Il vecchio e il bambino – Recensione di Cristina Falchero

I. Hatkoff, C. Hatkoff, P. Kahumbu, Tre quintali d’affetto. La vera storia di un’incredibile amicizia, A. Mondadori, Milano 2007, p. 36

La foto in copertina non può non incuriosirci. Sfogliamo rapidamente le pagine e le foto all’interno non possono che stupirci ancora di più: qualcosa non torna, è uno spettacolo veramente insolito. Si tratta di immagini che ritraggono due animali sempre insieme, sempre accanto, in atteggiamento anche palesemente affettuoso.

Sono Owen e Mzee, un mammifero e un rettile – ecco cosa c’è di strano –, un ippopotamo e una testuggine gigante. Due animali così diversi sono intenti a mangiare, riposare, nuotare, spostarsi. E lo fanno sempre insieme. Addirittura si scambiano delle effusioni.

Owen e Mzee manifestano affetto? Provano davvero quei sentimenti di tenerezza e amicizia che paiono trasparire dalle foto del libro? Come sono diventati così “amici” (se possiamo azzardarci a usare questo termine) un mammifero e un rettile? Sono domande a cui ognuno può provare a rispondere dopo aver letto questa affascinante storia. Ma sono anche domande che forse non troveranno una chiara risposta.

Per una volta, allora, mettiamo da parte la razionalità e le spiegazioni scientifiche, immergiamoci in questa vicenda e proviamo a credere in ciò che vediamo senza per forza doverlo spiegare con prove inconfutabili. Magari finiremo per trarne un valido insegnamento.

É il 26 dicembre 2004, uno tsunami semina morte e devastazione sulle rive dell’Oceano Indiano. Il giorno seguente un cucciolo di ippopotamo, unico supersite del suo branco, viene salvato, non senza difficoltà, dalle acque del mare di fronte al Kenya. Trasportato in una riserva per animali presso Malindi, Owen (dal nome del suo salvatore) si aggrappa alla sua unica speranza di vita: una testuggine di 130 anni già presente nel parco, molto solitaria e schiva. Non ci è dato sapere se l’ippopotamo abbia scambiato il grosso rettile per un suo simile, oppure se si sia reso conto che l’animale era ben diverso. Ciò che sappiamo è che un cucciolo come Owen necessita della madre fino a circa 4 anni di vita. Rimasto completamente solo, spinto forse dall’istinto di sopravvivenza, il piccolo inizia a seguire Mzee ovunque. L’aspetto sorprendente di questa vicenda è che, dopo una iniziale insofferenza, il solitario Mzee non solo accetta la presenza del nuovo arrivato, ma ne ricambia le attenzioni seguendolo a sua volta. I due diventano inseparabili e l’insolito comportamento richiama visitatori da tutto il mondo. Cosa “prova” Mzee nei confronti di Owen? Si tratta pur sempre di una testuggine, animale non avvezzo a cure parentali, né tanto meno a manifestazioni d’affetto come capita nei mammiferi. Nessuno sa spiegare questa amicizia. Ma non esistono forse molte altre cose che non siamo in grado di spiegare?

La lettura di questo libro ci dovrebbe illuminare su qualcosa di davvero importante: non avvertiamo forse i due protagonisti molto vicini a noi? Ai nostri atteggiamenti e comportamenti, alle emozioni che proviamo nei momenti di crisi e di solitudine, nostri e di chi ci è vicino? Tutto questo non è sufficiente a dimostrare quanto l’uomo sia parte della natura e del regno animale?

Allora non chiediamoci il perché di questo speciale rapporto. Non scandagliamolo ricorrendo a scienza, biologia o etologia. Fermiamoci per una volta all’apparenza, a ciò che è documentato nel libro. Quel che conta di più è che, in un momento difficile, nella vita di Owen si è fatta sentire una “spinta” verso Mzee, per lui unica ancora di salvezza. Pensiamo semplicemente che è successo ed è possibile: due animali hanno oltrepassato non solo la barriera dell’età, con i loro più di cento anni di differenza, ma anche quella delle classi a cui appartengono (rettili e mammiferi) e, sotto la spinta della vita, hanno superato la loro stessa natura, solitaria quella di Mzee e aggressiva quella di Owen. Entrambi hanno provato delle emozioni, dei sentimenti, dell’affetto. Qualcosa che si può definire “amicizia”? O forse qualcosa che va oltre?

Non tutto si può spiegare, ma possiamo provare a “sentire” quanto Owen e Mzee abbiano in sé qualcosa di noi stessi, quanto si rivelino per noi uno specchio in cui guardare con attenzione e con immancabile stupore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *