Padre Pino Puglisi beato – Recensione di Cinzia Picchioni

cover_Vincenzo Bertolone, Padre Pino Puglisi beatoVincenzo Bertolone, Padre Pino Puglisi beato, San Paolo, Cinisello Balsamo 2013, pp. 207, € 9,90

Rosario Livatino, giovane magistrato assassinato dalla mafia, annotava nel suo diario: “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili” […] bisogna rimboccarsi le maniche facendo ciascuno la propria parte, perché, come ricordava don Pino Puglisi, “se ognuno fa qualcosa, insieme si può fare molto”, p. 11 della Prefazione.

Perché leggerlo

L’autore ci suggerisce di farlo perché la testimonianza di don Puglisi è preziosa, soprattutto “per quelle chiese che si confrontano quotidianamente con il problema delle organizzazioni criminali che cercano di occupare il territorio”, p. 9.

L’autore è il postulatore della Causa per la beatificazione di don Puglisi, e così ha avuto accesso a documenti, testimonianze, archivi sulla figura del sacerdote, e ce li mette a disposizione in questo libro, che non è, come potrebbe far pensare il titolo, un’altra biografia, ma molto di più.

L’autore stesso ci aiuta a capire che cosa il libro sia: “[…] una finestra sull’evoluzione storica del rapporto Chiesa-mafia non perché essa resti fine a se stessa, o per fare sfoggio di fatti e nozioni, bensì per individuare le prospettive future di un atteggiamento che non potrà mai più essere quello antecedente il 15 settembre 1993”, p. 15.

Nel giorno del compleanno

Come ricorderemo, era il 15 settembre 1993, giorno del 56esimo compleanno del sacerdote, quando lo uccisero. L’omicidio fu deciso dai fratelli Graviano perché don Puglisi era scomodo, e soprattutto sottraeva alle organizzazioni criminali locali manovalanza e potere. Già, perché con le sue attività proponeva un’alternativa ai bambini e ai ragazzi che altrimenti stavano per strada, e prima o poi diventavano “picciotti” o peggio per la mafia locale.

A proposito di “mafia”, nel libro troviamo che il termine potrebbe risalire a una parola araba – mahyas – che vuol dire spacconeria; ma poi troviamo anche la definizione completa del termine, tratta dall’Enciclopedia britannica, e un intero capitolo per conoscerla, il capitolo 2. Molte pagine sulla nascita, lo sviluppo, il perché e il percome della mafia – compreso chiedersi se sia il caso di fare un funerale cattolico ai mafiosi (p. 64). L’autore esamina il rapporto Chiesa-mafia anche nel capitolo 5, cercando di rispondere a chi chiede perché don Puglisi sia stato ucciso, e se con la sua uccisione si sia voluto colpire l’uomo o anche – e soprattutto – la fede di cui era testimone. Interessante il paragrafo Genesi di un martirio, a p. 135, con nomi e testimonianze su come si sia giunti alla decisione di uccidere il sacerdote di Brancaccio.

Boff, Camus, Bonheoffer, Gandhi, Gramsci 

“Puglisi fu ucciso perché sacerdote, uomo di fede, liberamente consapevole dell’eventualità di una morte violenta. Sembra che avesse riassunto in sé un pensiero di Albert Camus: “Ho capito che non era sufficiente denunciare l’ingiustizia, bisognava dare la vita per combatterla””, p. 145.

“Diceva delle virtù Leonardo Boff: “Somigliano alle stelle: noi non le raggiungeremo mai, […] ma esse orientano i naviganti e rendono incantevoli le nostre notti” […] Puglisi è la stella virtuosa sorta perché illumini il nostro cammino di cristiani”, p. 13.

Mesi fa mi fu regalato un libro, una collezione di pensieri di Antonio Gramsci dal titolo Odio gli indifferenti. Uno in particolare merita di essere qui ricordato: “Chiedo conto a ognuno del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto”. Parole che richiamano alla mente […] don Puglisi […] esempio vivente per questa disperata e tragica umanità, alla quale ha insegnato, per dirla con Dietrich Bonhoeffer, che “l’essenza dell’ottimismo è la forza di sperare quando gli altri si rassegnano”, p. 178.

