Il complesso militar-petroliero – di Nick Turse

Il complesso militar-petroliero
Nick Turse
Titolo originale: The Military-Petroleum Complex, March 24, 2008
http://www.fpif.org/fpiftxt/5097
Tratto dal libro di Nick Turse The Complex: How the Military Invades Our Everyday Lives Metropolitan Books, 2008.

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi SerenoRegis

Nel novembre 2002, prima dell’invasione dell’Iraq, l’allora ministro della difesa [USA] Donald Rumsfeld disse a Steve Kroft della CBS che le minacce rumorose USA verso l’Iraq avevano “nulla, letteralmente nulla, a che fare con il petrolio”. Nel 2003 Rumsfeld definì “pura assurdità” l’affermazione che gli Stati Uniti avessero invaso l’Iraq per accedere al suo petrolio (“Non andiamo certo in giro con le nostre forze armate a cercare di arraffare risorse altrui, il loro petrolio. Non è davvero qualcosa che gli Stati Uniti facciano”). Nel 2005, parlando alle truppe a Fallujah, ribadì il concetto: “Gli Stati Uniti, come voi ben sapete meglio di altri, non sono venuti in Iraq per il petrolio”. Decisi dinieghi, dunque, ma sinceri?

Il capo di Rumsfeld – uno che ne sa qualcosetta di dipendenza – il presidente Gorge W. Bush, proclamò ai primi del 2006, che “l’America è drogata dal petrolio”. Mesi dopo, Bush fu quasi sincero a proposito dell’Iraq, ammettendo (seguendo una certa moda) secondo Peter Baker del Washington Post, che “la guerra è sul petrolio”. Per la prima volta usò il petrolio come giustificazione per continuare l’occupazione dell’Iraq, dicendo: ”Immaginatevi un mondo in cui questi estremisti e sovversivi acquisiscano il controllo delle risorse energetiche”. Tale ammissione non era tuttavia una gran rivelazione: dopo tutto, il petrolio non è solo un motore chiave dell’economia USA ma anche una fonte energetica fondamentale per la nazione. Da ex-petroliere (con Dick Cheney, ex capo del gigante dei servizi petroliferi Halliburton, come vice-presidente), Bush questo lo sapeva anche troppo bene; quindi un’invasione di un paese chiave del Medio Oriente petrolifero coronata da un’occupazione dove, inizialmente, fu permesso ai predatori di saccheggiare quasi tutto del capitale irakeno, salvo il Ministero del Petrolio.
Ma i militari di Rumsfeld sono stati più che solo un occupante armato inviato a sequestrare le terre petrolifere del pianeta: erano anche noti drogati di petrolio. Nel libro Blood and Oil, Michael Klare ha esposto i fatti poco conosciuti riguardo all’ossessione petroliera del Pentagono:
L’apparato militare USA si basa più di qualunque altro su navi, aeroplani, elicotteri e corazzati – tutti mossi a petrolio – per trasportare truppe in battaglia e riversare armi sui propri nemici. Benché il Pentagono possa vantarsi del suo uso sempre più sofisticato di computer e altri aggeggi hi-tech, le apparecchiature da combattimento che formano tuttora la propria spina dorsale dipendono interamente dal petrolio; senza un’abbondante e affidabile fornitura del quale il ministero della Difesa (Department of Defense, DoD) non potrebbe inviare rapidamente le proprie forze in zone operative remote né mantenervele rifornite una volta giunte sul posto.
E le destinazioni dei recenti schieramenti di combattimento stabilitedal DoD- Afghanistan e Iraq – hanno succhiato quantità massicce di petrolio. Secondo Fuel Line, la newsletter ufficiale della direzione forniture carburanti del Pentagono (DESC, Defense Energy Support Center, Centro Supporto Energia per la Difesa), dall’1 ottobre 2001 al 9 agosto 2004, il DESC ha fornito 1.897.272.714 galloni [circa 7,2 miliardi di litri] di solo carburante per aerei per operazioni militari in Afghanistan. Analogamente, in meno di un anno e mezzo, dal 19 marzo 2003 al 9 agosto 2004, il DESC ha fornito alle forze armate USA 1.109.795.046 galloni [circa 4,3 miliardi di litri] di carburante per aerei per operazioni in Iraq. Nel 2005 Lana Hampton della Agenzia Logistica Difesa del DoD rivelò che i vari mezzi militari in Afghanistan Iraq e altrove ingoiavano da 10 a 11 milioni di barili di combustibile al mese. Eppure, mentre il Pentagono, secondo quanto riferito, brucia niente meno che 365.000 barili di petrolio al giorno (l’equivalente dell’intero consumo nazionale della Svezia), Sahbet Karbuz, esperto di mercati petroliferi globali, ritiene che in realtà tale cifra sia più prossima a 500.000 barili.
Con tale consumo sfrenato le recenti guerre USA sono state una benedizione per i grossi petrolieri e il Pentagono è così passato da drogato irrecuperabile a superdrogato. Prima della guerra globale al terrorismo di Gorge Bush, l’apparato militare USA ammetteva di consumare 4.62 miliardi di galloni [circa 17,9 miliardi di l] di petrolio all’anno. Con le guerre e occupazioni post-11 settembre il consumo annuo è cresciuto alla quasi incredibile cifra di 5,46 miliardi di galloni [circa 21 miliardi di litri] secondo le statistiche probabilmente riduttive del Pentagono.
Come conseguenza, il Pentagono ha nel suo listino paga alcuni dei maggiori fornitori di petrolio e dirigenti del mondo delle multinazionali. Soltanto nel 2005, ha pagato più di 1.5 miliardi di dollari alla BPspa – società già nota come Anglo-Iranian Oil Company (Società Petrolifera. Anglo-Iraniana, per conto della quale la CIA e la sua controparte britannica rovesciarono il governo iraniano nel lontano 1953) e poi British Petroleum. Sempre nel 2005, il Pentagono ha pagato più di 1 miliardo di dollari alla N. V. Koninklijke Nederlandsche Petroleum Maatschappij – nota anche come Royal Dutch Petroleum Company, e ancor più come Shell per il suo marchio sui carburanti- e oltre 1 miliardo di dollari al gigante ExxonMobil.
Nella graduatoria 2005 stilata dalla rivista Forbes sulle 500 maggiori aziende mondiali in termini di ricavi, ExxonMobil, Royal Dutch Petroleum Company e British Petroleum figuravano rispettivamente al sesto, settimo e ottavo posto. L’anno seguente, esse balzarono al primo, terzo e quarto posto rispettivamente. Esse si trovavano inoltre al 29°, 30° e 31° posto nell’elenco 2006 dei principali fornitori del DoD, rastrellando insieme oltre 3.5 miliardi di dollari. Tuttavia, questi tre giganti del petrolio sono solo la punta di un enorme iceberg petroliero. Nella lista del Pentagono del 2006 comparivano anche i seguenti conglomerati nell’ambito del petrolio, dell’energia e dei servizi connessi:

