Il ruolo dei media nella rappresentazione del conflitto – Enrico Cheli

Pacificatori o amplificatori della conflittualità?

Secondo J. Galtung (2000) alla base di ogni conflitto sono individuabili 3 elementi di fondo: gli atteggiamenti (Attitudes) i comportamenti (Behaviours) e le contraddizioni o contrasti di interessi (Contraddiction); questi elementi danno luogo al triangolo di figura 1, definito da Galtung l’ABC del conflitto. Dunque in un conflitto troviamo un un contrasto di interessi o una divergenza di vedute tra le parti in causa (contraddiction)  che può portare ad un blocco dei rapporti tra le due parti, a far loro sentire che non ci sono possibilità di trovare delle valide soluzioni (scoraggiamento) e questo, a sua volta, può determinare (o incrementare, se già presente) un atteggiamento di sfiducia, di odio, o magari di apatia; questo atteggiamento può poi portare, ad un certo momento, ad un comportamento aggressivo, che può essere di sfida, di competizione o di “violenza” (fisica, verbale o psicologica).

La sequenza con cui si passa da un elemento all’altro non è necessariamente quella esemplificata: la manifestazione del conflitto può iniziare con A e poi condurre a B e C ma può anche iniziare con C e poi portare a B e solo in ultimo ad A, oppure ancora iniziare con un comportamento (B) e poi passare al punto C ed infine A, e così via. Quale che sia la sequenza con cui si manifestano, è importante considerarli nella loro interdipendenza e non come aspetti separati.

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Figura 1 – L’ABC del conflitto (da J. Galtung, 2000)

L’emergere e il manifestarsi del conflitto non va necessariamente visto come negativo, e anzi può assolvere a molte funzioni positive, come ad esempio portare a galla un disagio sotterraneo e magari represso, creando così i presupposti per affrontarlo, oppure può rimettere in discussione un rapporto stanco e rivitalizzarlo. Il problema di fondo è piuttosto quello delle forme che tale manifestazione assume: si può infatti trattare di forme distruttive, violente, oppure di forme più costruttive e comunicative che possono servire allo sviluppo positivo dei rapporti interpersonali, interetnici, internazionali[1].

In questo mio breve saggio mi ripropongo di evidenziare il ruolo che in proposito svolgono (e potrebbero svolgere) i media. Applicando al loro operato lo schema ABC di Galtung derivano le seguenti 3 domande di fondo:

A – Su quali atteggiamenti fanno maggiormente leva i media, quelli di odio, di competizione, di critica, di sfiducia nell’altro o quelli di solidarietà, di collaborazione, di apprezzamento e fiducia nei confronti dell’altro?

B – Quali modi di affrontare i conflitti (comportamenti) vengono più frequentemente rappresentati nella fiction come nell’informazione, nella stampa come nella Tv? Quelli violenti e distruttivi o quelli basati sulla comunicazione, l’ascolto, la negoziazione?

C – E infine, come viene presentata la conflittualità (contraddiction): come qualcosa di insanabile e inevitabile o come un problema individuale e culturale che può e deve essere trasformato costruttivamente con vantaggio per tutti?

A – Gli atteggiamenti negativi e ostili verso l’altro in quanto diverso da noi.

Come è noto l’incontro, anche solo potenziale, con sconosciuti, innesca reazioni ambivalenti di curiosità e di paura; tuttavia, per vari motivi, anche culturali, prevale spesso la seconda reazione: la paura. Molte persone hanno una visione del mondo come di un luogo pericoloso, dove è bene non fidarsi di nessuno, specie gli sconosciuti. Le paure e diffidenze verso gli altri, che spesso immaginiamo ostili o comunque maldisposti nei nostri confronti, sono tra i maggiori ostacoli alla comunicazione e alle relazioni interpersonali e tra le cause che più fanno degenerare un conflitto in violenza. Molti scontri e perfino guerre nascono anche dalla non accettazione e condanna della diversità dell’altro: si pensi alle guerre di religione, di cui è piena la storia, o a quelle tra diverse ideologie, come nel caso della ex guerra fredda tra USA e URSS o di altre guerre e guerriglie tuttora in corso. Molte volte il fattore scatenante è la paura che l’altro, il “nemico”, attacchi per primo, e in situazioni di fondo contrassegnate da ostilità e diffidenza basta una scintilla perché scoppi una guerra.

A questo riguardo i media sono ambivalenti: da un lato ci aiutano a conoscere mondi, culture, persone distanti e diverse da noi, avvicinandole e rendendoci così sempre più cosmopoliti e tolleranti; dall’altro lato rappresentano quasi esclusivamente i lati peggiori dei conflitti, ignorando o comunque minimizzando quei casi – non così rari – in cui si è giunti ad una risoluzione pacifica e magari addirittura collaborativa della conflittualità e della differenza.

E’ vero che ci sono molti conflitti che degenerano in violenza, ma ve ne sono anche molti altri che prendono la strada costruttiva della comunicazione e della conciliazione. Abbiamo il diritto di essere informati anche su questi ultimi, in modo da disporre anche di modelli positivi da imitare e non solo di esempi negativi da stigmatizzare. Se ciò che fa notizia è il caso fuori dall’ordinario, l’evento eccezionale, dovremmo aspettarci non solo articoli che riferiscono di scontri, violenze, incomunicabilità, ma anche servizi su quelle relazioni – ed esistono – che funzionano meglio delle altre: perché invece di queste ultime non sappiamo niente, perché non veniamo informati della loro esistenza, in modo da trarne conforto e soprattutto spunti per fare meglio? Non è certo un buon giornalismo quello che distorce così tanto la realtà, esagerando il peggio e minimizzando il meglio.

Evidenziare e stigmatizzare gli aspetti più deteriori delle relazioni – siano esse tra persone, tra organizzazioni o tra stati – può avere un effetto socialmente costruttivo ed educativo solo se affiancato da esempi positivi che mostrino alternative migliori, altrimenti è come un maestro che sottolinea in rosso l’errore dell’allievo senza però spiegargli il modo corretto in cui avrebbe dovuto fare. Parlare del negativo senza proporre il positivo produce solo assuefazione, rassegnazione, perdita di speranza circa la possibilità di un mondo migliore. Si reagisce se c’è qualche speranza di riuscire a cambiare le cose, ma se viviamo in un mondo in cui tutte le relazioni sembrano andare male allora non resta che rassegnarsi, chiudersi in se stessi e gettare la spugna oppure farci furbi e aggressivi a nostra volta.

B – Le modalità di gestione dei conflitti più frequentemente rappresentate dai media

Sia nell’informazione giornalistica sia nella fiction e nell’intrattenimento il conflitto, agito o latente è certamente uno dei temi più frequenti, forse il più rappresentato in assoluto. Se anche ci limitiamo al solo conflitto agito i dati parlano da soli: negli USA oltre il 60% di tutti i programmi TV contiene almeno una scena di violenza e per i film e telefilm la percentuale sale addirittura al 90%; inoltre i tipici programmi a contenuto violento propongono almeno 6 eventi di violenza per ogni ora di durata[2].

Anche se mancano dati certi, sappiamo che le cose non sono molto diverse in Italia: la violenza, sia essa fisica o psicologica, la fa da padrona. Dunque i media mostrano come modalità prevalente (se non unica) di gestione del conflitto, quella violenta, mentre sono assai rari gli esempi di conflitti affrontati in modo costruttivo e pacifico. Come evidenziano anche E. Wartella e D. C. Whitney (2002), due dei ricercatori che hanno realizzato la suddetta ricerca, questa prevalenza della via violenta su quella nonviolenta può comportare numerose conseguenze:

1)      Imitazione – gli spettatori tendono a valorizzare e imitare gli atteggiamenti e comportamenti aggressivi, specie se ad agire violentemente sono gli eroi in cui essi si identificano. Ciò contribuisce, sia nel bambino che nell’adulto, ad aumentare i livelli di aggressività nelle relazioni interpersonali e di gruppo, aspetto, questo, assai deleterio per la qualità dei rapporti con gli altri.

