Piccoli noi. Spiritualità a Torino | Cinzia Picchioni


A una settimana dall’ultima dell’edizione 2017 di Torino Spiritualità mi decido a scrivere qualcosa.

Ma non è male. Ho lasciato decantare le molte emozioni, le molte nozioni, le molte colazioni (anche a base delle ottime “nocciole n° 5 confettate” vendute pro Paideia).

Così proverò ad essere un po’ più obiettiva, invece di rispondere “non ho parole”, come ho fatto a chi mi ha chiesto “Cos’hai visto a Torino Spiritualità? È stato bello?”. In certi casi, tentando di rispondere, mi venivano i brividi, in altri addirittura le lacrime. Perciò di solito ho risposto: “Non ne posso parlare (nel senso che mi turba parlarne). Perché non c’eri anche tu?”

Tamburi e silenzio

Comincio dalla fine, l’ultimo spettacolo a cui ho assistito (al Teatro Gobetti, domenica 24 settembre 2017, alle 18,30): Fudendaiko, i tamburi del monastero di Fudenji. Uno spettacolo meraviglioso, emozionante, elegante, pulito e perfetto. Parole, letture, un video per vedere il monastero dal di dentro, suoni, costumi, presenza teatrale rara, sia dei suonatori, sia di chi leggeva, sia di chi parlava (la monaca di tradizione Zen Soto, rev. Elena Seishin Viviani, attuale guida spirituale dell’Enki Dojo di Torino). Nei loro costumi tradizionali e con sincronia perfetta i suonatori facevano vibrare i loro tamburi con una “forza” (sì, certo, anche fisica) interiore incredibile e movimenti armoniosi che denotavano un controllo del corpo non comune. Faccio l’insegnante di yoga da 30 anni e forse non sono molto obiettiva, ma ho percepito lo spettacolo come una sorta di meditazione. D’altra parte, nel programma avevo letto il “titolo”, oltremodo evocativo: “… e migliaia di Bodhisattva emersero dalle viscere della Terra” e queste altre parole, che mi hanno immediatamente convinta a comprare il biglietto subito, appena conclusa la Conferenza Stampa:

“L’O-Daiko, il grande tamburo, riproduce il battito del cuore, ampliandolo e interpretandolo con una vibrazione profonda che risuona già nell’aria nel gesto preparatorio, quasi una danza del musicista che si accinge alla percussione. [il tamburo] divenne parte integrante della cultura giapponese come strumento per comunicare con gli dèi. […] Nei monasteri buddisti segna il tempo e ritma la recitazione dei Sutra. Rappresenta la voce del Buddha che chiama i fedeli ad ascoltare il Dharma”.

Forse qualcuno non ha letto il Programma, perché si è seduto al suo posto e non ha fatto che controllare il suo telefonino ogni 10 minuti e/o accendere la luce del telefonino per vedere l’ora e/o fotografare e riprendere invece di rispettare gli artisti e ciò che stava avvenendo sul palco. A questo proposito vorrei ricordare anche agli organizzatori di Torino Spiritualità che da quest’anno (mi pare che già nel 2016 fosse così) sui programmi di sala di MI-TO c’è stampata questa frase (giacché non si può contare sull’educazione e sul buon senso degli spettatori…):

La direzione artistica del festival invita a non utilizzare in alcun modo gli smartphone  durante  il  concerto, nemmeno  se  posti  in  modalità aerea o silenziosa. L’accensione del display può infatti  disturbare gli altri ascoltatori. Grazie.

L’inevitabile Mancuso

E meno male che lo è, inevitabile, nel senso che Torino Spiritualità lo invita ogni anno, da anni. E ogni volta offre spunti nuovi, ogni volta mi fa piangere con certe sue parole e con la sua passione e i suoi pantaloni bianchi. Quest’anno ha accompagnato un amico – Ferruccio Parazzoli – durante un incontro al Teatro Gobetti (sabato 23 settembre 2017, alle 17), e quando a parlare era lui l’aria “cambiava”, letteralmente. Ma il massimo l’ha offerto durante la lectio al Teatro Carignano (lo stesso giorno, alle 21). Il suo intervento, intitolato – genialmente – con un verso della Bibbia: “Come un bimbo svezzato è l’anima mia”, ha portato tutti noi per mano verso domande da togliere il fiato: Come mi sento nella vita? Come stiamo in braccio alla vita/madre?

E una possibile risposta ce l’ha anche offerta, gratis (ascoltare Vito Mancuso a 5 euro è come gratis) cosicché ognuno potesse vedere se “ci stava” dentro a suo agio: la vita è come una madre di cui mi fido, tutto sommato, anche se non capisco tutto, anche se non so dove va…

Benedetto “passi”!

