Intervista a Ilaria Zomer sul servizio civile in Albania

Parlaci per favore di questa realtà molto particolare delle ‘famiglie sotto vendetta’ e dei ragazzi che quindi vivono questa condizione: sembra impossibile, ma non lo è…

L’Albania è uno stato in transizione, che ancora subisce gli effetti di cinquant’anni di regime comunista, un regime particolarmente duro che ha predicato l’autarchia nelle sue forme più estreme ed ha alimentato la paura non solo del complesso della nazione verso l’esterno, ma all’interno delle comunità e delle stesse famiglie, la paura ha permesso al regime di sopravvivere soffocando ogni forma di resistenza e di dissidenza che essa fosse di matrice politica, religiosa o che si alimentasse sulla struttura famigliare, o meglio clanica, della società tradizionale albanese. Ciò ha creato nel tempo delle spinte contrastanti nella società albanese,molto forti nella realtà attuale, da un lato una crescente chiusura verso l’individualismo, dall’altro una gestione della cosa pubblica e delle dinamiche sociali di tipo clanico, con tutti gli aspetti più deleteri che esso comporta, primi fra tutti forme di clientelismo e corruzioni. Quando lo stato comunista onnipresente si è frantumato ha lasciato un vuoto istituzionale e identitario. In assenza di punti di riferimento e di un vero e proprio ordine sociale le persone sono tornate a far riferimento a norme sociali prestatali, i cosiddetti kanuni (canoni) tramandati oralmente di generazione in generazione.

Il mantenimento dell’ordine sociale in una società prestatale è responsabilità di ogni singolo individuo, di ogni singola famiglia e delle microcomunità di villaggio a cui queste entità nucleari appartengono. In assenza di un’istituzione preposta alla giustizia ognuno è responsabile del rispetto della legalità, in questo contesto si sviluppa la “presa del sangue”, in albanese gjakmarrja, non cieca vendetta ma dovere strettamente codificato. Il ritorno a queste previsioni antichissime è tornato in questo momento di transizione con elementi però di forte anarchia, snaturando l’istituto originale della presa del sangue, esso è diventato criminalità comune, cieca vendetta e sintomo di una scarsa sfiducia nelle istituzioni e nella giustizia statale.

Ora la vendetta di sangue inizia per un banale litigio, complici fenomeni di alcolismo e la grande diffusione di armi sul territorio, si protrae per anni, se non decenni, e può colpire i fis fino al terzo grado di parentela(famiglie allargate, il fis comprende tutti coloro che hanno lo stesso cognome- un fis medio generalmente comprende una ventina di famiglie), compresi i bambini ed i giovani. Questo aspetto è particolarmente legato alla concezione culturale della giustizia albanese, la responsabilità non è individuale, ma collettiva, della famiglia. Le istituzioni statali preposte al mantenimento della giustizia spesso sono inefficaci perchè in primo luogo fanno riferimento ad una concezione individuale di responsabilità penale, di matrice occidentale, inoltre sono spesso corrotte ed inefficenti, ciò fa sì che anche coloro che pagano il proprio errore in carcere possono, una volta usciti, cadere nuovamente in vendetta. Le famiglie per evitare ritorsioni si autorecludono, in alcuni casi per un reale rischio in altre per “onore” e rispetto delle tradizioni. Il ciclo di vendette può ripetersi con omicidi reciproci fra le famiglie in conflitto oppure con una riconciliazione (pajitimi), che prevede spesso anche il “pagamento del sangue” e a cui le famiglie povere non riescono a far fronte.

Da quando queste situazioni esistono?

Probabilmente la vendetta di sangue nasce ancora prima dell’Albania stessa ed è solo una delle previsioni dei canoni che come ho già detto regolavano la vita delle popolazioni di etnia albanese in una società prestatale. Il più celebre di questi kanuni è quello del nord, secondo la tradizione popolare codificato dal principe della Zadrima Lek Dukagjini e che risale alla fine del 1400. Secondo alcuni studiosi alcuni previsioni dei canoni, fra cui anche la vendetta, sono rintracciabili in tutta l’area del Mediterraneo, dalla Grecia Antica a tutte le coste balcaniche, dal Sud Italia, alla Turchia, dalla Corsica, alla Sardegna, al sud della Spagna.

Proprio perchè questo fenomeno è legato ad aspetti culturali così antichi e radicati, tra cui l’onore, l’uguaglianza di tutti gli uomini, il valore dell’arma e una concezione patriarcale della famiglia è così difficile e richiede tempi lunghi un lavoro di contro-cultura a favore dello stato di diritto e della gestione nonviolenta dei conflitti.

Kadarè, uno degli esponenti della letteratura albanese a livello mondiale, descriveva nel suo celebre romanzo “Aprile spezzato” ambientato nel 1700, come le faide fra le famiglie e le conseguenti autoreclusioni si alternassero alle emissioni di vendetta e agli omicidi e che la stessa economia famigliare era organizzata in funzione della prosecuzione della faida. Anche se non ci sono dati precisi al riguardo le descrizioni di etnografi e viaggiatori europei dei secoli scorsi ci fanno dedurre una certa continuità in questo fenomeno. Le uniche reali interruzioni si sono avute in occasione di grandi riconciliazioni nazionali atte a compattare il popolo albanese contro un nemico esterno, la più recente di tutte è stata in Kossovo nel 1999 e le parole d’ordine è stata proprio l’unità nazionale in funzione antiserba.

Nella storia albanese un vero e proprio congelamento delle faide si è avuto durante il periodo comunista che come si diceva prima mal tollerava e quindi soffocava qualsiasi forma di fedeltà alternativa allo stato. Parlo di congelamento perchè le “riconciliazioni forzate” del partito non sono state riaccompagnate da un reale processo di perdono e le faide si sono riaccese alla caduta del regime, dopo 50 anni di stallo.

Negli ultimi anni anche l’Albania vive delle trasformazioni: queste situazioni conoscono una evoluzione? Una stima di quante siano le famiglie che le vivono…

Negli ultimi anni l’Albania sta cercando progressivamente di avvicinarsi agli standard europei in tutti i campi della vita sociale, dalla costruzione di uno stato forte, alla legalità, dalla società civile alla politica ecc…in previsione di un futuro ingresso nell’Unione Europea.

Il problema delle vendette di sangue è finito quindi nel mirino della comunità europea perchè chiaro sintomo di una sostanziale assenza dello stato in alcune zone del paese in cui il fenomeno è maggiormente radicato (il nord maggiormente povero ed isolato) e tra alcune fasce della popolazione, per questo motivo è stato inserito fra i punti che L’unione Europea ha chiesto all’Albania di risolvere. Quindi ad una sostanziale ed ufficiale negazione del fenomeno da parte delle istituzioni, quasi che la politica dello struzzo permettesse di far sparire i problemi da soli, è seguita, proprio negli ultimi mesi un interesse per la questione delle famiglie in situazione di sangue. Un interesse che però non viene esplicitato apertamente ma sul quale si sta cercando di incidere con alcune soluzioni tecniche che facciano meno rumore possibile. In occasione di alcune interviste che stiamo svolgendo come caschi bianchi abbiamo scoperto, ad esempio, che solo l’anno scorso il ministero per gli affari sociali ha inviato una circolare alle assistenti sociali dei comuni per chiedere un parere tecnico sulle possibilità di costruire un sostegno sociale ad hoc per le famiglie in vendetta. Così come molto recente è la legge sulla mediazione che cerca di inserire nel quadro normativo forme di giustizia che fanno riferimento alla giustizia ristorativa piuttosto che a quella punitiva. Sembra quindi di cogliere alcuni segnali positivi. Ma per alcune candele ci sono tantissimi spazi ancora bui, si pensi alla casa abusiva lasciata in piedi nel pieno centro di Tirana, fino a pochi anni fa, perchè abitata da una famiglia sotto vendetta che in caso di trasferimento avrebbe potuto rischiare aggressioni e che dimostrava, con la sua stessa presenza la sostanziale inazione dello stato di fronte a questo fenomeno. Non esiste alcuna forma seria di prevenzione e di reale protezione delle famiglie che vivono in questa situazione complice anche una mentalità che tende a giustificare, come si diceva, la vendetta. E lascia per lo meno dubbiosi il dato della polizia che segnala le uccisioni di gjakmarrja in diminuzione di oltre il 90% nel passaggio da un anno all’altro,e proprio nell’anno in cui l’Unione Europea ha denunciato il fenomeno. Peccato che negare i dati non risolva il problema!

