Dove va l’economia – Elvio Fassone

Dove stia andando l’economia è noto a tutti, e non è un bell’andare. A settembre ci è stato comunicato che il debito pubblico ha raggiunto la cifra di 1.911 miliardi: il che significa un servizio del debito, cioè una spesa per interessi, pari a circa 70 miliardi di euro ogni anno. Ogni giorno che si leva il sole sono poco meno di 200 milioni di euro sottratti dalle nostre ricchezze per pagare le cedole ai possessori di titoli del debito pubblico: un colossale drenaggio di risorse dai tutti (o quasi tutti: quelli che pagano le imposte) ai pochi (i rentiers che riscuotono gli interessi).

Inoltre apprendiamo dall’“Economist” dell’11 settembre che nei Paesi OCSE vi sono ben 44 milioni di senza lavoro, cioè di persone dimezzate nella loro dignità, di risorse umane sprecate, di depressioni o di ribellismi annunciati, di povertà attuali o prossime.

Poi ci viene segnalato che, sempre a settembre, è stato superato il punto di equilibrio tra il consumo di risorse e la capacità del pianeta di rigenerarle. Se continuiamo con questa spensieratezza, nel giro di poche generazioni non ci saranno più petrolio, cibo, acqua potabile, fonti di energia.

Infine – ma solo per limitare la descrizione agli aspetti più salienti – viene evidenziato che siamo ormai di fronte alla rottura del triplice patto che funge da collante essenziale di una comunità: il patto degli uomini con gli altri uomini; degli uomini con la terra; degli uomini di oggi con gli uomini di domani. Una società senza legature non solo non ha futuro, ma rischia di non avere neppure presente.

L’economia e il bisogno di legittimazione etica

Non è il caso di diffondersi oltre, siamo tutti lettori di giornali: è il caso di domandarsi perché sta succedendo tutto questo, e, se possibile, che cosa possiamo fare per contrastarlo almeno un poco.

Per sintetizzare la mia risposta al “perché” prendo a prestito una bella immagine di Giorgio Ruffolo (dal libro “Il capitalismo ha i secoli contati”): questo accade perché il capitalismo si è de-moralizzato. Non nel senso con il quale intendiamo questa espressione, cioè come caduta dell’umore, ma nel senso di rinuncia a quella ricerca di legittimazione morale, che l’economia ha sempre perseguito presso le agenzie della moralità comune, o comunque presso la borghesia che ne era il substrato principale.

Se ci voltiamo indietro, vediamo che l’economia dell’accumulazione alle origini ha goduto di cattiva stampa. Non era la ricchezza in sé ad attirare il biasimo, poiché nell’Antico Testamento l’abbondanza del raccolto è segno della benedizione di Dio; ma era quella ricchezza avvelenata che viene dai due principali strumenti di accumulo, l’appropriazione della terra e l’appropriazione del frutto del lavoro dell’altro uomo: per dirla in termini moderni, il possesso dei mezzi di produzione e lo sfruttamento.

Quanto alla terra, va ricordato il principio di fondo, enunciato da Levitico 25 e altrove: “Mia è la terra – dice Jahvé – e voi siete dei residenti, e miei ospiti”. Donde l’anatema di Isaia 5, 8 “Guai a coloro che aggiungono casa a casa, che congiungono campo a campo finché non vi sia spazio, e voi rimanete soli in mezzo al paese”; e ancora più pesantemente si esprime Michea, 2,2.

Lo sfruttamento dell’uomo è deplorato, tra gli altri, da Amos (5,11): “Avete estorto l’affitto contro il misero, e ghermito da lui tributo di frumento”.

Più tardi, Gesù di Nazareth sarà ancora più radicale, condannando la ricchezza in sé: al giovane che gli chiede che cosa deve fare, risponde che una cosa sola gli manca: “va’, vendi quello che hai, e il ricavato dallo ai poveri”; e in Luca 12,18 rammenta che c’era un uomo ricco, il quale aveva delle terre che gli avevano dato un buon raccolto: pertanto egli ragionava da vero homo oeconomicus, pensando di demolire i suoi magazzini e di costruirne altri più grandi, così da poter godersi la vita. Ma Dio gli era apparso e gli aveva annunciato: “questa notte stessa morrai, a che cosa ti serviranno le tue ricchezze?”

Per oltre un millennio l’economia aveva avuto un andamento piatto, l’accumulazione era stata pressoché inesistente (se non come razzia del potere o predazione delle orde), e il pauperismo cristiano era più che altro una consolazione della sterminata distesa dei poveri che erano tali non per scelta. Poi, intorno ai secoli XII e XIII, le prime innovazioni della tecnologia avevano consentito di uscire dall’economia di sussistenza e di mera sostituzione, e di produrre al di sopra dei propri consumi: di qui il commercio del surplus, lo scambio, l’aumento di conoscenze e di averi, le prime forme di ricchezza al di là di quelle detenute dai potenti. E di qui il bisogno di legittimare queste nuove forme di economia.

Con il cristianesimo cattolico l’opera avvenne attraverso la congiunzione di due virtù: colui che disponeva di un qualche capitale era apprezzabile perché aveva risparmiato, cioè non aveva consumato o dissipato tutta la sua ricchezza; colui che voleva intraprendere una qualche attività produttiva, lo faceva anche per aumentare il benessere dei suoi simili. Il capitalista e l’imprenditore erano tali perché a monte si erano caratterizzati per sobrietà e spirito di iniziativa; il primo poteva prestare al secondo, il secondo poteva impiegare i danari altrui per accrescere la ricchezza propria e altrui. Cadeva il divieto di corrispondere interessi al prestatore (che aveva radici già in Es. 22: “non riceverai da lui più di quello che gli hai dato”, e si protendeva sino a Tommaso d’Aquino: “nummus non parit nummos”). Non era difficile ricondurre la benedizione di questo zelo alla parabola dei talenti fruttificati.

Con il cristianesimo della Riforma l’opera di legittimazione fu ancora più appariscente. Calvino esalta il lavoro come atto religioso, l’uomo è investito di una missione che deve adempiere con il massimo slancio, qualunque sia il posto nel quale Dio lo ha collocato. Se il suo ruolo è quello di mercante, egli lo deve svolgere nel modo migliore, il guadagno che ne trarrà è un valore positivo, a patto che egli conservi uno stile di vita sobrio, e destini le sue ricchezze a potenziare la sua impresa per il bene comune, ed a soccorrere i fratelli in difficoltà.

Avuto il lasciapassare dalle religioni, anche con l’illuminismo la legittimazione è facilmente conseguita: l’impresa, il traffico e gli scambi sono presentati come il doux commerce, ed è elogiata l’influenza positiva che il commercio esercita nelle relazioni fra i popoli, sostituendosi alla violenza delle relazioni belliche: è certamente meglio l’oro della moneta che il piombo delle munizioni.

Il pensiero economico classico del ‘7-800 perfeziona l’opera. La legittimazione etica è rinvenuta proprio nelle motivazioni individuali egoistiche, perché l’homo oeconomicus, perseguendo con coerenza il suo interesse, produce il miglior risultato possibile in termini di benessere collettivo (Pareto). L’aspetto paradossale di questo pensiero – scrive ancora Ruffolo – è quello di “buscar la vertud para el vicio”, cioè di trasformare esplicitamente in virtù quello che secondo la morale sarebbe egoismo brutale.

Occorre però fare attenzione a non spingersi troppo oltre: altri economisti (Hirsch) rammentano che il successo dell’economia di mercato regge solamente se può contare su una base di solide convinzioni condivise. La morale borghese, che ne è il piedistallo, considera indispensabile, ad esempio, il puntuale pagamento dei propri obblighi, la bontà del prodotto immune da vizi, la correttezza nell’indirizzare le scelte del cliente, il rifiuto della concorrenza sleale, e, in generale, la convinzione che alcune cose non si possono comprare e non si possono vendere: sono tali la fedeltà, l’esercizio imparziale degli uffici pubblici, il rifiuto della simonia, il rispetto dei beni comuni, e simili. Parafrasando Marx, è vero che non possiamo aspettarci la nostra bistecca dalla benevolenza del macellaio, ma (è ancora Ruffolo a dirlo) anche il macellaio non può fare a meno della nostra benevolenza, giocandosela con comportamenti scorretti.

Il capitalismo si è de-moralizzato

Nonostante tutto questo, il capitalismo non ha evitato autentiche nefandezze, dallo sfruttamento del lavoro minorile al colonialismo più brutale. Ma almeno nei rapporti formali ha sempre cercato di coltivare questo bisogno di essere “giustificato” agli occhi dei produttori di giudizi sociali.

Negli ultimi tempi questo è venuto meno. Il giro di boa può essere collocato, con inevitabile approssimazione, intorno agli anni ’80 del secolo scorso.

Sono gli anni che la vulgata pone sotto l’insegna dell’“edonismo reaganiano”, cioè del vero e proprio diritto ad assicurarsi il massimo benessere possibile; gli anni in cui Margaret Thatcher sancisce che “non esiste la società, esistono gli individui”; in cui Friedman afferma senza esitazioni che il comportamento più naturale di chi trova cento dollari per strada è quello di metterseli in tasca.

Di riflesso, la dottrina economica benedice la trickle down economy, l’economia del gocciolio verso il basso: facciamo stare meglio i ricchi ed essi, spendendo consumando e investendo, diffonderanno il benessere e la ricchezza negli strati sociali via via più bassi. L’alta marea – insomma – fa salire tutte le barche; e poco importa se qualcuna diventa un panfilo, e se il peschereccio viene invece maggiormente sballottato.

Gli effetti concreti sono numerosi.

a) L’andamento vorticoso dell’economia espande il ricorso al credito senza intermediario. Per lungo tempo l’imprenditore, bisognoso di credito, si rivolgeva al soggetto che istituzionalmente fa da intermediario fra coloro che accantonano il danaro risparmiato e coloro che ne hanno bisogno per dare vita ad un’impresa o per irrobustirla, cioè le banche. Questa sudditanza genera insofferenza nell’imprenditore, perché è causa talvolta di incertezza (non sempre la banca accorda il credito) e sempre di costi non lievi (gli interessi ma non solo, perché quando l’impresa è molto esposta, la banca pretende di essere presente nella sua amministrazione).

Pertanto l’impresa si rivolge direttamente al mondo dei risparmiatori o degli investitori indiretti: dapprima offre in cambio una quota di proprietà di se stessa, con la società per azioni, poi assumendo semplicemente un obbligo di rimborso a scadenza. Con la prima formula rischia di mettersi degli estranei in casa, e perciò escogita gli accorgimenti noti, dei patti di sindacato, delle scatole cinesi, delle azioni privilegiate e delle varie sterilizzazioni delle minoranze azionarie. Con il secondo strumento si trova a dover vincere la diffidenza sulla sua solvibilità (poiché l’emissione di obbligazioni è atto tipicamente sovrano, essendo indubitabile il rimborso da parte di chi emette moneta), e lo fa dando vita a quelle agenzie di rating che dovrebbero farsi garanti della solidità del debitore, ma che con lui sono allacciate molto spesso da indecifrabili comunioni di interessi.

Sono noti i vari crac cui ha dato luogo questa spregiudicatezza nel ricorso al credito, ed il primo risultato di questa de-moralizzazione (non l’unico, certamente) è che oggi nessuno si fida più di nessuno, il credito è sempre più difficile e costoso, e persino gli Stati sovrani, che hanno pensato di poter succhiare indefinitamente dal futuro, oggi si trovano sull’orlo della bancarotta.

