Restiamo animali – Recensione di Cinzia Picchioni

lorenzo guadagnucci   restiamo animaliLorenzo Guadagnucci, Restiamo animali. Vivere vegan è una questione di giustizia, Terre di mezzo Editore, Milano 2012, pp. 256, € 14,00

Carta certificata FSC, e va detto, e credo che vada detto sempre, scrivendo una recensione, perché la carta su cui l’editore sceglie di stampare un libro fa parte del suo (del libro, ma forse anche dell’editore) carattere (non inteso come carattere di stampa).

Poi naturalmente altri complimenti vanno al titolo: quando ho preso in mano il libro, perciò senza averne letto l’interno, le parole «Restiamo animali» sulla copertina mi hanno immediatamente fatto pensare alla frase che Vittorio Arrigoni ripeteva sempre «Restiamo umani». Due parole molto, molto potenti che mi sono rimaste nel cuore, impresse ancor più a fondo dopo la morte del cooperante.

Ebbene non sono stata la sola, come si spiega alle pp. 43-4:

«[…]abbiamo ideato e cominciato a realizzare una trasmissione radiofonica […] che va in onda su Controradio, emittente toscana di Popolare Network. L’abbiamo chiamata “Restiamo animali”, [restiamoanimali.wordpress.com] pensando a Vittorio Arrigoni, l’attivista cui dobbiamo le più belle, drammatiche e intense cronache dell’operazione “Piombo fuso” condotta dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza all’inizio del 2009. […] Vittorio concludeva i suoi articoli con un’esortazione: “Restiamo umani”. Era un appello a non cedere, come un grido d’allarme: non perdiamo noi stessi, non rinunciamo a ciò che siamo. […] “Restiamo animali” diciamo a noi stessi, perché siamo coscienti d’essere ospiti – e non dominatori – del pianeta Terra, compagni di viaggio di tutti gli altri viventi, ai quali dobbiamo rispetto, in uno spirito di cooperazione e collaborazione […].

Vivere vegan è una questione di giustizia

L’affermazione qui sopra, che è il sottotitolo, è un po’ lo scopo del libro che andrebbe letto da chiunque si occupi di nonviolenza e diritti (senza aggettivo, così ci facilitiamo la vita). L’autore intende dimostrare con i suoi scritti che è giusto rispettare gli animali, fino al punto di non mangiarli (è ora di finirla infatti con le frasi «Amo gli animali», «Gli animali sono meglio degli uomini» se poi li mangiamo/sfruttiamo/vivisezioniamo. Perché il cane e il gatto sì e conigli, quaglie, sardine, maiali, gamberetti, mucche, agnelli… no?

Va bene, ma cosa mangio?

Scopriamo nel libro che la Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana (www.scienzavegetariana.it) ha elaborato una proposta di Linee Guida per vegetariani, consultabile sul sito www.vegpyramid.info. E dopo aver deciso di non mangiare più gli animali «che ci piacciono tanto», potremmo decidere anche di non utilizzarli/sfruttarli/indossarli; ecco l’invito dell’autore a «restare animali», cioè a non fare differenza fra noi e loro. Entrare nella grande categoria degli animalisti.

Come si risveglia la coscienza?

Secondo Tom Regan esistono tre diverse vie per diventare animalisti, tre categorie di persone, quindi, che lui chiama difensori dei diritti animali (A.R.A. Animal Rights Advocats).

La prima categoria è quella dei «vinciani, in onore a Leonardo da Vinci (che figura tra i grandi dell’antispecismo), sono «quei bambini che sviluppano un’immediata e forte “coscienza animalista”, un’empatia che prescinde da esempi e insegnamenti […]»; ecco che cosa scriveva Leonardo: «Fin dalla tenera età ho rifiutato di mangiar carne e verrà il giorno in cui uomini come me guarderanno all’uccisione degli animali nello stesso modo in cui oggi si guarda l’uccisione degli uomini».

La seconda categoria è quella dei «damasceni» che, come Saul sulla via di Damasco, vengono «fulminati» da una improvvisa presa di coscienza animalista, sovente dopo un episodio che «accende una luce su fatti o situazioni fin lì rimasti opachi[…]». Nel libro, come esempio di «damasceno», l’autore cita Enzo Maiorca (a p. 72), con la sua avventura di caccia alla cernia:

«Una cernia robusta, combattiva […] che pretendeva di salvare la sua vita […] La cernia era incastrata in una cavità […]; cercando di rendermi conto della sua posizione passai la mano destra lungo il suo ventre. Il suo cuore pulsava terrorizzato, impazzito dalla paura. e con quel pulsare di sangue ho capito che stavo uccidendo un essere vivente. Da allora il mio fucile subacqueo giace come un relitto […] impolverato nella cantina di casa mia […]».

Alla terza categoria apparteniamo quasi tutti noi, i «temporeggiatori»: giungiamo gradatamente ad acquisire una coscienza animalista, tramite il ragionamento, la lettura, parlando, provando… ecco allora che per i «temporeggiatori», a p. 64 c’è una curiosa Bibliografia che non è proprio una bibliografia, ma più, come indica il titolo, «Un percorso di lettura», perché «Si può entrare nel mondo dell’animalismo anche attraverso i libri. Ecco un possibile percorso di lettura […]» a cui aggiungerei, in tutt’altra pagina, questo titolo, definito «imperdibile»: Jeffrey Moussaieff Masson, Il maiale che cantava alla luna, Il Saggiatore, Milano 2005, dedicato alla vita emotiva degli animali.

A me piace poi pensare che esista una quarta «sottocategoria», quella di un «temporeggiatore» che grazie alla lettura si trasforma in un «damasceno»; è il caso dell’autore del libro presentato questa settimana: Lorenzo Guadagnucci ha cominciato a farsi delle domande sul tema «specismo/veganesimo ecc.» leggendo un libro – che definisce «galeotto», che diede risposte alle domande: «Perché mangiamo animali?», «È giusto ucciderli, organizzare il loro allevamento e sterminio, per nutrirsene?». Non vi è ancora venuto in mente di che libro si tratta? Eppure lo avete già «incontrato», proprio fra queste stesse «pagine»; in una recensione che mi piace allegare qui, per rinfrescar-ci la memoria: http://serenoregis.org/2010/05/13/jonathan-safran-foer-se-niente-importa-recensione-di-cinzia-picchioni/

Poi, certo, veniamo a sapere che Guadagnucci è diventato «improvvisamente» vegano proprio dopo un episodio «fulminante»: l’esperienza del G8 di Genova, quello in cui fu ucciso Carlo Giuliani, quello in cui la scuola Diaz fu «come una tonnara». Guadagnucci era uno dei 93 manifestanti che dormivano alla scuola Diaz. Ha scritto, fra gli altri, il libro L’eclisse della democrazia (Feltrinelli 2011, con Vittorio Agnoletto), e alla giornalista che gli chiedeva come fosse cambiata la sua vita dopo quell’esperienza rispose «Fra le altre cose sono diventato vegano» (e questo raccontino è inserito, non a caso, nel capitolo «Scoprirsi animali» a p. 7!). La notte alla scuola Diaz lo fece pensare a una tonnara: «Pensavo alla penosa condizione di quei grandi pesci chiusi in un piccolo specchio di mare da un sistema di reti e di barche; pensavo a quei tonni terrorizzati che si dibattono in mezzo al sangue […] senza alcuna possibilità di fuga […] Oggi mi accorgo che in quei tragici minuti ero un animale umano sottoposto a un trattamento simile a quello che ogni giorno, ogni minuto viene inflitto a innumerevoli animali non umani, all’interno di allevamenti e laboratori, nelle anticamere di mattatoi e macchine per la macellazione» (pp. 13-4).

Allevamenti come lager

«Theodor W: Adorno ci ha lasciato una frase terribile e toccante:

Auschwitz comincia quando di fronte a un mattatotio pensiamo:
sono solo animali”» (p. 26).

Se siete sucettibili non leggete le pagine attorno alla 117. Vi si narra di un dossier – Fabbriche di carne, scaricabile da www.fabbrichedicarne.net – sull’industria di creazione, ingrasso e smontaggio (?) dei maiali: nel 2010, nel mondo, sono stati uccisi e trasformati in carne un miliardo 185 milioni di maiali (avete presente 1.185.000.000 maiali?). All’interno di grandi «campi di concentramento» –

«in tutto simili – e non è certo un caso – ai lager creati dall’esercito nazista […] Molti dei piccoli muoiono subito dopo il parto [anche] schiacciati dal corpo della loro mamma [che nella gabbia non ha spazio per muoversi, può solo alzarsi e sdraiarsi] L’allattamento dura dai 21 ai 28 giorni poi i piccoli vengono vaccinati mandati all’ingrasso e le scrofe tornano nelle gabbie di gestazione, per essere di nuovo stimolate ad andare in calore ed essere nuovamente inseminate il prima possibile. Questo ciclo va avanti senza sota, fino a quando, non più produttive, saranno spedite al macello. Questo avviene dopo circa due anni, mentre in natura potrebbero vivere fino a 18 anni. Una tagrhetta sopra na scrofa nella sala parto di un allevmento lombardo diceva “Se meno di 12 cuccioli al macello”[…]».

Pensate a quando, fra molti anni, come è avvenuto per i negri e per le donne, scopriremo che gli animali sono proprio uguali a noi… come ci sentiremo per avere accettato, alimentato, preteso cose simili? Un po’ come alcuni tedeschi quando hanno scoperto che cosa succedeva nei lager? O anche come quei tedeschi che sapevano e non hanno fatto nulla?

Gandhi, Capitini e il cambiamento

«Lo stile di vita antispecista – cioè un’alimentazione vegana, ma soprattutto un nuovo modo di pensare la posizione degli umani rispetto agli altri esseri viventi – è per me l’applicazioone di un’indicazione gandhiana che è stata troppo ignorata se non derisa dagli attivisti politici (derisa anche da chi si proclamava e si proclama rivoluzionario): “Sii tu stesso” diceva Gandhi, “il cambiamento che desideri per gli altri e per il mondo intero”. È il tema della coerenza tra i propri ideali e i propri stili di vita, fra ciò che si dice e ciò che si fa» (p. 12)

«[…]battersi per i diritti animali non è, come pensavo un tmpo, un lusso o una forma di dedizine e di impegno civico lodevole ma tutto sommato mnore, bensì una lotta, se inquadrata in chiave antispecista e nonviolenta, che ha un enorme potenziale come fattore di cambiamento, sia in senso politico, sia per la vita dei singoli individui.» (p. 18)

«Il mahatma Gandhi è stato forse il primo importante attivista e grande riformatore ad attribuire una dimensione politica al vegetarismo, seguito dal nostro Aldo Capitini, filosofo e uomo politico rimasto ai margini della corrente principale della storia politica del Novecento, ma oggi imprenscindibile. Capitini, ispirandosi a Gandhi, elaborò la nozione di nonviolenza, da scrivere in un’unica parola, per indicare un’attitudine rivoluzionaria, la spinta a cambiare la società nel senso dell’eguaglianza, verso il rispetto supremo della vita, secondo uno spirito che Capitni chiamava di “compresenza”, accomunando tutti i viventi e anche le persone scomparse, che non cessano di vivere nello spirito di chi è rimasto», p. 34

L’azione animalista e la coerenza

L’autore si chiede a un certo punto del libro: «Come posso sapere se le patate che ho messo nel piatto, per dirne una, sono davvero cruelty free? Non sarà che per tenere lontano topi, istrici o faine, chi le ha prodotte ha messo delle trappole al limitare dei campi?», p. 83. Indicando una strada da seguire per trovare la coerenza, consapevole che, lungo questa strada, incontreremo ostacoli, derisione, condanne, polizia e cita gli esempi di illustri predecessori che hanno fatto comunque la loro scelta di coerenza, ad ogni costo:

«Il processo per l’irruzione dentro Green Hill sarà simile a quelli visti in passato per altre azioni di disobbedienza civile: la storia della nonviolenza e della lotta per i diritti civili è punteggiata di incarcerazioni e passaggi in tribunale. Ricordo, personalmente, gli obiettori di coscienza totali al servizio militare […] i fermi […] per consumo di marijuana […] gli arresti per interruzione di servizio pubblico, quando fu organizzata la campagna per intralciare il passaggio di convogli ferroviari militari destinati alle basi Usa e Nato italiana mobilitate per la guerra all’Iraq del 2003. […]fino a Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza alla leva nel 1949, e a don Lornzo Milani processato per la sua “Lettera ai cappellani militari” pubblicata sul settimanale comunista Rinascita. E non mancano gli esempi anche nella stessa storia dell’animalismo», p. 109.

E sì, certo non si può fare a meno di pensare a quando si diceva che i negri non avessero l’anima, e poi anche le donne non avevano l’anima, e non potevano votare, e poi, grazie alle battaglie delle sufraggette (proprio come gli animalisti) le donne hanno potuto votare, e grazie a manifestanti e attivisti anche i negri hanno «avuto» l’anima… un giorno, chissà, anche gli «anima»li avranno l’«anima»?

Mi è piaciuto e lo consiglio perché…

Mi è piaciuto perché è tutto scritto come un diario, situazioni ed eventi a cui l’autore ha partecipato – e ce lo racconta – sono altrettanti strumenti per riflettere sui temi dell’animalismo, dell’antispecismo, della scelta vegana. Ho trovato interessante la specifica di p. 125, in cui l’autore spiega e sviluppa il termine «animalismo» con le varie accezioni, e anche le differenze fra vegetariano, antispecista, vegano, protezionista… E ho trovato utile il «percorso di lettura», alle pp. 64-5, per «entrare nel mondo dell’animalismo anche attraverso i libri». Poi c’è il capitolo «Animali liberati», con le storie dei tanti «rifugi» italiani, per cavalli, maiali, galline liberati da prigionia, maltrattamenti e torture; un rifugio non è uno zoo, che anzi dovrebbero essere chiusi, come gli allevamenti tipo «lager» come Green Hill (fra l’altro nel libro la vicenda di Green Hill è ben raccontata, per chi avesse ancora qualche dubbio sulla vivisezione), e apriamo altri rifugi, che finora in Italia sono pochi: Vita da cani (Milano), Valle Vegan (Rieti), Centro tutela della fauna esotica e selvatica (Sasso Marconi). Anzi, chiudiamo i molti «lager» come Green Hill (fra l’altro nel libro la vicenda di Green Hill è ben raccontata, per chi avesse ancora qualche dubbio sulla vivisezione)

L’autore

Fa parte, insieme con altri attivisti e giiornalisti, di «Giornalisti contro il razzismo», un gruppo informale per depurare il lessico dei media da termini razzisti e discriminatori: www.giornalismi.info/gcr.

«[…]avevo fatto obiezione di coscienza al servizio militare, conoscevo il concetto di nonviolenza, ma non lo avevo approfondito abbastanza, né mi trovavo inserito in ambiti militanti che potessero aiutarmi» (p. 11).

Una replica a “Restiamo animali – Recensione di Cinzia Picchioni”

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