Diego Cipriani dà l’addio ai volontari in servizio civile – Sara De Carli

19/06/2008
Domani il direttore dell’Ufficio nazionale per il servizio civile lascia l’incarico. E ai suoi ragazzi dice: «Grazie per la speranza che ci regalate»
Diego Cipriani dà l’addio all’Ufficio nazionale per il servizio civile, che dirige dal 4 agosto 2006. Domani incontrerà il personale dell’Ufficio e saluterà tutti i 43mila volontari in servizio civile e gli operatori degli oltre 2.700 enti impegnati. «Sarà una cosa molto informale, nessun discorso alla nazione. Però ci tengo a salutare le persone con cui ho condiviso questa bella esperienza».

Qual è il bialncio di questi quasi due anni?
Sostanzialmente positivo, è stato molto faticoso ma anche molto emozionante. Questa mia esperienza si è collocata temporalmente in un periodo particolare, perché di fatto da due anni a questa parte il servizio civile si trova in una empasse, con un calo di risorse che ovviamente ha causato anche un calo di volontari. In più c’erano tutta una serie di elementi da rivedere e revisionare, un lavoro che però la crisi di governo non ci ha permesso di portare a termine.

Qual è stata la difficoltà maggiore?
Trovare strade alternative a quelle burocratiche. Le faccio un esempio: i controlli, le verifiche, le ispezioni ci vogliono. Ma al di là degli aspetti formali e amministrativi, cosa possiamo fare? Cosa c’è di alternativo a questo? Questa parte in più, altrettanto importante di quella burocratica, deve essere secondo me ancora focalizzata e messa in cantiere.

Ha riscontrato anche una difficoltà a far capire ai giovani il messaggio su cui si fonda il servizio civile?
È più facile parlare ai giovani che agli adulti, e per adulti in questo caso intendo gli enti. Una delle difficoltà maggiori è stata ed è quella di far capire la differenza tra servizio civile e lavoro. Questa differenza la capiscono più i giovani che i responsabili degli enti, spesso abituati ad essere e a ragionare come datori di lavoro. La figura del volontario in servizio civile è certamente una figura atipica, che per comodità degli enti viene paragonata al lavoratore normale. I giovani sono molto più coscienti della differenza tra le due cose…

Cosa dirà ai suoi giovani?
Ho trovato tanti giovani veramente motivati e soddisfatti, è stata la parte più bella di questa esperienza, quello che mi ha più colpito. Io credo che questo sia un messaggio di speranza molto utile per noi adulti.

Chi sarà il suo successore?
Non ho idea, non l’ho chiesto.

Lei invece che farà?
Io torno in Caritas italiana, da dove vengo. Ma non so ancora con quali compiti, perché in due anni sono cambiate un po’ di cose…

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