Il tema dei dati è particolarmente scottante perchè aihmè anche la condizione di queste famiglie autorecluse è oggetto di business. Se da un lato quindi il governo tende a minimizzare ed ignorare il fenomeno dall’ altro sedicenti membri della società civile hanno avuto grandi interessi ad accrescere le cifre per ottenere finanziamenti dall’Unione Europea. Un codice medievale e la legge del taglione applicati nell’Albania del 2012 sembravano temi molto appetibili ai donatori occidentali e alcune associazioni hanno approfittato della situazione. Quindi possiamo trovare cifre che variano da poche decine a migliaia di famiglie autorecluse. Un altro motivo per cui è difficile fare stime è il rapporto complicato esistente tra il fenomeno della gjakmarrja e dell’emigrazione, sia essa interna che esterna. Per quanto riguarda quella interna le famiglie spesso fuggono dal luogo in cui è avvenuto il fatto, di solito le aree del nord estremo, per rifugiarsi in luoghi considerati più sicuri, come le periferie delle grandi città, del nord, come Scutari e Lezha, ma anche della capitale e del sud. Questi emigrati per ragione di sangue cercano di vivere nell’anonimato e nella clandestinità evitando di registrarsi all’anagrafe comunale, ma l’Albania è un paese piccolo ed è difficile nascondersi. Come unico risultato sono fantasmi per le istituzioni, anche quelle che garantiscono i diritti fondamentali, come la scuola, gli ospedali e i servizi sociali, ma restano comunque in pericolo. Entrare in contatto con queste famiglie significa quindi spesso rompere un vero e proprio isolamento sociale. Di fatto tutte queste famiglie sfuggono da qualsiasi indagine statistica e si riesce ad entrare in contatto con alcune di loro solo dopo anni di presenza sul territorio da parte degli operatori. Le grandi migrazioni interne all’Albania, in particolare da nord a sud, e che ovviamente sono dovute solo per una minoranza dei casi molto esigua a vendette di sangue, provocano in ogni caso l’ammassarsi di grandi numeri di persone, che spesso hanno venduto tutto ciò ce possedevano per trasferirsi, non hanno mezzi di sostentamento e si trovano in un realtà completamente diversa da cui provenivano con una mentalità ancora legata ad una realtà agricola, isolata e organizzata secondo le necessità della sussistenza. Questa situazione è potenzialmente esplosiva a livello conflittuale e potrebbe favorire la diffusione del fenomeno in aree precedentemente non affette da quest’ultimo.

Infine le stime sono complicate dal fatto che molte famiglie sono fuggite all’estero. Il Belgio ad esempio riconosce l’asilo per motivi umanitari a causa di vendetta di sangue. Anche in questo caso si è sviluppato il business dei dossier falsi di storie di vendetta con centinaia di famiglie in pochi mesi richiedenti asilo perchè in gjakmarrja. Quest’ultimo scandalo ha provocato alcuni arresti negli scorsi mesi e il congelamento della concessione dell’asilo, anche a chi magari ne aveva realmente bisogno e diritto. Per quanto riguarda l’associazione che sostengo come casco bianco so per certo che circa il 40 per cento dei minori sotto vendetta a cui assicuravamo l’assistenza scolastica anni fa si sono trasferiti all’estero. Attualmente seguiamo circa 50 famiglie in Scutari e dintorni e su queste posso fornire dati certi. Secondo però le ricerche che stiamo portando avanti con i diversi attori del territorio attivi sul tema ritengo che le famiglie sul territorio nazionale siano dell’ordine di 300.

Come vivono quotidianamente queste famiglie? Di cosa vivono, vista la situazione?

Come dicevo in precedenza molte di loro si trasferiscono dalle zone di Tropoja e Dukagjini vendendo tutto ciò che possiedono. La vita in montagna che conducevano si basava probabilmente sull’agricoltura di sussistenza che tentano di riprodurre anche nelle periferie in cui si trasferiscono acquistando piccole case con un orto nel quale cercano di coltivare ortaggi e frutta necessari al sostentamento della famiglia. In alcuni casi possiedono galline e qualche capra e solo i più fortunati possono contare su una o più mucche. La cura dell’orto diventa l’occupazione principale degli uomini e dei figli maschi, che sono coloro che maggiormente rischiano ripercussioni. Vedendo l’importanza dell’orto nella sopravvivenza famigliare si è pensato negli ultimi mesi di inserire all’interno del progetto di intervento con le famiglie dei percorsi di miglioramento delle tecniche agricole che possano diventare momento anche di uscita per gli uomini e di scambio e confronto fra di loro. Il target maschile infatti è molto difficile da coinvolgere nelle attività e nelle visite nelle famiglie si riscontra spesso una maggiore rigidità nei comportamenti in presenza del capo famiglia. Le donne, libere secondo la tradizione dalla vendetta di sangue, sono maggiormente libere di uscire, e spesso trovano un impiego nelle fabbriche di vestiti e scarpe italiane, il salario è molto basso, non arriva infatti ai 100 euro al mese per otto ore al giorno 6 giorni su 7, ma rappresenta un importantissimo introito per l’economia famigliare Purtroppo a questo importante contributo all’economia famigliare non corrisponde un analoga emancipazione del ruolo della donna all’interno della famiglia. Alcune famiglie confezionano rosari in casa per ditte italiane, il lavoro permette di arrotondare le magre entrate famigliari ma anche in questo caso rappresenta un vero e proprio sfruttamento. Molte famiglia ricevono rimesse dall’estero.

Se generalmente possiamo dire che la condizione di vendetta impoverisce le famiglie, non possiamo al contrario affermare che tutte le famiglie in vendetta sono povere, anzi potremmo spingerci ad affermare che la vendetta non è un problema per le famiglie potenti, che possono pagare i mediatori, il prezzo del sangue e corrompere la polizia e gli organi giudiziari per sconti di pena.

In particolare come vivono i ragazzi? Non solo nelle condizioni materiali, ma nella loro interiorità: quali le loro aspirazioni/speranze?

I ragazzi albanesi in vendetta sognano tutto quello che sognano i loro coetanei: poter uscire liberamente, avere una macchina, il cellulare con internet, venire in Italia…. e ci tengo a sottolineare questi aspetti perchè ciò di cui questi ragazzi hanno realmente bisogno è la normalità. Poter andare a scuola liberamente (alcuni di loro infatti non la frequentano per evitare uscite ad orari fissi e prevedibili), socializzare con i coetanei non solo nelle immediate vicinanze della casa, poter crescere in una famiglia in cui non regni perennemente la paura, l’alcolismo e la violenza, in cui vengano portati avanti valori che mettano al centro la persona e il suo libero sviluppo, non la tradizione! In questo contesto le ragazze e i ragazzi soffrono differenti privazioni nella libertà. I ragazzi portano fisicamente il peso della vendetta e in alcune famiglie crescono nell’odio verso l’altro fis e nella stima per coloro che hanno portato avanti la vendetta prima di loro. Il sangue, le armi, la violenza esercitano un grande fascino su questi ragazzi, per questo è estremamente importante fargli conoscere e soprattutto fargli vivere le alternative. Un corso di teatro per ragazzi che vengono da una mentalità fortemente maschilista o l’espressione attraverso la danza possono essere canali potentissimi. Il dibattito e la valorizzazione delle opinioni per delle ragazze che non vengono mai prese in considerazione può essere un volano potentissimo di empowerment. Le ragazze in questo contesto soffrono una chiusura fortissima e nell’età adolescenziale vengono fondamentalmente chiuse in casa, non tanto per ragioni legate alla vendetta quanto piuttosto ad una mentalità tradizionalista della famiglia che vede nell’adolescenza della ragazza il momento propizio per il matrimonio, a maggior ragione per le ragazze sotto vendetta il matrimonio è la via di fuga dalla faida perchè entrano nel fis del marito uscendo dalla vendetta.

Cosa state facendo per loro? Come riuscite a farlo? Altri soggetti locali (parrocchia ad es.) partecipano?

Il progetto “Caschi bianchi oltre le vendette”, la prima sperimentazione a livello nazionale di intervento civile non armato e nonviolento, è nato dalla partnership di tre associazioni: Papa Giovanni XXIII, con la presenza in Albania di Operazione Colomba, Focsiv con la partnership locale dell’ ONG LVIA e Caritas Italiana, in particolare attraverso l’associazione locale Ambasadoret e Paqes.