La piovra mafiosa vive […] un delirio di onnipotenza. Proprio in quel mentre, arriva un parroco […] che parla di conversione e di perdono, sapendo che il perdono, come osservava il Mahatma Gandhi, “è la qualità del coraggioso, non del codardo”, p. 137.

Per-dono

Proprio al perdono è dedicato l’intero capitolo 6, per me il più bello dell’intero libro. Fin dal titolo, Giustizia nella mente nel cuore il perdono, si capisce l’intento dell’autore. Sulla scia di don Puglisi leggiamo della natura del perdono, leggiamo brani del Vecchio e Nuovo Testamento, leggiamo testimonianze di chi l’ha vissuta (o la sta vivendo) davvero la fatica del titolo di capitolo. Tra le altre, c’è una nota (la numero 147, di p. 201) che mi ha colpito moltissimo. Vi si narra di una giovane donna che sarebbe diventata pianista se non fosse stata arrestata dalla Gestapo e se un aguzzino non le avesse mutilato le mani. Non poté mai più suonare. Nel 1984 il suo aguzzino – malato di cancro – la cerca per chiederle di perdonarlo. E lei, invece della mano, gli offre direttamente un abbraccio accogliente, e finalmente i due parlano la medesima lingua (La storia di Maiti Girtanner, la donna che abbracciò il suo persecutore, “L’Osservatore Romano”, 20 dicembre 2012). Insieme a questo consiglio di lettura mi sento di segnalare – mi è venuto in mente subito, leggendo la vicenda di Maiti – un film che parla di perdono, anzi, direi che è la massima espressione del perdono che finora mi sia capitato di vedere in una pellicola: La donna che canta.

Solo tre parole…

… no, non “cuore, sole, amore”, ma ben più significative perché descrivono la vita e l’opera di don Puglisi: la Parola, le parole, i fatti. “La prima ha illuminato la sua esistenza, con le seconde ha formato le coscienze, mentre i fatti e il martirio hanno fatto della sua esistenza un capolavoro di libertà, di fede e di dignità”, p. 119.

… tre virtù…

Il capitolo 3 racconta soprattutto la storia della vita di don Puglisi, con “numerose testimonianze di chi percorse un tratto di strada insieme con lui negli anni della sua coraggiosa, disarmata e tenace vita ministeriale”, p. 85. Le testimonianze rivelano che il sacerdote esercitava eminentemente le virtù teologali (fede, speranza, amore verso Dio e verso il prossimo), le virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza, giustizia – verso Dio e gli uomini) e le virtù annesse (povertà, castità, umiltà, obbedienza). Scopriamo anche che il Vangelo di Luca era il preferito di don Puglisi perché “ci mostra la grande tenerezza di Dio per noi e l’accoglienza di Gesù per le donne, per esempio nell’episodio della peccatrice e in altri tratti”, p. 101. Scopriamo anche che il martedì sera, dopo cena, per chi voleva, c’era un incontro per gli adulti proprio su quel Vangelo che amava particolarmente perché “il Vangelo di Luca è soprattutto il Vangelo della gioia […], ivi.

… tre formazioni. Il “metodo Puglisi”

Una testimone diretta ci racconta poi dell’abitudine di don Puglisi di introdurre nelle omelie parole o detti in siciliano (lui era siciliano), cosicché risultava “vicino” alla gente, immediato nelle sue spiegazioni della parola di Dio. Per lo stesso motivo voleva tenere personalmente gli incontri con le catechiste e con i lettori. “[…] voleva che si partisse prima da una formazione umana, poi morale e infine spirituale. Lui credeva fortemente nell’uomo integrale, curando quindi tutte le dimensioni della persona”, p. 102.

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