La finanziarizzazione dell’economia

b) Un secondo effetto è stato quello del dissolvimento del blocco sociale antagonista al capitalismo, e della sua sostituzione progressiva con un blocco sociale solidale con la finanziarizzazione dell’economia. La classe operaia, seppur priva di risorse concrete e con un peso politico non determinante, costituiva comunque un polo antagonista compatto e forte di una cultura diffusa ostile a queste degenerazioni. La sua progressiva esautorazione, per riduzione del numero e per atomizzazione dei suoi componenti, ha lasciato il posto ad un nuovo blocco di classi medie coinvolte in qualche modo con la nuova finanza, attraverso i piccoli guadagni speculativi (ricordiamo le massaie in coda alla Borsa, nel 1985 e ’86, preludio al primo crollo devastante di quell’anno).

Perché è accaduto? Negli anni ’70 la crisi petrolifera del 1973 ha innescato un processo inflattivo senza eguali dai tempi della guerra mondiale. Inflazione a due cifre e titoli del debito pubblico al 10% e oltre. Quando la cura energica degli anni successivi riporta l’inflazione a quote molto più basse, e di riflesso calano i rendimenti dei titoli, il “popolo dei Bot” si muove alla ricerca di altre forme di investimento per i suoi piccoli o medi risparmi. E’ la stagione delle massaie in coda alla Borsa, dei titoli che salgono vertiginosamente e della prima drammatica esplosione della bolla nel 1986. Il tracollo è pesante, ma lo scricchiolio non viene avvertito se non da coloro che pagano duramente l’improvvisazione e l’euforia.

“Dìcesi euforia finanziaria – spiegava Galbraith già alcuni decenni or sono – quel fenomeno per cui, dopo un certo tempo, gli imbecilli vengono separati dal loro danaro”. Quando un popolo già di per sé incline al gioco ed alla scommessa si converte anche al gioco dei titoli azionari, e perciò alla convinzione che è più facile e meno faticoso fare quattrini attraverso il danaro che attraverso il lavoro, la catastrofe è probabile, il declino è sicuro.

c) Tutto questo non potrebbe accadere, o almeno non con le dimensioni assunte, se non si accompagnasse ad una incredibile esplosione della strumentazione finanziaria. Se avviene che sia il mondo dell’impresa sia il mondo dei consumatori vogliono “giocare” una partita nuova, è fatale che gli si trovino dei giocattoli adeguati. La soggettività del “valore”, il suo sganciamento da parametri almeno parzialmente oggettivabili, la sua artificiosa influenzabilità, e quindi la sua volatilità, suggeriscono all’inventiva del mondo della finanza un’inesauribile sequenza di strumenti con i quali atteggiare il “gioco”. Incomincia allora, e toccherà il culmine nel decennio successivo, la proliferazione dei meccanismi e la corsa verso una sempre più massiccia de-regolamentazione.

I derivati, i contratti a termine senza copertura, i credit default swaps, lo “spacchettamento” (nome giornalistico dell’ Asset backed securities), escogitato nel 1983 e futura causa dei titoli tossici che hanno infettato tutto il mondo bancario, gli hedge funds, i bonds, le cartolarizzazioni e mille altre astruse tecnicità allontanano sempre più gli attori secondari (gli investitori) dagli attori primari (gli operatori finanziari). Grazie all’abolizione della legge Glass-Steagall, effettuata nel 1999 regnante purtroppo Clinton, cade la barriera che separava le banche di deposito dalle banche d’investimento o di affari. Il mondo della finanza si impadronisce delle tecniche di dissociazione del proprio credito dal rischio di insolvenza del proprio debitore, cedendone il titolo scontato a terzi, e quindi si lancia in operazioni sempre più temerarie.

La vorticosa circolazione dei titoli, gran parte dei quali fondati su debitori insolventi, rende non più affidabili i bilanci, e questo genera una generale perdita di fiducia, che investe dapprima le banche, e poi – salvate le medesime mediante l’accollo dei debiti privati sulle spalle del debito pubblico – sfocia nel default addirittura degli Stati sovrani. Nessuno si fida più di nessuno, il capitalismo finanziario ha bruciato il patrimonio di affidabilità che il capitalismo economico aveva cercato di costruire, e attualmente nessuno è in grado di prevedere come ricostituirla, e come uscire dalla drammatica situazione che incombe.

d) Un forte contributo a questa involuzione è stato dato da un altro fenomeno, già presente in precedenza, ma ingigantitosi in quegli anni: la progressiva sostituzione della figura dell’imprenditore ad opera del manager, cioè la dissociazione della proprietà dell’impresa dalla sua gestione. L’imprenditore del proto-industrialismo era datore di lavoro ma anche lavoratore, rischiava i suoi soldi, ed aveva in mente essenzialmente le sorti della sua impresa, il suo sviluppo, la sua reputazione, la sua capacità di durare nel tempo in forza del valore del suo prodotto e dell’affidabilità conquistata. Gran parte del profitto era destinata ad investimenti, e, pur senza dimenticare vaste componenti di sfruttamento, non mancavano esempi di attenzione alle maestranze, alle loro famiglie, alla comunità locale, alla cultura ed alle arti.

Il manager non possiede più, di regola, questi connotati. Egli è un dipendente di lusso, la cui retribuzione è definita dai suoi effettivi datori di lavoro, cioè dal consiglio di amministrazione. In conseguenza, egli non mira tanto a potenziare l’impresa, quanto a produrre valore per gli azionisti, avventurandosi in giochi speculativi, in fusioni o scorpori, in acquisizioni o cessioni, insomma in operazioni atte a movimentare le quotazioni del titolo ed il profitto dei finanziatori, che infatti lo ricompensano con le stock options. Non mancano casi di avventurose galoppate speculative e di fughe poco prima dell’esplosione della bolla; né situazioni di scalate di un’altra impresa al solo scopo di ristrutturarla pesantemente, di lucrare sul plusvalore artificioso, e poi di abbandono al suo fallimento.

La dissociazione tra proprietà e gestione ha creato un ceto di soggetti che arrischiano con i solidi degli altri, sapendo che, nella peggiore delle ipotesi, pagheranno con un licenziamento già previsto, e senza alcuna sanzione per i danni clamorosi procurati.

La crisi da sovra-produzione

e) Tutti questi fenomeni si combinano con quello più dirompente di tutti, la crisi da sovra-produzione sistemica.

Il progredire della scienza e della tecnologia offre al mondo della produzione la continua possibilità di produrre la stessa quantità di beni con un minor numero di addetti. Questo conduce alla progressiva insufficienza della domanda aggregata a smaltire tutta la capacità produttiva. Di riflesso, il mondo della produzione, da un lato, espelle da tempo una massa di esuberi, i quali solo in parte riescono a riconvertirsi gonfiando il settore dei servizi; e, dall’altro lato, per non eccedere in questa espulsione socialmente pericolosa, gonfia artificialmente i bisogni al fine di non dover contrarre la sua capacità produttiva. Tuttavia, lo stimolo al consumo effettuato attraverso la sollecitazione pubblicitaria (Bush arrivò a parlare di patriottismo economico) non è sufficiente, ed allora lo si droga ulteriormente attraverso la detassazione dei ceti più abbienti e l’impulso al debito dei ceti meno abbienti. La prima risponde, come già detto, all’esigenza di favorire un certo elettorato; la seconda alla necessità di non allargare troppo la forbice sociale. Ma la polarizzazione della ricchezza verso l’alto della piramide sociale non si traduce, se non in parte, in aumento della domanda, che stagna nella parte bassa. Si cerca di porvi rimedio con il credito (quasi) illimitato a quest’ultima: ma il credito erogato a soggetti la cui solvibilità è molto a rischio, produce la nota bolla immobiliare dei mutui subprime nel 2007, che è alla base della grande crisi. I titoli tossici si sono propagati attraverso l’intero sistema bancario. L’esigenza (vera o ritenuta tale) di salvare le banche too big to fail, troppo grandi per essere lasciate fallire, ha portato a gigantesche iniezioni di liquidità nel sistema, che oggi rappresentano masse enormi a disposizione della speculazione internazionale.

Se si volesse compilare un manuale di come si arriva ad una crisi planetaria, difficilmente si potrebbe fare meglio. Siamo di fronte ad una progressiva ristrutturazione del sistema produttivo attraverso una massiccia espulsione di forza lavoro. Questo riduce ulteriormente la domanda aggregata, ed innesca un’altra contrazione della produzione, con nuova espulsione, e consolidamento del circolo vizioso, che alla fine produce la depressione. Il tutto accompagnato dalla massa di liquidità in circolazione, che aggredisce anche quelle fortezze (gli Stati e le istituzioni sovra-nazionali) che dovrebbero arginare i disastri procurati dalla dittatura della finanza.

Che fare?

La domanda sul come agire per uscire da questo viluppo di esiti drammatici, o almeno per ridurne il peso, al momento è senza risposta: si può unicamente accennare a qualche orientamento.

E’ basilare la premessa secondo la quale la mentalità che ha prodotto un disastro non può essere quella che lo rimedia. Se il capitalismo si è “de-moralizzato”, occorre ri-moralizzarlo: non nel senso di esigere un illusorio recupero di moralità, ma nel senso di pretendere almeno quel grado di basi etiche minimali, di cui abbiamo parlato, che il capitalismo stesso ha sempre considerato come indispensabili.

Dunque, per incominciare occorre regolare l’eccesso di finanziarizzazione. Se ne parla dal 2008, e sembra impossibile che interventi così elementari tardino ad essere attuati (in realtà non è impossibile, ma sciaguratamente logico: si sposano le pulsioni anti-stataliste di quel populismo alla “tea party” che è per principio insofferente alle regole ed alle istituzioni con le pressioni lobbistiche del mondo alla Wall Street che dalle riforme vedrebbe ridotte le sue possibilità di arricchimento).

Le indicazioni al riguardo sono numerose. Occorre, ad esempio, disciplinare (personalmente auspicherei addirittura la totale espulsione dall’ordinamento) il contratto a termine.

In base a questo tipo di accordo un soggetto vende ad un altro soggetto una certa quantità di titoli, che non possiede, al prezzo odierno, con l’impegno di procurarglieli alla scadenza convenuta. E’ intuitivo che da quel momento il soggetto venditore opererà come ribassista, cioè agirà sul mercato per far deprimere il prezzo di quei titoli, così da pagarli di meno quando li dovrà acquistare; mentre il compratore agirà come rialzista per la ragione opposta. Se i protagonisti di questi contratti sono soggetti come i Fondi, capaci di mobilitare centinaia di milioni di euro o di dollari, le contrattazioni, puramente speculative, producono sbalzi artificiosi nei valori dei titoli trattati, o anche delle merci, ed effetti a valanga nelle quotazioni. Dal momento che i negoziatori neppure toccano i titoli trattati, limitandosi a regolare i rispettivi rapporti di dare-avere alla scadenza, non si vede quale utilità possa reclamare una simile tipologia di contatti, che quindi deve essere privata della protezione giuridica.

Nella stessa direzione, pare opportuno ridurre di molto la facoltà di dissociare l’assunzione del rischio dalla sua esposizione effettiva all’insolvibilità.

L’obiettivo può essere perseguito vuoi vietando alla banca, che eroga un credito ad un debitore di dubbia solvibilità, di liberarsene immediatamente, e perciò autorizzandola a cederlo a terzi solo dopo un certo periodo di tempo, ovvero solo per una frazione del suo importo; vuoi rendendo più rigorosa e più costosa la tecnica dei c.d.s. (credit default swaps), cioè dell’assicurazione contro il rischio di insolvibilità, che si risolve in una pressione dell’assicuratore verso l’instabilità del debitore, per aumentare i premi.

