… e infine, che cosa avremmo fatto nell’ultimo incontro? A proposito del quarto incontro Leggere Gandhi a Torino – Cinzia Picchioni

… e infine, che cosa avremmo fatto nell’ultimo incontro?
A proposito del quarto incontro Leggere Gandhi a Torino
Centro Studi Sereno Regis, mercoledì 10 giugno 2009

Beh, in realtà ci sarebbe stata anche la serata del 6 maggio, ma io ero in Umbria per un viaggio organizzato da tempo nella mia terra di origine. E comunque per quella volta avevo trovato interessante la p. 57, dove si legge «Seguire la moralità è ottenere il dominio sulla nostra mente e sulle nostre passioni […]. L’uomo avverte che la sua mente è un uccello irrequieto; più ha più vuole, rimanendo sempre insoddisfatto». Lo yoga ci offre innumerevoli posizioni che imitano uccelli, ma sono per lo più molto difficili da eseguire. A parte una, l’aquila, postura di equilibrio.

Poi, a p. 58, leggiamo qualcosa che interessa particolarmente lo yoga (che – lo ricordiamo – è una scienza eminentemente pratica, esperienziale): […] stabilirono saggiamente che si dovesse fare solo quel lavoro che potevamo eseguire con le nostre mani e piedi». E allora avremmo sperimentato alcuni gesti – mudra in sanscrito – che si eseguono con le mani e che rimandano a simboli, significati, elementi (terra, acqua, fuoco, aria, etere).
Infine, a p. 59 avevo trovato la frase fondamentale che ci racconta il senso del libro di Gandhi e del suo titolo: «È Swaraj quando impariamo ad autogovernarci», e anche tutto lo yoga mira all’autogoverno, all’autocontrollo, al dominio di sé, perciò avremmo sperimentato – con qualche tecnica di concentrazione (dharana) e qualche accenno alla meditazione (dhyana) – quanto poco siamo capaci di autogovernarci, quanto non riusciamo a stare neanche un minuto senza pensare,  a volte non riusciamo a stare neanche un minuto senza muoverci. Quando il corpo si ferma, la mente comincia a viaggiare a una doppia velocità (a volte anche tripla), mettendoci di fronte al fatto che non siamo noi a governare.

Dunque, è arrivato l’ultimo incontro, il quarto e questo è ciò che avevo preparato e che avremmo fatto se non fosse stato tardi, se non ci fossero state solo due persone …
Intanto ci saremmo trasferiti – con candele e tutto – nella stanza vicina alla cucina, dove c’è un divano e dove avremmo potuto – quando necessario – sdraiarci per terra, e soprattutto perché è una stanza più «intima». E poi avremmo iniziato a meditare (a volte basta ascoltare ad occhi chiusi) sulla p. 67 di Hind Swaraj, dove si può leggere «La forza dell’amore è la stessa cosa della forza dell’anima o della verità […]». Forse non tutti sanno che – insieme alle posizioni – nello yoga esistono alcune regole da seguire (d’altronde è una disciplina, se non lo si intraprende solo come una sorta di «ginnastica dolce»); 10 indicazioni di comportamento (yama e niyama), una delle quali è proprio verità, in sanscrito satya (satyagraha no?). Esistono molte traduzioni di satya,  ma
[…] Una delle traduzioni in italiano del termine satya che mi è piaciuta di più è stata: «Satya è dire ciò che si è sperimentato». […] Per chiarire meglio questo concetto c’è la definizione di Patanjali che trovo molto illuminante: «Il dire la verità significa che mente e discorso devono corrispondere all’oggetto». […] praticare yoga con sincerità è per esempio chiedersi il  vero motivo per cui lo stiamo facendo. Vanità? Cercare di essere «diversi»? Perché lo fa l’amica del cuore? Perché ci hanno detto che fa bene?[…] dovremmo farlo anche noi insegnanti ogni tanto: chiederci qual è la nostra motivazione profonda all’insegnamento e cercare di uniformarla il più possibile alle indicazioni che ci vengono da yama e niyama (condotta spirituale, non avidità, studio di sé, attenzione a Dio, austerità). [tratto da C. Picchioni, Le regole per la vita quotidiana (yama e niyama), Magnanelli, Torino 20072].

A p. 70 del libro di Gandhi leggiamo che «C’è solo bisogno di controllo della mente, e quando l’uomo lo raggiunge è libero come il re della foresta e il suo solo sguardo fulmina il nemico» e lo yoga ci presta una posizione per sperimentare lo stato di «re della foresta»: è denominata Leone ruggente (Simhasana), e l’avremmo praticata, restando sulle sedie; e per quanto riguarda il controllo della mente necessario per essere come il «re della foresta» avremmo praticato la cosiddetta «maschera», un sistema di deprivazione sensoriale per ascoltare la voce della mente.
Lo yoga racconta che se siamo capaci di stare immobili con il corpo potremo ascoltare la voce della mente, per poter rendere immobile anche quella, così da poter ascoltare la voce dell’anima, l’unica che ha veramente qualcosa di importante da dirci. L’anima ha una voce bassa e non riusciamo a sentirla, immersi come siamo nel rumore proveniente dal movimento – del corpo – e dalle molte parole della mente. Questi concetti sono anche ben spiegati a p. 71, in cui è racchiuso ciò che sta nei primi due «gradini» del cammino yogico, cioè yama e niyama, di cui abbiamo letto poco fa: «La mente che risiede in un corpo indebolito da una vita troppo comoda è anche debole, e dove non c’è forza di mente non c’è forza d’animo».
La pagina 71 di Hind Swaraj è particolarmente ricca di riferimenti allo yoga laddove troviamo: «[…]coloro che sfidano la morte sono liberi da ogni paura». Nello yoga troviamo una posizione simbolicamente molto utile al concetto di «sfidare la morte per non averne paura» ed è savasana, letteralmente «posizione del cadavere», in cui il corpo sta disteso, supino, con i piedi lasciati cadere all’infuori, le braccia abbandonate e gli occhi chiusi, proprio come un «corpo morto». Ci saremmo allora trasferiti sul pavimento – su una coperta o materassino –, magari qualcuno si sarebbe accomodato sul divano per sperimentare la posizione. Savasana è una posizione che viene usata per riposare, ma in realtà è una postura molto importante, una posizione di resa, di abbandono, di vulnerabilità, di accettazione, di apertura, di immobilità, di «lasciare che accada ciò che deve accadere». Non si finirebbe mai di parlare di parlare di savasana, per le molte implicazioni che contiene, e certo è meglio farla che parlarne.
Più avanti – sempre a p. 71 – troviamo indicazioni precise «[…] quanti vogliono divenire dei resistenti passivi […] devono osservare una perfetta castità, adottare la povertà, seguire la verità e coltivare il coraggio», indicazioni che sono contenute anche negli yama (nonviolenza, verità, onestà, castità, povertà). Mentre più avanti troviamo riferimento ai niyama (pulizia, accontentamento, disciplina, studio di se stessi, abbandono a Dio: «L’educazione religiosa, cioè morale, occuperà il 1° posto» e p. 79 «Non possiamo dire che qualcuno o qualcosa sia indispensabile eccetto Dio».
E per finire torniamo all’inizio, dove Lanza del Vasto, alle pp. 8-22 scrive:
La tradizione induista si riassume in 3 insegnamenti: non c’è che una verità: conoscere se stessi (Svadhyaya), chi conosce se stesso conosce gli altri, conosce il mondo, conosce Dio. Chi si ignora, ignora tutto. Non c’è che una potenza, una libertà, una giustizia: dominare se stessi (Dhara, Dhyana). Colui che si domina ha vinto il mondo. Non c’è che un bene: amare gli altri come se stessi, altrimenti detto «come se fossero se stesso». Tutto il resto è forma, illusione, vanità.
Allora, per ricordare ancora una volta che «tutto è illusione» avremmo recitato tre volte le
prime tre strofe di Shanti Path

Asato ma sadgamaya    \        Dall’irreale conducimi al reale
Tamaso ma jyotir gamaya        Dall’oscurità conducimi alla luce
Mrityor ma amritam gamaya        Dalla morte conducimi all’immortalità

E poi ci saremmo lasciati con una specie di «compito», traendo spunto ancora da Lanza del Vasto che a p. 15 scrive
Egli [Gandhi, NdR] fece […] una terza scoperta, sconvolgente e definitiva: il Vangelo. […] Prendete il Discorso della Montagna; prendetelo al rovescio: a ognuna delle sue verità, a ciascuno dei suoi precetti opponete una negazione o un’affermazione contraria e otterrete l’esatto ritratto della Civiltà Moderna di questo mondo, che, come per farsi beffe del cielo e porre un culmine alla blasfemità, si dice «cristiana».
Proviamo a farlo? Buona estate a tutte/i!

Cinzia Picchioni

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