2)      Paura cronica  – gli spettatori, a forza di leggere cattive notizie, vedere atti criminosi, ascoltare “bollettini di guerra” si intimoriscono e hanno paura di essere vittime di atti violenti, quindi assumono atteggiamenti di diffidenza e mettono in atto comportamenti iper-protettivi, che li rendono meno socievoli, specie con gli estranei.

3)      Desensibilizzazione emozionale – col tempo e la continua esposizione, molti spettatori si “induriscono”, diventano cinici e, come si suol dire “fanno il callo” e non si impressionano più (ma solo in apparenza) di fronte a certe informazioni, immagini, scene.

I suddetti effetti interessano non solo gli adulti ma anche i bambini, per i quali le preoccupazioni dovrebbero essere ancora maggiori; invece, perfino nei film, nei fumetti e nei programmi televisivi a loro specificamente dedicati la violenza la fa spesso da padrona, associata ad una competizione selvaggia per affermare la legge del più forte. Gran parte dei cartoons (specie quelli giapponesi) si imperniano su una esasperata competizione, e mostrano la violenza come unico modo di risolvere i conflitti. L’affermazione implicita è che chi ha più forza bruta (rappresentata non solo dalla potenza muscolare ma anche dai vari superpoteri dei personaggi) e vince, è nel giusto, è il migliore.

Come già avevano ben intuito oltre 50 anni fa Horkheimer e Adorno, “Se i cartoni animati hanno un altro effetto oltre a quello di assuefare i sensi del nuovo ritmo, è quello di martellare in tutti i cervelli l’antica (e ideologica) verità che il maltrattamento continuo, l’infrangersi di ogni resistenza individuale, è la condizione della vita in questa società.” (Horkheimer M., Adorno T., Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino, 1966 p. 149 – tra par. ns.).

 Purtroppo la mancanza di alternative, da un lato, e la grande dinamicità e immediatezza delle scene, dall’altro, fa molto apprezzare questo genere di cartoni dai bambini. Qui il genitore e l’educatore devono stare molto attenti e intervenire con decisione a tutela dei bambini, i quali sono inconsapevoli degli effetti collaterali di certi programmi e quindi non ancora in grado di autoregolarsi. Il seguente esercizio può risultare molto utile per stimolare una più ampia visione del conflitto nei bambini.

Esercizio per i bambini – Immaginare modi alternativi di risolvere i conflitti

Molti storie dei cartoni animati si basano su lotte e litigi. Guardate assieme al bambino una scena del genere e poi chiedetegli di rispondere alle seguenti domande, meglio se per iscritto:

Ø      quanti personaggi sono stati colpiti, feriti o danneggiati;

Ø      quanti sono stati uccisi

Ø      qual’era il motivo della lotta

Ø      era proprio necessario combattere o si poteva risolvere il litigio in altro modo?

Ø      Chiedetegli di immaginare dei modi alternativi e non violenti di risolvere la questione. E’ insomma come costruire una nuova storia, con un finale diverso, e il bambino può immaginarne più d’uno e magari anche disegnarli. In questa fase è importantissimo non preoccuparsi se i finali proposti siano appropriati o no, verosimili o meno, è bene lasciare al bambino totale libertà immaginativa ed espressiva. L’adulto si limiterà a prendere nota delle varie alternative senza commentare né correggere, anzi incoraggiando il bambino ad esprimersi senza timore di essere giudicato.

C – La conflittualità (contraddiction) è veramente inevitabile e intrinseca alla natura umana o è un problema culturale che può essere trasformato costruttivamente con vantaggio per tutti?

Una divergenza di vedute e/o un conflitto di interessi devono necessariamente sfociare in comportamenti aggressivi, violenti, distruttivi, o vi sono altre vie, èpiù costruttive, per risolverli?

Come per i punti precedenti anche a questo riguardo i media mostrano un orientamento ambivalente:

a) da un lato stimolando il relativismo culturale, favoriscono una visione più aperta e costruttiva della realtà e dei rapporti interpersonali e interculturali.

b) Dall’altro, tendono ad adottare una visione non dissimile da quella finora dominante, secondo la quale la diversità tra identità, punti di vista, interessi porta inevitabilmente a un conflitto risolvibile solo mediante una competizione o uno scontro che decida il prevalere di una parte sull’altra.

In realtà la diversità può essere vista anche in altro modo, cioè non come antagonismo ma come complementarità: infatti è proprio grazie alla diversità che esiste il nostro mondo, fisico, psichico e sociale. Tutti i fenomeni, da quelli cosmici a quelli della vita biologica e sociale fino a quelli sub-atomici esistono proprio grazie ad un gioco di diversità, di polarità opposte-complementari. Poli opposti non vuol dire necessariamente antagonisti, anzi semmai complementari: gli elettroni sono necessari alla materia non meno dei protoni, così come le donne sono necessarie per la specie umana non meno degli uomini. L’universo, la vita, la materia esistono grazie al flusso e alla dinamica prodotta da opposizioni cooperative tendenti a un equilibrio[3]

Dunque, se si vuole davvero pervenire ad una più ampia visione della realtà, è necessario liberarsi dal pregiudizio che diversità voglia dire necessariamente e solamente antagonismo e conflitto. Su questo aspetto il ruolo di innovazione culturale dei media potrebbe essere determinante, ma al momento gli articoli e i programmi che propongono questa nuova visione cooperativa delle differenze sono del tutto minoritari, mentre predominano quelli basati sulla vecchia concezione: differenza = conflitto.

C’è poi un ulteriore pregiudizio culturale, connesso a quello appena illustrato, che contribuisce ad aggravare il problema: la credenza che si possano soddisfare i propri bisogni solo penalizzando qualcun altro. Questo modo di vedere è stato definito dalla “teoria dei giochi” come gioco a somma zero: un gioco, cioè, dove la posta è limitata e non è sufficiente per soddisfare le esigenze di tutti i soggetti coinvolti (ad es. due naufraghi che si contendono un unico giubbotto di salvataggio o due tribù che lottano per un unico lembo di terra fertile, insufficiente per i fabbisogni di entrambe)[4]. Per millenni i rapporti sociali, ad ogni livello, si sono basati ciecamente su questo assunto e quindi sulla legge del più forte. Solo da poco stiamo scoprendo che in gran parte delle relazioni sociali non solo si può vincere entrambi, ma addirittura si vince di più se si vince tutti. Le relazioni di coppia o familiari, quelle tra insegnanti e allievi, medici e pazienti, imprenditori e lavoratori e molte altre seguono appunto le leggi di questo secondo genere di gioco, definito a somma positiva.

Il gioco a somma zero è caratterizzato da una accesa competizione, in quanto uno vince (+1) ciò che l’altro perde (-1), da cui +1 -1 = 0. In tal modo è possibile al massimo giungere a compromessi, spartendosi la posta in proporzioni variabili, ad es. un terzo a te due terzi a me, oppure metà e metà, ma resta il fatto che la posta è fissa (o per lo meno i due contendenti la ritengono tale). Nei giochi a somma positiva invece, al guadagno di uno non deve necessariamente corrispondere una perdita per l’altro, poiché, se collaborano, aumenta la “torta” da spartirsi e il guadagno di ciascuno è maggiore di quello che avrebbe combattendo e sconfiggendo l’altro. Ad esempio, se due aziende A e B entrano in concorrenza secondo il modello a somma zero, il massimo che quella vincitrice potrà ottenere sarà una parte della quota di mercato dell’altra; se entrambi avevano l’uno per cento e A sottrae a B lo 0,3%, A sale a 1,3%, B scende al 0,7% con una somma finale di +0,3% –0,3% = 0. Se invece collaborano si collocano nell’ambito dei giochi a somma positiva, dove non solo B non perderà niente ma anche A potrebbe guadagnare di più di quanto guadagnerebbe combattendo B. Unendo le loro forze potranno realizzare risparmi e sinergie di investimento che gli permetteranno di puntare a traguardi che nessuna da sola avrebbe potuto immaginare e potrebbero guadagnare ciascuna un 1% netto di aumento di quota di mercato con una somma finale positiva: +1 +1 =2.