Il lavoro delle tre associazioni cerca di approcciare con diverse metodologie ed attività sulla situazione di isolamento sociale delle famiglie per creare un clima positivo a favore della riconciliazione. Principalmente seguiamo famiglie che sono sotto vendetta perchè sono quelle che maggiormente subiscono delle negazioni ai loro diritti umani fondamentali ma abbiamo anche alcuni contatti, anche se risultano più difficoltosi, con le famiglie che hanno emesso vendetta. Il lavoro di Operazione Colomba si concentra principalmente sull’instaurazione di relazioni di fiducia con le famiglie che permettano agli operatori di accreditarsi in un ruolo di mediatori e quindi poter incidere sul processo di riconciliazione, avviando anche dei veri e propri percorsi di superamento del dolore. Ovviamente l’obiettivo è molto ambizioso e difficile, si parla infatti di operatori italiani che cercano di entrare in una dinamica sociale fortemente connotata culturalmente a livello locale e quindi per gli stranieri di difficile comprensione, per questo motivo è fondamentale un continuo contatto con gli albanesi. L’intervento deve costituire da una parte un’azione di controcultura e di terziarietà rispetto al conflitto, ma dall’altra si deve basare fortemente sull’inserimento nel contesto e nelle sue dinamiche locali anche tradizionali.

La costruzione della fiducia si basa sull’offerta di alcune risposte a bisogni fondamentali come alcune cure mediche di base, accompagnamenti nelle carceri e da parenti e attività specifiche rivolte ai membri della famiglia che possono beneficiare di maggiori possibilità di empowerment come bambini, giovani e donne. L’idea è che, la partnership tra le tre associazioni sopracitate possa riuscire ad attaccare il problema da diversi punti di vista e con diverse metodologie alleviare la situazione di isolamento e violazione dei diritti umani che vivono queste famiglie in modo da creare presupposti non solo per una riconciliazione tradizionale ma per un miglioramento delle condizioni complessive della famiglia.

LVIA si propone un obiettivo particolarmente alto, raggiungere il target più difficile, quello dei maschi adulti della famiglia ed utilizzare percorsi formativi al lavoro come strumento ancora una volta di costruzione di fiducia ma anche di affrancamento sociale, miglioramento delle condizioni economiche della famiglia e costruzione di “alternative” alla vendetta o alla fuga all’estero.

Infine Ambasadoret e Paqes ha come target specifico i minori. In particolare il tentativo è quello di creare dei momenti educativi e di socializzazione dei minori sotto vendetta al di fuori della casa con ragazzi e bambini coetanei membri dell’associazione. Si riesce così a toccare i temi del conflitto e della risoluzione nonviolenta dello stesso in un ambiente in cui si stimola la discussione dei ragazzi e la loro progettualità. L’obiettivo ultimo è fornirgli degli strumenti per resistere ad una mentalità e ad un ambiente famigliare che spinge per una risoluzione violenta del conflitto, mostrargli come può essere l’alternativa di una vita senza vendetta. L’altro grande obiettivo è l’attivismo dei ragazzi sul tema della vendetta con l’organizzazione di eventi di sensibilizzazione sul territorio ideati e portati avanti dai ragazzi stessi. L’attività ha assunto un valore particolarmente alto dal momento in cui anche i ragazzi sotto vendetta hanno preso parte alla realizzazione di questi eventi impegnandosi in prima persona nella sensibilizzazione della società sulla condizione delle loro stesse famiglie. L’altro ambito di sensibilizzazione riguarda le scuole e i centri di incontro per ragazzi gestiti dalle parrocchie con la produzione di materiale didattico e l’attivazione di percorsi didattici sul tema della gjakmarrja per promuovere già fra i giovani l’attenzione per il tema e la possibilità di risolvere i conflitti in maniera alternativa alla violenza. La gjakmarrja infatti è un problema sostanzialmente ignorato dalle istituzioni e dalla maggiorparte della popolazione liquidato come una questione che riguarda strati “arretrati” della popolazione, in realtà la società albanese è fortemente conflittuale, solo nella diocesi di Sapa i parroci hanno raccolto dati di circa 200 conflitti, conflitti che potenzialmente possono evolvere in violenza fisica e conseguentemente in gjakmarrja.

La comunità locale, non appoggia in qualche modo? Nessuno prende coscienza e si assume un impegno? Troppo alto il rischio reale di pagare un prezzo estremo?

Ogni conflitto è una storia a sé stante, in alcuni casi la comunità locale lavora attivamente per la riconciliazione, i vicini di casa e gli amici in comune delle due famiglie in conflitto fanno la spola da una casa all’altra per cercare la mediazione, per ottenere la besa (la parola, la tregua) almeno per alcuni membri della famiglia, in altri casi invece è la stessa comunità a fomentare il conflitto facendo riferimento alle norme tradizionali. Risulta essere disonorante, infatti, in alcuni casi rimanere, per la famiglia che dovrebbe prendere il sangue, in un limbo di non-decisione tra il perdono e la scelta di emettere vendetta.

Attualmente come dicevo c’è un qualche interesse da parte delle istituzioni a risolvere il problema ma interesse a cui non corrisponde una politica strutturata e ad ampio raggio che tenga conto sia di elementi tradizionali che della necessità di portare una rottura. Il risultato più grande in questo senso sarebbe il supporto alla nascita di una campagna di riconciliazione nazionale così come avvenuta in Kossovo.

Un ruolo importante in queste situazioni è ricoperto dal parroco locale che si trova in una posizione particolarmente difficile perchè costituisce per i credenti un punto di riferimento molto importante e deve quindi mantenere in maniera molto forte il ruolo di terziarietà rispetto al conflitto.

Nel caso di conflitti vi è un sincero interesse da parte delle figure religiose nella loro risoluzione ma mancano le competenze per poter veramente lavorare in queste situazioni delicate. Lo stesso vescovo di Sapa ha indetto in quest’anno giubilare l’anno della riconciliazione e sta raccogliendo dai parroci locali tutti i dati e le informazioni sulle situazioni di conflitto con l’idea di costituire un gruppo di religiosi che abbia esperienza specifica in riconciliazioni tradizionali.

Si comprende all’interno delle comunità che la gestione violenta dei conflitti risulta essere un problema ma non vi sono risposte univoche ed idee su come realmente lavorare per incidere positivamente sul fenomeno.

Cosa richiede l’impegno che portate avanti? Quali prospettive?

Penso che la lotta alla gjakmarrja richieda principalmente tre fattori: la continuità, un’azione che dal campo porti l’esigenza di lavorare su questo tema alle istituzioni e un’azione dall’alto da parte delle istituzioni nazionali ed internazionali che si declini i direttive di azione specifiche e operative sul campo.

La continuità è fondamentale per due ragioni: il lavoro di azione su questa tipologia di conflitto si basa non tanto su interposizione fisica ma sulla costruzione di relazioni con le famiglie sotto vendetta e che devono emettere vendetta, risulta essere fondamentale conoscere la storia e il vissuto della famiglia, le dinamiche al suo interno e li modo di interfacciarsi ai suoi differenti membri, conoscenze che non si possono costruire in poco tempo. Le figure che si interfacciano a queste famiglie devono garantire quindi una certa continuità e affidabilità pur se accompagnate da volontari a breve termine.

Si richiede continuità inoltre dell’azione stessa perchè si va ad incidere su una mentalità praticamente millenaria che richiede quindi un’azione di controcultura che sia rispettosa dei tempi di assimilazione del nuovo degli individui.

Gli altri due aspetti sono legati al fatto che il problema della gjakmarrja è un problema multidimensionale che tocca diversi aspetti della vita dell’individuo, dal suo isolamento sociale, alla sua libertà, dall’istruzione alla salute al diritto ad una famiglia ecc, l’approccio a quest’ultimo deve quindi essere multidimensionale e tenere conto di diverse metodologie e deve essere ritagliato specificamente non solo a livello famigliare ma praticamente individuale. Per questo motivo solo l’azione dal basso o solo l’azione dall’alto non sono sufficienti. Servono politiche sociali dirette al fenomeno che per ovvie ragioni avranno delle indicazioni generiche, serve una politica della prevenzione, serve una lotta alla corruzione, problema fortemente connesso alla gjakmarrja ma servono anche operatori che conoscano bene le famiglie e la loro situazione e che attivino delle progettualità personalizzate.

Fonte: SERMIG

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