Rivoluzioni nonviolente, colorate, manipolate? Recensioni di Nanni Salio

Gene Sharp, Come abbattere un regime. Manuale di liberazione nonviolenta, Chiarelettere, Milano 2011;
Gene Sharp, Liberatevi, Add, Torino 2011

Sono ormai oltre vent’anni da quando abbiamo tradotto e fatto pubblicare il lavoro più importante di Gene Sharp (La politica dell’azione nonviolenta, 3 voll., EGA, Torino 1985-1997, fuori commercio, ma disponibile presso il Centro Sereno Regis) nella quasi totale indifferenza dei media e del mondo accademico, come di consueto.

Ma ora, improvvisamente, dopo la cosiddetta primavera (per alcuni già inverno) araba, Gene Sharp è salito agli onori della cronaca, nel bene e nel male.

Nel bene, perché considerato l’ispiratore delle rivolte e delle rivoluzioni cosiddette “colorate” (da quella del movimento Otpor contro Milosevic, nel 1999, alle successive, in Georgia, Ucraina, Tahilandia, sino alle più recenti nel Maghreb), da parte di chi le condivide. Nel male, perché secondo altri queste rivoluzioni non sono solo un tentativo di destabilizzazione per imporre l’egemonia USA, con supporto CIA e di altri organismi creati appositamente.

Ora sono stati pubblicati due lavori secondari, che riassumono molto brevemente le tesi di Sharp (Come abbattere un regime. Manuale di liberazione nonviolenta, Chiarelettere, Milano 2011; e Liberatevi, Add, Torino 2011).

Il manuale era già disponibile in varie lingue, da una decina di anni, scaricabile gratuitamente dal sito dell’Albert Einstein Institute (http://www.aeinstein.org/organizations98ce.html), ma non ancora in italiano. Il secondo è un breve riassunto, che rinvia ad altri testi.

Sin dai suoi primi lavori, Gene Sharp ha dichiarato, pur essendo uno studioso e ammiratore del pensiero e dell’opera di Gandhi, di voler proporre un approccio pragmatico alla nonviolenza. Così come è meglio “contare le teste che tagliarle”, in democrazia, egli sostiene che è meglio lottare con i metodi della nonviolenza piuttosto che con quelli violenti. Aldo Capitini direbbe, forse: “una aggiunta alla democrazia”. Questo atteggiamento aveva suscitato già in passato numerose discussioni (si veda per esempio, Brian Martin, “Gene Sharp’s Theory of Power”, Journal of Peace Research, vol. 26, no. 2, 1989, pp. 213-22, http://www.uow.edu.au/~bmartin/pubs/89jpr.html ) e Sharp stesso aveva accennato alla possibilità che le tecniche e il metodo della nonviolenza potessero essere usate anche dalle controparti politiche. Questo non solo sembra essere avvenuto nel corso delle rivoluzioni “colorate”, ma le accuse che circolano sono più pesanti, sebbene siano state confutate da Sharp e da molti altri studiosi (da Noam Chomsky a Stephen Zunes. Per una analisi relativa alle rivolte arabe, si veda invece: Emanuela C. Del Re, “Il gelsomino nel pugno: il modello Otpor nelle rivolte arabe, Limes, n. 3, 2011, pp. 247-263).

I due lavori segnalati più sopra sono comunque utili per accostarsi al pensiero di Sharp e per poi approfondirlo, come suggerisce l’autore, nell’opera più completa. Merita osservare, per chi ha sollevato critiche aspre, probabilmente senza aver letto attentamente i testi, che Sharp dichiara di non essere certo lui in grado di guidare eventuali rivolte. Mette inoltre ripetutamente in guardia gli organizzatori dall’ accettare degli aiuti esterni, che condizionerebbero l’operato del gruppo di protesta.

Sarà necessario ritornare ad analizzare questa tematica, in modo più ampio, ma è bene segnalare sin d’ora il lavoro svolto da Antonino Drago in un’opera in cui egli analizza in modo sistematico “Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo. I fatti e le interpretazioni” (Edizioni Nuova Cultura, Roma 2010), a partire da una ricerca svolta da Stephan, Marie J. ed Erica Chenoweth.  ”Why Civil Resistance Works:  The Strategic Logic of Nonviolent Conflict.”  International Security 33.1 (Summer 2008): 7-44. (http://belfercenter.ksg.harvard.edu/publication/18407/why_civil_resistance_works.html) Secondo gli autori, nel periodo dal 1900 al 2006, il 53% delle lotte nonviolente sono state efficaci, contro il 26% di quelle violente.

Sebbene la nonviolenza gandhiana si proponga obiettivi più ambiziosi della mera efficacia momentanea, è comunque importante conoscere le dinamiche sociali che stanno alla base delle lotte nonviolente, se non si vuole fallire sia sui mezzi sia sui fini.

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