Nonviolenza: negativa e positiva – Johan Galtung

Si fa un gran parlare di nonviolenza di questi tempi. Politici e giornalisti si fanno seri a proposito del potere che ha avuto un ruolo chiave nella fine del colonialismo (India) e della guerra fredda (Danzica, Lipsia); non citata da Obama nel suo discorso del 2009 per il premio Nobel per la pace. Non sarebbe diventato presidente senza la nonviolenza dei, diciamo, Freedom Riders [i] contro la brutalità anglo-sassone nel Sud degli USA. Ma c’è nonviolenza e nonviolenza, come per quasi ogni cosa, e importa la differenza in teoria e in pratica.

Entrambe sono forme di potere. La nonviolenza negativa cerca di fermare la violenza diretta o strutturale dell’altro versante, mentre quella positiva cerca di far sì che l’avversario cominci a diventare più pacifico. Pertanto, la nonviolenza negativa richiede atti d’omissione – niente più violenza – e la nonviolenza positiva invita a compiere atti per la pace.

La nonviolenza negativa comprende tutte le forme d’azione contro, meno la violenza fisica, come la non-cooperazione, la disobbedienza civile, infrangere certe norme di legge, dichiarare e praticare l’autonomia. E la nonviolenza positiva comprende la catarsi del passato mediante la conciliazione, del presente attraverso la mediazione di pericolosi conflitti, e la costruzione di un futuro mediante un’equa partecipazione a progetti positivi. Le due forme non si escludono tra loro; un Gandhi, un Martin Luther King le hanno praticate entrambe.

Ovviamente le due forme hanno in comune l’astensione dalla violenza fisica diretta. Ma laddove la nonviolenza negativa include la violenza di “gesti irriverenti; “ossessionare” i funzionari; schernire i funzionari” [ii], quella positiva insiste sul discorso e sul pensiero nonviolento; aldilà della capacità psicologica di molti: come si può essere contemporaneamente contro di loro e per loro? Riuscendo a vederne gli aspetti ambigui.

Ci sono tuttavia differenze più profonde di natura filosofica.

S’immagini uno stato che usa la violenza – esterna, cioè guerra, o interna, cioè guerra “civile”.  Ci sono cinque modi diversi di reagire. Il primo è rispondere allo stesso modo entrando in guerra, con tre risultati: vince A, vince B, stallo (tregua, armistizio, per preparare o meno rinnovate ostilità). Secondo: guerriglia o terrorismo, continuazione della guerra con mezzi meno formali. Terzo: negoziati, continuazione della guerra con mezzi verbali. Che hanno tutti in comune un vincitore, un vinto, lo stallo.

E questo vale anche per il quarto modo, la nonviolenza negativa.

Si fa di tutto per lasciare ai poteri in atto una sola opzione: la capitolazione; che sia in esilio, in tribunale, o venendo fatti fuori. Ridurre lo spazio sociale a un solo punto è violenza, seppure in guisa di nonviolenza. E dietro di ciò è in agguato l’idea della controparte come intrinsecamente malvagia, da interdire; non umana.

Arriva, come quinto modo, Gandhi (e il “Gandhi della Frontiera” [iii]). L’altro lato non è malvagio, ma il conflitto lo è. Non lotta, non coercizione, ma dialogo, per convertire.  Arne Næss ed io abbiamo identificato le norme gandhiane per la nonviolenza negativa e positiva, nel seguente modo [iv]:

 

N12 Delimita bene il conflitto!

N121 Definisci i tuoi fini chiaramente!

N122 Cerca di capire i fini del tuo avversario!

N123 Metti in evidenza i fini comuni e compatibili!

N13 Adotta un approccio positivo al conflitto!

N132 Considera il conflitto come occasione per incontrare l’avversario!

N133 Considera il conflitto come occasione per trasformare la società!

N134 Considera il conflitto come occasione per trasformare te stesso!

N25 Non polarizzare il conflitto!

N251 Distingui tra antagonismo e antagonista!

N252 Distingui tra persona e ruolo sociale!

N253 Mantieni il contatto!

N254 Immedesimati nella posizione del tuo avversario!

N255 Sii flessibile nel delimitare le parti in causa e le loro posizioni!

N31 Risolvi i conflitti!

N311 Non continuare la lotta conflittuale per sempre!

N312 Cerca sempre il negoziato con l’avversario!

N313 Cerca di ottenere trasformazioni sociali positive!

N314 Cerca di trasformare te stesso e l’avversario!

N35 Conversione, non coercizione!

N351 Cerca sempre soluzioni che siano accettabili a te stesso e all’avversario!

N352 Non forzare mai l’avversario!

N353 Converti l’avversario in un sostenitore della causa!

La nonviolenza gandhiana copre aspetti negativi e positivi. L’auto-immolazione (Tunisia), proteste e dimostrazioni massicce, in movimento o meno (Tahrir), ne fanno parte; ma vedere l’avversario come qualcuno semplicemente da togliere di mezzo, spontaneamente o meno, non è gandhiano.  L’approccio gandhiano mira a togliere di mezzo l’autocrazia e la cleptocrazia a favore di un governo della gente, un’economia per la gente convertendo l’autocrate-cleptocrate, non obbligandolo.  La disponibilità al dialogo è quasi incorporata nel termine “gandhiano”. Quando si respingono offerte di dialogo da un Gheddafi, un Assad, da parte di un’opposizione che esige un cambiamento di regime/di persona, è in atto un’analisi poco rigorosa del conflitto; che sa di una cultura profonda sempre pronta a emettere certificati di male.

L’ eliminazione di un capo demonizzato è considerata una vittoria, e in effetti lo è secondo la logica violenta. Ma la vittoria gandhiana richiede di arrivare, col dialogo, a un risultato accettabile, senza confondere le questioni in gioco con le persone. Un autocrate ne sa parecchio di potere, non solo per se stesso, e un cleptocrate ne sa parecchio di ricchezza, non solo per se stesso. Li si metta al lavoro per una soluzione. Se sono stati commessi crimini, dovrebbe prevalere la potestà della legge; ma scambiare la clemenza per una contrizione, ove possibile, potrebbe essere anche più saggio.

Liberarsi dell’autocrate e/o cleptocrate può anche creare martiri e indurire i loro sostenitori. Un vuoto in alto può essere riempito da persone altrettanto violente, anche dal versante nonviolento.  E una nuova costituzione può cambiare le istituzioni, non le strutture; come avviene con le strutture imperiali che torturano il mondo arabo-musulmano.

Così come si dovrebbero mantenere gli aspetti positivi di Gheddafi e del gheddafismo e di Assad e dell’assadismo, lo stesso vale anche per Saddam Hussein e bin Laden. Ucciderli non è un surrogato della comprensione di qualcosa a cui non si è prestato attenzione. La nonviolenza negativa è indispensabile, ma come la violenza mette a tacere la voce contraria. La nonviolenza positiva non teme mai il dialogo e la comprensione reciproca. Le si usino entrambe, mano nella mano.

NOTE:

[i].  Vedi l’eccellente contributo di uno di essi, Bernard Lafayette Jr., “The Freedom Riders”, IHT, 21-22 maggio 2011.

[ii].  Numeri 30-32 di 198 Weapons of Transformation distribuito da Anwar Fazal ([email protected]), di Gene Sharp, The Politics of Nonviolent Action [La politica dell’azione nonviolenta, 3 voll. EGA, Torino 1985-1997]. Gene Sharp merita credito per il suo lavoro straordinario per rendere note tali tecniche, ma si tratta di nonviolenza?

[iii].  V. Michael Shank, “Islam’s Nonviolent Tradition; History is replete with peaceful role models like the Frontier Gandhi of colonial India”, The Nation, 16 maggio 2011. Si chiamava Abdul Ghaffar Khan; io stesso lo incontrai: un gigante. Per una eccellente recensione di libri sulla nonviolenza – anche se avrebbe potuto esser resa più chiara la distinzione fra negativa e positiva – si veda Brian Urquhart, “Revolution Without Violence”, NYRB, 10 marzo 2011 – specificamente sul libro di Adam Roberts e Timothy Garton Ash, Civil Resistance and Power Politics: The Experience of Nonviolent Action from Gandhi to the Present, Oxford University Press, Oxford 2011: http://www.nybooks.com/articles/archives/2011/mar/10/revolution-without-violence/

[iv]. L’elenco di 55 norme si trova nella seconda e terza pagina di copertina di Johan Galtung, A Theory of Conflict [, TRANSCEND University Press, 2010 (www.transcend.org/tup); un terzo di esse sono discusse nel testo. (La traduzione italiana completa, commentata, di queste norme si trova in: Johan Galtung, Gandhi oggi, EGA, Torino 1987, pp. 120-121, ndt.)

 

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