Vandana Shiva, Semi del Suicidio – Recensione di Dario Cambiano

Vandana Shiva, Semi del Suicidio. I costi umani dell’ingegneria genetica in agricoltura, a cura di Laura Corradi, Odradek Edizioni, Roma 2009, pp. 200, € 20,00

Si può, per cercare il bene, devastare la cultura, la tradizione e in ultimo le vite di un’intera nazione? Semplice, come è semplice la superficialità, la banalità del male, che incurante di cosa succede intorno, di conseguenze ed effetti collaterali, persegue stolidamente il proprio obiettivo (di solito, anche questo, banalmente ripetitivo: il profitto)

L’India, fin dai primi anni ’60, vara un imponente progetto per migliorare la produttività del proprio sistema agricolo. È la Prima Rivoluzione Verde. Nel giro di una ventina d’anni, selezionando sementi, ibridandole, l’India arriva all’autonomia alimentare, non senza un prezzo elevato in termini di inquinamento del terreno, perché le nuove più efficienti sementi, gestite dal governo, richiedono alte dosi di fertilizzanti chimici e di antiparassitari. Ma il sistema agricolo resta di tipo tradizionale, a conduzione familiare: i contadini in India sono circa 650 milioni.

In pochi anni però la situazione evolve in senso capitalistico: arriva la chimica internazionale, si commerciano semi modificati geneticamente: in pochi anni l’India si mette nelle mani di colossi privati della biotecnologia e lascia che questi diffondano, a pagamento naturalmente, i propri semi ibridati.

Prendete un contadino che ha fame e che è al limite, ogni anno, della sussistenza economica, fategli vedere fotografie di campi rigogliosi, di messi abbondanti. Fategli comprare i vostri semi ogm, garantendogli raccolti strepitosi. Poi ditegli che dovrà però anche comprare i vostri fertilizzanti chimici. E i vostri diserbanti, a cui la pianta ibridata non sarà sensibile.

Il contadino, felice di impegnarsi in una prospettiva di sviluppo e di miglioramento del proprio status sociale si indebiterà, cercherà soldi per pagare sementi e fertilizzanti e diserbanti.

Ma al tempo del raccolto, la realtà non corrisponderà alle fotografie che gli avevano mostrato. Il raccolto sarà normale. Ma i suoi debiti saranno cresciuti. E non potrà seminare parte del raccolto perché chi gli ha venduto i semi dice che quelli sono semi suoi, che c’è il copyright, i diritti, parole straniere in una economia basata da sempre sullo scambio, sulla rigenerazione delle sementi.

Così, in pochi anni, in India si sono suicidati, incapaci di far fronte ai debiti, e nella speranza che il loro gesto disperato almeno alleviasse le loro famiglie dall’onta e dalla forca debitoria, quasi duecentomila contadini.

La banalità del male. Quelli là (la Monsanto, tanto per far nomi) volevano solo migliorare i raccolti…

Ma questa è solo la punta dell’iceberg. La Monsanto e le altre aziende del settore, sostenuti di fatto da regole internazionali, usano gratuitamente sementi tradizionali, appartenenti di diritto ai popoli, li modificano geneticamente e a questo punto li brevettano e li tutelano, tanto che ai contadini è vietato conservare i semi nati da piante Ogm per ripiantarli (c’è proprio una polizia apposita per questi controlli).

Immaginate di comprare un cd, e poi di trovarvi in casa un poliziotto che controlli che voi lo sentiate una volta sola… succederà, se non si ferma l’espansione della legge sul copyright.

Ma torniamo alla punta dell’iceberg. Perché il progetto che si cela dietro le colture Ogm è il cambiamento radicale della società agricola: non solo perché le sementi Ogm soffocano e cancellano l’originalità degli altri semi, ma perché una coltivazione che possa arrivare al profitto economico deve necessariamente essere di tipo estensivo. E incurante delle conseguenze ambientali di un simile tipo di coltivazioni: impoverimento del gterreno, aumento dell’uso di fertilizzanti chimici, sconvolgimento dell’ecosistema, rischi patologici per gli uomini

Vandana Shiva denuncia con forza questa nuovo genocidio “industriale”e il costante depauperamento del patrimonio genetico indiano. Ci offre per fortuna anche la prospettiva incoraggiante dell’attività di Navdanya, l’organizzazione da lei fondata: Navdanya, i nove semi sacri che garantiscono la vita, agisce per la tutela e lo scambio tra i villaggi di sementi coltivabili con metodi biologici. Un piccolo seme di speranza, tra i mille semi del suicidio.

Nota a margine: grazie Odradek edizioni per questa importante pubblicazione. Ma il libro costa 20 euro, se ne potevano ben investire un paio di biglietti da cento per far rileggere il libro da un correttore di bozze… A volte tanta incuria non solo diventa snervante, ma fa nascere il sospetto che la pubblicazione sia men che ufficiale, un po’ “alternativa” e quindi non completamente credibile. E’ importante, quando si denunciano fatti così terribili.

La scheda del libro sul sito dell’editore:
http://www.odradek.it/Schedelibri/SemidelSuicidio.html

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