Un altro strumento che occorrerebbe assumere con coraggio è la c.d “Tobin tax”, cioè l’applicazione di un’esigua tassa su tutte le transazioni finanziarie, o almeno su alcune tipologie. Essa è stata proposta, come è noto, sin dal 1972, dal prof. James Tobin, poi insignito del premio Nobel per l’economia, con il duplice obiettivo di ridurre sensibilmente il volume delle transazioni finanziarie, rendendo improduttive quelle che giocano su variazioni di valore molto ridotte, e nello stesso tempo di accumulare ingenti risorse dalla tassazione, a beneficio dei Paesi sottosviluppati.

L’utilità dello strumento si rivelerebbe ancora maggiore oggi, poiché una grandissima parte delle transazioni avviene sulla base di algoritmi applicati a computer di estrema potenza (“high frequency trader”), capaci di individuare la vantaggiosità di un’operazione in minime frazioni di secondo, decorsi i quali il profitto può calare o scomparire per l’entrata in azione di altri operatori. Il semplice fatto di dover sottoporre l’operazione a registrazione renderebbe impraticabili questi guizzi selvaggi, ed il danno che spesso ne consegue.

La proposta è contrastata più a livello ideologico (si afferma che essa è realizzabile solo a livello mondiale: ma questa non è una difficoltà insuperabile, posto che esistono già organizzazioni di quella dimensione) che dagli operatori, per i quali la tax rappresenterebbe un costo trascurabile (l’uno per mille quanto alle azioni ed alle obbligazioni, l’uno per diecimila quanto ai derivati ed alle operazioni similari) e comunque scaricabile a valle. Un istituto di ricerca ha calcolato che, applicando la tassa, il volume di affari sui derivati diminuirebbe del 30%; e che, nel solo mercato europeo, frutterebbe all’incirca 57 miliardi di euro all’anno.

Altri interventi imprescindibili consistono nel nel porre un limite alle banche a proposito della leva finanziaria, cioè al rapporto tra il loro patrimonio e la capacità di indebitamento; leva che ha raggiunto talora il rapporto di 1 a 40, con drammatica esposizione a rischio, e che oggi si vuole ridurre al rapporto di 1 a 11, ma che saggezza vorrebbe fosse ancor più contenuto.

Correlativamente si chiede che siano eliminati i conflitti di interesse tra agenzie di rating e banche, le prime chiamate a farsi garanti del grado di solvibilità delle seconde, ma spesso composte da persone che siedono nei consigli di amministrazione dei soggetti “valutati”.

Altre riforme sono auspicate, ma se ne prescinde, per il loro elevato grado di tecnicità. Quel che deve essere ribadito è l’assoluta necessità che il mondo della finanza recuperi quel minimo di correttezza etica che per secoli ha fatto le fortune del capitalismo, ed il cui abbandono ha causato i disastri attuali.

Un secondo fronte consiste nel contrastare la ristrutturazione a danno del lavoro. Essendo innegabile la crisi di sovra-produzione della quale si è detto, ed essendo inaccettabile – moralmente, economicamente e politicamente – un mondo di disoccupati, appare inevitabile trasferire la manodopera eccedente dalla produzione di beni e servizi di mercato alla produzione di beni e servizi fuori mercato, ma ancora più necessari di larga parte dei primi.

Occorre far convergere l’enorme quantità di lavori che attendono lavoratori (infrastrutture, manutenzione del territorio, beni culturali, ricerca, servizi alla persona in condizione di disagio sociale, e altri simili) con l’altrettanto gigantesca quantità di lavoratori che attendono un lavoro. Quando la domanda spontanea langue, o comunque non copre più la potenzialità del sistema produttivo, è illusorio drogarla, occorre invece affiancarle una domanda estranea alla spontaneità (così J. Keynes). Ma questa ha un costo notevole, e il costo di questo tipo di produzione deve essere sostenuto :

a) dal dirottamento verso questa area dell’aumento di produttività di cui si è detto, ora riversato tutto sui consumi convenzionali, e artefice dei bisogni artificiosi. Ne discende che deve essere auspicata non la decrescita (in sé generatrice di ulteriore disoccupazione) ma la crescita zero dei beni materiali, ed il riversamento dell’eccedenza sui beni immateriali esemplificati.

b) da un capovolgimento dei parametri in base ai quali viene misurato il benessere di uno Stato, e quindi degli obiettivi che una comunità di Stati si propone di perseguire; così da giustificare la politica che in nome di quegli obiettivi chiede determinati sacrifici.

Oggi l’unico indicatore considerato è il PIL (prodotto interno lordo), del tutto inidoneo a stimare la reale qualità della vita, poiché, tra le molte irrazionalità, conteggia positivamente anche le diseconomie e non conteggia per nulla le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza materiale prodotta. Da tempo si auspica, invece, l’introduzione dell’ISU (indice di sviluppo umano) che prende in considerazione anche altri parametri, quali il livello dell’istruzione, dell’occupazione e della sanità; l’efficienza della pubblica amministrazione, della giustizia e delle istituzioni; l’entità della criminalità e della corruzione; il grado di salvaguardia dell’ambiente, e altri valori similari. Se le nazioni, facenti parte di un qualche sistema integrato, decidessero di porsi come obiettivo comune l’adozione di questo indicatore ed il raggiungimento di determinati livelli minimi per entrare a fare parte del sistema (così come avvenuto con Maastricht per l’integrazione delle economie e dei bilanci) diverrebbe possibile ammettere solamente quegli Stati che raggiungono gli standard di occupazione previsti, legittimando in tal modo sia politiche di bilancio espansive, sia politiche tributarie progressive gravose verso l’alto.

c) da un dazio sociale sulle merci provenienti da Paesi nei quali i diritti dei lavoratori hanno un basso o minimo grado di tutela. Come esiste da decenni un organismo sovra-nazionale a tutela delle libertà e della correttezza dei commerci, così si deve mirare ad un organismo sovra-nazionale che non permetta l’ingresso, nei mercati ad avanzato livello di copertura, dei prodotti di Paesi che non incorporino una quota minima di protezione dei diritti dei lavoratori locali. In fondo, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, del 1948 impegna tutti gli Stati aderenti non solo a garantire i diritti delle persone nel proprio territorio, ma anche a sollecitarne la tutela negli altri Stati: e poiché non è pensabile una violazione della loro sovranità, l’obiettivo può e deve essere perseguito con queste forme di dissuasione economica.

Non è facile, ma la politica ha appunto compiti di questo genere. In pochi mesi la crisi ha costretto l’Unione europea a costruire il c.d. Fondo salva-Stati; in un tempo di poco maggiore, se lo si volesse davvero, si potrebbe dare vita anche ad organismi come quello suggerito.

Quanto detto ora ripropone l’ineludibile problema del primato della politica sull’economia e sulla finanza, che oggi siamo rassegnati a vedere capovolto, essenzialmente perché accettiamo la globalizzazione dell’economia e non perseguiamo un’altrettale globalizzazione dei diritti. La centralità della persona non può più essere declinata come una sterile invocazione, buona nei convegni ed imbelle nelle aule della politica. La ri-moralizzazione del capitalismo non può essere lasciata alla sua buona volontà. I tre grandi patti lacerati devono essere ricomposti.

“La nevrosi del profitto – scriveva J. Keynes parecchi decenni or sono, ancora molto lontano dalla dissennatezza di oggi – distrugge la bellezza del creato, perché gli splendori della natura non hanno valore economico: e siamo capaci di spegnere il sole e le stelle, perché non pagano dividendi”. Tra questi splendori al primo posto è l’uomo: “ quando crolla il valore di un’azione, possiamo prevedere che col tempo risalirà – ha detto Obama – ma quando crolla un essere umano, è molto più difficile ricostruirlo, e se non si riesce a farlo, la perdita non è compensabile da nulla”.

Pinerolo, 14 ottobre 2011

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *