Il valore della semplicità volontaria – Recensione di Cinzia Picchioni

Richard Bartlett Gregg, Il valore della semplicità volontaria, Castelvecchi, Roma 2012, pp. 64, € 7,50

Chi

Nanni Salio, sempre lui, mi ha fatto sapere dell’esistenza di questo librino (edizione originale 1936!), tradotto in italiano per la prima volta dopo più di 70 anni! Ho scritto settanta anni e l’ho sottolineato perché è piuttosto importante: in Italia si parla poco di semplicità volontaria (e si fa ancora meno), pensandola come una nuova moda elitaria, o un modo un po’ snob di vivere, applicato per lo più da radical-chic («che se lo possono permettere» si dice di solito). Si pensa e si pratica e si parla molto di più della «decrescita felice», forse perché l’aggettivo «felice» è più accattivante di «volontaria»? Mistero…

Quando

Comunque, si può immaginare la mia contentezza nel leggere il libro che vi presento: tutto d’un colpo la semplicità volontaria non è più una moda (se ne scriveva già nel 1936, con le medesime parole!); non è più nemmeno un «ritorno al passato per nostalgici», giacché (sono parole tratte da p. 21) «La semplicità nel vivere tocca innanzitutto il consumo. [… che] è l’area nella quale ogni individuo può condizionare la vita economica della comunità. Per piccola che possa essere, questa è l’area entro la quale ogni persona può esercitare il proprio controllo sulle forze della produzione economica e della distribuzione». No, dico, sono parole di un signore che viveva nel 1936!!! Vuol dire che già allora c’era un problema di troppo consumo, c’era un problema di «cose che ci possiedono», c’era un problema di «bisogni indotti», e non c’era ancora la televisione, né – peggio – internet…

Perché

«Per cui tutti coloro che desiderano riformare l’attuale sistema economico possono avere un ruolo effettivo vivendo semplicemente e incoraggiando gli altri a fare altrettanto. (p. 22) «non ho il diritto di criticare il male altrove, se non e fino a quando comincerò a estirparlo dalla mia propria vita» (p. 23, e Gandhi docet col suo «sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo»).

Dove

Poi l’autore fa una riflessione (quella sì datata, forse…) sulla longevità delle diverse civiltà: «la semplicità del vivere è stata una caratteristica spiccata delle due civiltà, la cinese e l’indiana, che sono durate più a lungo»; poi fa riferimento al fatto che in India la semplicità più che una scelta è stata un obbligo dettato dalla povertà, ma ribadisce anche il fatto che per i bramini e i riformatori sociali come Gandhi «la semplicità è stata ed è ancora un elemento ben definito […] del loro codice e del loro comportamento» (p. 42).

Come

Sono stata contenta anche di trovare parole come «La via è quella di rivolgerci all’interno, verso ciò che unifica tutto, non l’intelletto ma lo spirito e quindi concepire e mettere in atto nuove forme di vita economica e sociale che potranno esprimere con vigore e serietà quello spirito […] la semplicità non è fuori moda ma altamente necessaria», p. 17. Vuol dire che qualcuno riteneva che la semplicità volontaria fosse fuori moda già nel 1936! Allora vuol dire che l’accusa «fuori moda» e/o «improponibilità» che regolarmente viene mossa a questo modo di intendere la vita non è valida, non è da considerare!

Tecnologia

Ho finalmente trovato parole di conforto circa la solita obiezione che recita «dipende dall’uso che se ne fa», quando parlo della tecnologia: «A coloro che dicono che la tecnica e la meccanizzazine della vita sono meri strumenti e mezzi, di per sé scevri di natura morale, ma che possono essere usati sia nel male che nel bene, io vorrei sottolineare che siamo tutti influenzati dagli strumenti e dai mezzi che usiamo. Constatiamo continuamente nella vita degli individui e delle nazioni che quando certi mezzi sono usati con tenacia, a fondo e a lungo, questi mezzi assumono i connotati e una valenza fine a se stessi» (p. 14). Vi ricordo che sono parole del 1936… e che non sono scritte da me – che vivo senza telefono cellulare, senz’auto e che a malapena uso l’elettricità in casa – ma da un filosofo, le cui parole hanno ispirato Martin Luther King, che «dichiarò apertamente che Il valore della semplicità influenzò la sua idea di lotta politica» (dal risguardo di copertina).

Spiritualità

Io faccio l’insegnante di yoga per mestiere, e non ho potuto fare a meno di vedere che la «semplicità volontaria» è lo stile di vita perfetto per lo yoga, ma anche il filosofo autore del prezioso libro fa un paragone simile: «La pratica della semplicità vuol dire che si è deciso di porre il proprio tesoro in cielo piuttosto che in terra, che il proprio tesoro consisterà in cose intangibili piuttosto che fisiche» (pp. 37-8). «Significa sia condizoni interne che esterne […] unicità di propositi, sncerità e onestà interiore, come anche il rifiuto di zavorre esteriori e di tanti possessi irrlevanti allo scopo principale della vita […]una deliberata organizzazione della vita verso un fine» (p. 6).

Pensiero

E poi, come non citare il passo in cui l’autore accenna alla «scissione» operata dalla tecnica sul pensiero? La parola yoga significa anche unione o integrazione (nel senso che si tenta di ri-unire il corpo, la mente e lo spirito affinché funzionino insieme), be’, leggete a p. 15: «Diventiamo ossessionati dai nostri strumenti. I forti elementi quantitativi nella scienza, nella tecnica e nel denaro e nei loro prodotti tendono a rendere il p ensiero e la vita di coloro che li usano meccanic e scissi. […] La tecnica e il denaro ci conferiscono maggore energia esteriore, ma attingono alla nostra energia interna e la disperdono». La disperdono… e dove va? Vaga in cerca di senso senza trovarlo, «vestiti, usciamo» invece di «chiudi gli occhi e fermati un istante», avere invece di essere, parlo invece di ascolto, «no mente» (avete riconosciuto la citazione cinematografica?)

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