La differenza tra i due tipi di gioco è ben evidenziata dal grafico di figura 30, elaborato da P. Patfoort (1992) dove il triangolo di sinistra rappresenta l’opzione a somma zero e quello di destra l’opzione collaborativa a somma variabile.

Figura 30 – I triangoli di violenza e nonviolenza (da P. Patfoort, 1992)

L’unica possibile soluzione “costruttiva” del triangolo di sinistra è il punto centrale del “compromesso”, in cui ognuno dei due contendenti ottiene il 50% della posta in gioco, ma più spesso la violenza porterà a spartizioni meno eque dove al più forte andrà, poniamo, l’80% e all’altro il 20%. Le basi fondanti di questo triangolo sono la violenza, il lavoro dell’uno contro l’altro e la sfiducia reciproca. Nel secondo triangolo predominano invece i valori della nonviolenza, del lavoro insieme e della fiducia reciproca e ciò spinge a cercare soluzioni che comportano per ambedue i contendenti vantaggi maggiori di quelli ottenibili con lo scontro o col compromesso.

La teoria dei giochi è applicabile a qualsiasi genere di risorsa, anche di tipo immateriale (affettivo, sociale etc.). Si prenda ad esempio la relazione insegnante-allievo: è evidente che più l’allievo apprende con profitto, più l’insegnante è appagato (cioè guadagna sul piano emozionale e sociale), e viceversa, più l’insegnante è gratificato, meglio insegnerà e più positivamente si porrà nei confronti della classe, con conseguenze positive (guadagno di rendimento, di motivazione, di gratificazione emozionale e sociale) anche per l’allievo. Dobbiamo prendere coscienza che gran parte dei nostri obbiettivi – come individui, come gruppi e popoli – non sono affatto antagonistici a quelli altrui ma possono anzi realizzarsi di più e meglio se collaboriamo. Tra l’altro, i giochi a somma zero comportano una competizione esasperata che spesso si trasforma in violenza e in molti casi ciò trasforma il conflitto in un gioco a somma addirittura negativa, dove cioè perdono entrambi: si pensi ad esempio ai rischi di una guerra atomica che porti alla distruzione dell’intero pianeta, dove non ha più nessuna importanza chi abbia vinto la guerra perché tutti alla fine avrebbero perso; oppure ad una coppia in crisi che intraprende la strada della separazione giudiziale senza esclusione di colpi dove tutti alla fine perdono: non solo lo sconfitto ma anche quello che legalmente viene riconosciuto “vincitore”, che potrà forse guadagnare sul piano pratico, economico e dell’orgoglio ma subirà anche lui/lei tali perdite sul piano affettivo, emozionale, relazionale che nessun guadagno materiale potrà mai compensarle: perdite dirette (indurimento, sfiducia verso l’altro sesso e verso le relazioni, perdita di disponibilità ad aprirsi e innamorarsi di nuovo, stress e probabili disturbi psicosomatici etc.) e indirette (ad esempio le ricadute sugli eventuali figli).

Conclusioni

 L’idea che i conflitti possano essere affrontati e risolti in modo costruttivo, non competitivo e nonviolento è alquanto recente, e nella cultura e mentalità dominanti prevale ancora la vecchia idea. Per poter affermare questa nuova concezione è quindi necessaria una vasta operazione di sensibilizzazione culturale, in cui la collaborazione dei media risulta determinante. Non si può più invocare l’alibi secondo cui non compete ai media lo svolgere una funzione pedagogica: di fatto essi già la svolgono, quindi è essenziale che i modelli e le idee che propongono siano costruttivi. Continuare a dare spazio solo o prevalentemente alla vecchia concezione competitiva e aggressiva di gestione delle differenze e dei conflitti non è una scelta neutrale, è già prendere posizione: perché allora non prendere posizione per una nuova cultura delle relazioni?

Tuttavia non possiamo limitarci ad aspettare che qualcuno dall’alto migliori la situazione: dobbiamo e possiamo attivarci in prima persona, impegnandoci ad educare bambini e adulti ad un uso più consapevole dei media.

Parallelamente, è necessario educarli anche ad una più consapevole e costruttiva gestione delle relazioni interpersonali, imperniata sulla comunicazione e sulla collaborazione e non più sulla competizione e l’aggressione. Tale educazione dovrà essere tra le priorità dei prossimi anni se vogliamo perseguire una politica sociale imperniata sulla qualità della vita e sulla prevenzione del disagio psico-sociale, della microconflittualità urbana e familiare, del mobbing e di tutte le altre patologie sistemiche che affliggono la nostra vita sociale. E non andrà fatta solo nelle aule scolastiche (che comunque sarebbe già molto) ma anche tramite i media, proponendo agli utenti (nei notiziari come nella fiction) non solo conflitti che sfociano in violenza ma anche situazioni che vengono affrontate in modo costruttivo.  Solo così potremo davvero creare i presupposti per una vita sociale costruttiva e soddisfacente e per una pace interpersonale e internazionale effettiva e duratura.

Riferimenti Bibliografici

Braquet-Lehur M., I vostri figli sono teledipendenti? Edizioni scientifiche Ma.gi., Roma, 2001.

Cheli E., La realtà mediata. L’influenza dei mass media tra persuasione e costruzione sociale della realtà, 6^ ed., Milano, Franco Angeli, 2002.

Cheli E., Olismo e riduzionismo nella scienza, nella cultura e nella mente, in corso di pubblicazione, 2004a.

Cheli E., Difendersi dai media senza farne a meno, in corso di pubblicazione, 2004b.

Gerbner G.,Violence in Television Drama: Trends and Symbolic Functions, in G.A. Comstok and E.A. Rubinstein (eds.) Television and Social Behaviour, Washington D.C., U. S. Government Printing Office, 1971.

Gerbner G., Le politiche dei mass media, Bari, De Donato, 1980.

Gerbner G., Grass L., Morgan M., Signorelli N., Living with Television: the Dinamics of the Cultivation Process, in J. Bryant, D. Zillman (eds) Perspectives on Media Effects, Hillsdale N.J., Lawrence Erlbaum, 1986.

Mazza V., Usare la TV senza farsi usare, Edizioni Sonda, Casale Monferrato, 2002.

Oliverio Ferraris A., TV per un figlio, Laterza, Roma, 1995.

Wartella E., Whitney D. C., Violence and U.S. Television. In Bachmair B., Cavicchia Scalamonti A., Krees G. (eds.), Media, Culture and Social Worlds, Liguori, Napoli, 2002

[1] Per una introduzione allo studio ed alla comprensione dei conflitti cfr; A. L’Abate, Il conflitto, in D. Cipriani, G. Minervini (cur.) L’Abecedario dell’obiettore, Ediz. La Meridiana, Molfetta (Ba), 1991, pp.25-31; E. Arielli, G. Scotto, I conflitti: introduzione ad una teoria generale, Ed. B. Mondadori, Milano, 1998.

[2] Cfr. National Television Violence Study , vol. 1, 2, 3, Sage Publications, Thousand Oaks, CA, 1997, 1998.

[3] Per un più approfondito esame di questo aspetto rinvio ad un altro mio lavoro: E. Cheli, 2004a.

[4] Cfr. J. von Neumann e O. Morgensten, 19

http://www3.unisi.it/mastercomrel/articoli%20e%20saggi/il%20ruolo%20dei%20madia%20come.htm

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