Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie | Recensione di Angela Dogliotti

cop Marcella Filippa, Donne a Torino nel NovecentoMarcella Filippa, Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie, Edizioni del Capricorno, Torino 2017, pp. 160, € 9,90

Presentato in occasione dell’8 marzo e realizzato in collaborazione con la Fondazione Vera Nocentini, di cui Marcella Filippa è direttrice, il testo rappresenta uno sguardo inedito sulla Torino dell’ultimo secolo: una città vista attraverso le storie di tante donne, note e meno note, che con le loro attività e la loro vita ne sono state parte significativa .

Dalle suffragiste di inizio secolo, alle sartine, alle operaie della Manifattura Tabacchi, o a quelle impegnate nell’industria della Grande Guerra, fino alle donne della Resistenza e alle protagoniste delle lotte degli anni Sessanta e Settanta, per disegnare “una sorta di mappa esistenziale al femminile” che narra le storie di donne incontrate dall’autrice nel suo lavoro di storica.

Nella diversità dei ritratti e delle esperienze, mi pare si possa affermare che la cifra comune di tutte queste storie è quella della “resilienza”: tutte queste donne hanno dovuto sviluppare grandi capacità di resistere in contesti di difficoltà, personali e sociali, quando non in situazioni di guerra o di grave pericolo per la stessa sopravvivenza di sé e dei loro cari. Ma anche quelle più fortunate, che hanno operato in tempi di pace e relativo benessere, si sono trovate a fare talvolta scelte drammatiche sul piano personale; o a dover scegliere tra una vita vissuta pienamente e una vita di solitudine e rinunce, per mantener fede a una  identità femminile tenacemente perseguita.

In questa direzione è rintracciabile un filone che la stessa autrice definisce di “resistenza esistenziale”, che accomuna tante esperienze di vita di donne anche molto diverse tra loro per estrazione sociale, cultura, scelte politiche.

Per la mia  sensibilità a questo tema, è stato  per me di particolare interesse ritrovare qui raccolte alcune storie di opposizione e di resistenza civile di donne vissute durante la prima e la seconda guerra mondiale.

Tra queste, quella di Maria Giudice, una delle protagoniste dei moti di Torino dell’agosto 1917 per il pane e contro la guerra, che porta alla luce il ruolo delle donne in quel contesto, come ricorda P. Spriano, citato dall’autrice:

“[…] Le pesanti tanks si dirigevano verso il passaggio a livello, dove correva voce che si fosse rifatta la barricata. Improvvisamente, un nugolo di donne sbucarono dai portoni di tutte le case, ruppero i cordoni e tagliarono la strada ai carri blindati. Questi si fermarono un momento. Ma l’ordine era di andare ad ogni costo, azionando anche le mitragliatrici. I carri si misero in moto: allora le donne si slanciarono, disarmate, all’assalto, si aggrapparono alle pesanti ruote, tentarono di arrampicarsi alle mitragliatrici supplicando i soldati di buttare le armi. I soldati non spararono, i loro volti erano rigati di sudore e di lacrime. Le tanks avanzavano lentamente. Le donne non le abbandonavano. Le tanks alfine dovettero arrestarsi” (p.28).

Oppure i casi di pietas, di cura dei morti, come quello raccontato da Pierina, in relazione all’eccidio di Piazza xviii Dicembre: “Allora abbiamo organizzato per una domenica mattina e siamo andate al cimitero, ognuna aveva un mazzo di garofani rossi […] abbiamo fatto tutta la scala della croce grossa di garofani rossi dal primo gradino […] Basta! La roba che ha scatenato! […] Facevamo tutte queste piccole cose”

Stessa cosa faranno, anni dopo, in piena guerra, altre donne, di fronte all’uccisione di giovani partigiani o al funerale delle sorelle Libera e Vera Arduino, aderenti ai Gruppi di Difesa della Donna, violentate e uccise nel marzo 1943 al Parco della Pellerina: “Al funerale le donne avevano portato dei mazzi di fiori, che verranno lasciati a terra nel fuggi fuggi generale […]” (p. 35).

Tra le donne resistenti e resilienti Marcella Filippa colloca Elettra Bruno, “una donna che pratica il perdono e rifugge l’odio per tutta la sua esistenza, nonostante la vita le abbia strappato prematuramente il marito e un figlio. Dopo la guerra si dedicherà ai carcerati e agli ultimi, intrattenendo con essi costanti rapporti epistolari” (p. 58), e Marisa Sacco, che di sé scrive, ricordando la pelliccia di agnello bianco indossata durante i giorni della Liberazione: “Ero una nuvola, un angelo, io difendevo la vita degli altri, io senza armi, prima in una fila di compagni, con grandi ali bianche di pelle di agnello” (p. 62) e tutte quelle che, come scrive Anna Bravo:

“[…] si occupano di informazioni e collegamenti, di stampa e propaganda, preparano documenti falsi, predispongono rifugi per i partigiani feriti, trasportano carte, armi, munizioni, esplosivi. Attivano reti di assistenza e protezione negli ospedali, promuovono corsi clandestini di medicina d’urgenza” (citata a p. 63)

o quelle che sono protagoniste negli scioperi operai del marzo 1943, come Anna Anselmo. Scrivendo di lei l’autrice parla del “ruolo attivo svolto dalle donne in quegli anni: esse si oppongono agli interventi della forza pubblica per evitare l’arresto degli uomini o il ritiro degli esoneri […] che significa in molti casi la partenza per il fronte” (p. 66).

Un altro splendido esempio di resistenza esistenziale è quello di Anna Cherchi, che dice: “In me la voglia di vivere era più forte del male”, una forza interiore che le ha consentito di superare l’odissea della sua vita, tra maternage verso i soldati sbandati, Resistenza, imprigionamento e torture, deportazione a Ravensbruk …(pp. 66-67).

E, finita la guerra, dopo il voto del 2 giugno, le “deputatesse” elette in parlamento, sono presentate come donne “senza rossetto”, che spesso rinunciano alla loro parte più femminile e alla maternità o scelgono quest’ultima con coraggio e determinazione; come Teresa Mattei che, rimasta incinta nel 1947 in seguito alla relazione con un uomo sposato, decide di tenere il bambino: “Le ragazze madri in Parlamento non sono rappresentate, dunque le rappresento io” (p. 70). Delle ventuno donne elette, tre sono di Torino: Teresa Noce, Rita Montagnana, Angiola Milella.

Rinviando al libro per tutte le altre storie, voglio qui ricordare in chiusura una delle protagoniste della vita politica e culturale torinese, Ada Prospero Marchesini Gobetti a cui la Città di Torino ha dedicato una via con la seguente motivazione: “Insegnante, partecipò attivamente alla vita politica italiana. Fervente antifascista, fu eminente esponente della Resistenza. Alla Liberazione fu nominata vice sindaco nella giunta popolare che diede a Torino la prima amministrazione democratica dopo la dittatura fascista. Continuò poi la sua attività politica e fu inoltre collaboratrice di numeroso giornali e autrice di libri per bambini” (p. 71).

In questi ultimi anni Torino è profondamente cambiata, trasformata dalla de-industrializzazione, dalla crisi, dagli effetti perversi della globalizzazione liberista. Ma anche in questo contesto ci sono donne resilienti, che hanno affrontato le situazioni più difficili, chi insegnando ai figli degli immigrati nei quartieri periferici della città, come Saadia Souad Benkhdim, chi condividendo la vita di rom e sinti in via Germagnano, “nell’atteggiamento dell’ascolto e del servizio”, come suor Rita e suor Carla Viberti, sorelle nella vita e nell’Ordine di San Luigi Gonzaga.

Con loro Torino testimonia un modo di essere città di tutti, città di pace, accoglienza e integrazione.

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