzare l’energia accumulata».

Aduma, 19 anni, e Bempa, 23, hanno lasciato il campo rifugiati di M’poko all’aba. Avevano fame. Sono tornati nella loro casa, quartiere Ngbénguéwe, per cercare qualcosa da mangiare. I loro corpi sono stati riconsegnati alla famiglia in tarda serata. Crivellati di colpi. La madre e le zie li hanno sepolti nel cimitero che è sorto a ridosso del campo rifugiati. Sui sepolcri improvvisati hanno delic- atamente appoggiato le poche cose che appartenevano ai due ragazzi: il carica batterie di un cell- ulare, un cappellino di tela azzurra, due sigarette sportsman, una boccetta vuota di profumo. Non c’è tempo per piangerli a lungo. I cecchini Seleka sono appostati a circa cinquecento metri, dietro un edificio bruciato. Poco lontano, Monsieur Bemba, 51 anni, insegnante, s’è afflosciato all’improvviso. Senza un gemito. Un proiettile vagante l’ha colpito alla nuca.

Le centoventimila anime che vagano, incerte, nel più grande campo rifugiati del paese non hanno più la forza di disperarsi. Manca tutto: cibo, medicinali, tende. Quando piove, bisogna dormire in piedi per evitare di affogare nel fango, abbracciati per conservare un po’ di calore e sostenere i più deboli. Si muore di malaria, tifo, i ventri dei bambini, gonfi di fame, ingrandiscono ogni giorno di più.

Nella base Sangaris

Le milizie dettano l’unica legge rimasta: quella del machete. Il generale Francisco Soriano ammette che le truppe francesi non sono mai entrate nel campo di M’Poko per tentare di disarmare le milizie e porre un freno alle violenze e agli stupri. Il rischio è che l’operazione si trasformi in un massacro.

Nella base Sangaris, otto container custodiscono il risultato dei primi mesi di attività: 140 metri cubi di armi e munizioni. «Abbiamo recuperato alcune migliaia di mitragliatrici e fucili d’assalto e molte altre armi di fabbricazione locale, più pericolose per chi le usa che per noi — afferma il capitano Fresse -. Ma è significativa la presenza di armi pesanti, mortai, bombe a mano, mine antinuomo e anticarro di fabbricazione cinese. Stiamo cercando di risalire ai fornitori. Armi nuove, acquistate recentemente, probabilmente giunte nel paese in modo illegale. Per fortuna, le mine antiuomo e anticarro non sono mai state impiegate sul terreno, i Seleka non disponevano delle competenze necessarie».

I saccheggi delle case abbandonate dai musulmani in fuga hanno dato nuova linfa al mercato che sorge lungo boulevard Damala. Si trova di tutto: mobili, piastrelle, vestiti, qualche elettrodomestico, animali da cortile, libri scolastici, banane, un computer. Un riparatore di telefoni spiega a un uomo con una scarpa sola che l’oggetto che ha in mano non telefonerà mai: è il telecomando di un telev- isore. Le milizie antibalakà che controllano la zona vestono indumenti musulmani e ballano nelle strade, scimmiottano una preghiera islamica, agitano i machete in segno di vittoria. Festeggiano la cancellazione della comunità islamica che viveva nel quartiere. Uccisi, o fuggiti. Quelli che ancora restano nella capitale si sono concentrati nella grande moschea, a PK 5. Attendono che qualcuno li scorti fuori dal paese, a bordo di camion carichi di tutto ciò che i saccheggi hanno risparmiato. Un viaggio pericolosissimo. Anche per chi tenta di gettare acqua sul fuoco il pericolo è enorme. Il depu- tato del parlamento di transizione, Jean Emmanuel Ndjaraoua, è stato ucciso nel centro di Bangui da due uomini a bordo di motociclette, per aver denunciato l’ondata di violenza nei confronti della comunità musulmana. Il suo corpo, trasportato alla morgue di Bangui, mostra le ferite di nove proiettili di kalashnikov. Un’esecuzione.

Qualcosa è andato storto

Secondo Didier Wangue, ex ministro dell’industria del governo Bozizé e futuro candidato alla pres- idenza, nessuno può sentirsi al sicuro: «La posta in gioco è troppo alta, la partita va ben oltre le forze in campo. Parigi ha abbandonato il presidente Bozizé, reo di aver manifestato l’intenzione di cedere i diritti di prospezione e sfruttamento delle risorse minerarie alla Cina. A quel punto, N’Djamena ha avuto carta bianca. Finanziando e armando i ribelli Seleka, Deby ha creduto di potersi impossessare della regione a nord del paese, ricca di petrolio». Ma qualcosa è andato storto. Ospedali, scuole, università sono stati saccheggiati o dati alle fiamme. L’esercito si è volatilizzato, e nonostante le richieste pressanti della presidente Catherine Samba Panza, la comunità internazionale sembra poco propensa a fornire le armi ai militari rientrati nei ranghi, per il timore di un massacro. L’economia, saldamente in mano ai musulmani ora in fuga, è al collasso. Le sole merci che giungono a Bangui sono quelle destinate alla comunità sciita libanese, che dispone delle risorse necessarie a proteggersi dalle violenze interreligiose. Le organizzazioni umanitarie tentano, con ogni mezzo, di raggiungere la popolazione in fuga nelle foreste. Campi profughi nascono lungo le strade e sui con- fini con il Ciad, mentre oltre 15 mila musulmani restano intrappolati nelle moschee, circondati dalle milizie antibalakà che potrebbero decidere di attaccare da un momento all’altro.

L’incontro recentemente organizzato a Bangui, dal primo ministro André Nzapayeke, ha visto sedersi intorno allo stesso tavolo, per la prima volta, i comandanti delle milizie Antibalaka e Seleka. Stando alle dichiarazioni di Herbert Gontran Djono Ahaba, ministro dei lavori pubblici ed esponente di primo piano delle milizie Seleka, e di Johachim Kokate, capo militare degli antibalakà, ci sarebbe la disponibilità a fermare le violenze. Resta da vedere quale autorità siano effettivamente in grado di esercitare Gontran e Kokate sulle decine di capi milizie che, per ora, governano il paese.

Milizie antibalaka (foto Ugo Lucio Borga/EchoPhoto
Milizie antibalaka (foto Ugo Lucio Borga/EchoPhoto

 

 

 

 

 

 

 

Al campo profughi di Saint Paul (foto Ugo Lucio Borga/EchoPhoto
Al campo profughi di Saint Paul (foto Ugo Lucio Borga/EchoPhoto

 

 

 

 

 

 

 

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Nelle strade di Meskin (foto Ugo Lucio Borga/EchoPhoto

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: il manifesto, 15 marzo 2014

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