Sì, grazie all’Ufficio Stampa di Torino Spiritualità che mi ha concesso un lasciapassare, perché altrimenti questa volta non sarei riuscita ad ascoltare Leonardo Caffo. L’incontro precedente era per l’appunto quello di cui ho scritto più sopra – con Ferruccio Pirazzoli e Vito Mancuso – alle 17, al Gobetti. L’intervento di Leonardo Caffo era, lo stesso giorno, sabato 23 settembre, alle 18,30! Per fortuna si teneva alla Sala Gioco del Circolo dei Lettori, perciò mi sono scapicollata su via Po e poi in via Bogino… ma all’arrivo – forse era stata sottovalutata la fama di Caffo e/o l’interesse per l’argomento? – la sala era già stracolma (ben prima dell’inizio). Il “passi” al collo e la gentilezza di un addetto mi ha permesso di entrare e sedermi in uno dei posti “riservati”, ed ero perciò pure davanti!

Non mangio gli animali – nessun animale – dal lontano 1979, perciò sono molto interessata a tutto il discorso dello “specismo”. Leonardo Caffo si è dimostrato ancora una volta quello che avevo già avuto modo di apprezzare: simpatico, preparato, piacevolissimo da ascoltare e piuttosto “tranchant”, la sua caratteristica che preferisco.

Un po’ di “corpo” dopo tanta “mente”

Anzi, veramente il contrario: prima ho partecipato a una gita, anche “fisica” e poi al programma più “mentale”. La parte “mentale” c’era pure al Lago d’Orta, attorno al quale abbiamo camminato, e poi ci siamo inerpicati fino ad Ameno (davvero “ameno”, come aggettivo, compreso il meraviglioso sindaco), e poi abbiamo mangiato su un prato… e un comodo pullman ci ha portati là e riportati a Torino. Tutto bene. Soprattutto l’accompagnatore (anzi, gli accompagnatori, perché c’era un esperto escursionista che ci ha accolti all’arrivo ad Orta e ci ha condotti sani e salvi in mezzo ai boschi fino al paese di Ameno). Riccardo Carnovalini si chiama, e mi permetto di chiedere che ci sia anche nel prossimo programma. Le gite sono una grande idea, proprio per quello che ho scritto nel titolino. Bisogna nutrire la mente con le idee, senza dimenticare di farlo anche con il corpo, tramite cose “buone” (più che solo buone al palato, come le nocciole di Paideia) e un po’ di movimento (oltre a quello che si deve fare per trasferirsi da una sede all’altra degli eventi!  Menomale che c’è).

Se posso fare un appunto, consiglierei di scrivere i chilometri a piedi previsti per ciascuna gita. A volte le persone valutano le loro forze su quel dato. Se avessi saputo che questa gita prevedeva di camminare per oltre 10 chilometri forse non l’avrei comprata, perché non sono allenata (e infatti non ho partecipato all’ultima fase della gita). Forse l’aver “esternalizzato” l’organizzazione delle gite non è una buona idea? Forse il Circolo dei Lettori conosce meglio i suoi frequentatori? Ipotesi di riflessione.

La voce dal vivo

È quella di Gabriella Caramore la voce dal vivo cui mi riferisco. Dopo averla apprezzata molte volte per radio (soprattutto nella declamazione della meravigliosa “Ringraziare desidero” che non mi stanco di riascoltare), sono stata contenta di vederla e ascoltarla all’incontro di domenica 24 settembre, nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale (sempre rimpiangendo la “vecchia” location, scarna e vuota con i bellissimi arazzi di Torino Spiritualità). La Caramore parlava con Enzo Bianchi, sempre “fulminante”, tramite le proposte di Armando Bonaiuto. Il titolo era Perché hai tenuto queste cose nascoste ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli e anche in questo caso – come per Parazzoli con Mancuso – quando parlava Bianchi sembrava di assistere a un altro evento… cambiava proprio l’atmosfera.

L’argentin-iano

Nella stessa Aula Magna, ma il giorno prima, sono andata ad ascoltare Miguel Benasayag. Avevo già avuto modo di conoscerlo come autore, proprio al tempo dell’adolescenza di mio figlio, quando uscì il suo bel libro L’epoca delle passioni tristi, che mi era stato di conforto, oltreché molto utile.

Ancora una volta si è voluto occupare di “adultità” o mancata adultità, e ha voluto parlare in italiano. Il risultato è stato divertente in modo molto interessante: alcuni neologismi che mescolavano la nostra lingua con la sua stimolavano un’attenzione particolare proprio perché pronunciati in quel suo “nuovo” linguaggio che a volte ha rischiato di essere più chiaro nell’esprimere un concetto.

Frase koan che mi è rimasta impressa: “I barbari vedono in noi dei barbari”.

In chiesa 

Chi ha detto che le chiese sono vuote? Sia San Giuseppe sia San Filippo erano stra-colme, quando ci sono andata io; nella prima per ben due volte: una con Padre Maurizio Botta (La grandezza dei bambini, venerdì 22 settembre alle 21, ma hanno avvertito che, contrariamente a quanto riportato nel Programma, la conferenza sarebbe cominciata alle 21,30 e me ne sono andata, anche piuttosto “seccata”, poiché si scelgono gli eventi anche in base agli orari!); l’altra volta, sempre alla chiesa di San Giuseppe, la serata avrebbe trattato di un docu-film firmato Gualtiero Pierce, che conversava con don Ermis Segatti (che adoro). Dico “avrebbe” perché non si è riusciti a vederlo, il docu-film, per problemi tecnici. Così i due ospiti ne hanno parlato. Un bel progetto: 30 bambini filmati nel 2008 al loro “primo incontro con Dio” sono stati ri-contattati oggi, adolescenti, e il regista li ha filmati di nuovo, con le loro riflessioni sul medesimo tema. Mi riprometto di cercare e vedere il documentario. Ma che la chiesa di San Giuseppe sia un po’ sfortunata?

E siamo arrivati alla fine, cioè all’inizio: l’inaugurazione alla chiesa di San Filippo, per nulla sfortunata. La serata è stata perfetta: il relatore, Theodore Zeldin, con la sua faccia a metà tra Babbo Natale e Maestro Joda, ci ha condotti e invitati a conversare sorseggiando vermut. Ed è davvero successo così!

Molti volontari e volontarie a un cenno del filosofo hanno distribuito a tutti (e forse eravamo ben più degli 800 indicati come capienza) un “Menu di conversazione” (carinissimo anche graficamente) con delle domande, strutturate proprio come in una lista di cibi. La consegna era di mettersi a parlare con chi sedeva accanto a noi, purché sconosciuto. E così la chiesa si è immediatamente riempita di un vociare “assordante” (tra virgolette perché non dava alcun fastidio) e tutti parlavano con tutti, rispondendo a turno alle domande. Sì, ma che domande!!! Tra le Zuppe c’era la domanda: “Che genere di vita familiare sogni di avere?” o, nelle Insalate: “Quali sono i limiti della tua compassione?” o ancora, come Dessert: “Quali effetti morali, intellettuali, estetici e sociali ha il lavoro che svolgi, sugli altri e su di te?”. Gulp e stra-gulp, dico io… e dopo aver deglutito mi sono buttata a rispondere a domande anche molto intime con una perfetta sconosciuta, e lei ha fatto lo stesso con me. E così, domanda dopo domanda, a un certo punto dei veri, eleganti camerieri hanno cominciato a servirci – tutti noi – piccoli bicchieri di vermut (in effetti era l’ora dell’aperitivo).

Un vero capolavoro, cara équipe di Torino Spiritualità, in tutti i sensi (e non come modo di dire: udito (le parole di Zeldini e della mia “compagna di banco”), vista (la bellissima faccia di Zeldin e l’armonia di San Filippo), tatto (il cartoncino del menu, il legno delle panche su cui eravamo seduti), olfatto (il vermut, prima di berlo…) e gusto (mentre lo bevevamo).

La fine, l’inizio

Già perché la fine del mio contributo contiene i complimenti per l’inizio dell’ennesima avventura nella spiritualità di Torino. La Conferenza Stampa, lungi dall’essere una “noiosa” valanga di parole con i fotografi che imperversano impedendo di vedere chi parla, è stata una piacevole “anteprima” grazie alla geniale idea di proiettare le foto bambine dei relatori e delle relatrici. Bonaiuto scherzava chiedendoci di indovinare… è stato proprio bello vedere il viso bambino di “grandi” nomi. Fa bene al cuore pensare che tutti siamo stati dei bambini, che tutti abbiamo avuto una mamma che ci ha tenuto in braccio. È stato proprio bello. Una grande idea (che io credo abbia avuto Bonaiuto, che considero un autentico genio, come Antonella Parigi quando è arrivata col suo scolapasta, nell’edizione del “Gratis”. Ricordate? Io come se fosse adesso…).

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