Graduatoria Nome azienda              Ricavo totale dal DoD (in $)
6                 Halliburton                   6,059,726,743
34               Kuwait Petroleum         1,011,270,194
45               Valero Energy                  661,171,541
55               Refinery Ass. of Texas    576,557,185
66               Abu Dhabi National Oil   494,286,000
70               Bahrain Petroleum           477,535,378
83               CS Caltex                        356,313,452
94               Tesoro Petroleum            310,564,052

E’ quasi impossibile catalogare tutte le aziende con almeno qualche legame con il giro del petrolio che facciano affari con il DoD, ma se i nomi più ovvi ne sono un’indicazione, l’apparato militare sta facendo affluire petrolio da una notevole varietà di luoghi. Per esempio, nel solo 2005 l’elenco fornitori comprendeva 145 nomi (da A&M Oil a Wyandotte Tribal petroleum).

Queste 145 aziende – peraltro lungi dall’esaurire la lista fornitori dell’intero settore energetico del DoD -; ricevevano nel 2005 oltre 8 miliardi di dollari dalle tasse pagate dai contribuenti. In paragone, questa cifra era superiore a quanto fu pagato nello stesso anno ai pilastri delle forniture militari, aziende come Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, General Electric, e la Bechtel Corporation messe insieme. Ossia oltre 2.7 miliardi di dollari in più di quanto speso sempre quell’anno per bombe, granate, missili guidati, lanciamissili, aerei senza pilota, ogni sorta di esplosivi, tutte le armi da tiro, razzi, lanciarazzi ed elicotteri.

Nel 2005, l’allora ministro della difesa Rumsfeld emise un memorandum che esortava il personale DoD, senza dubbio a causa della propensione del suo apparato verso il consumo smodato di petrolio, a sviluppare piani per l’uso di fonti energetiche alternative e tecnologie di risparmio energetico. Come ha osservato l’esperto in tecnologie di difesa Noah Schachtman all’inizio del 2007, “benché il DoD potrebbe non badare all’ambiente” aveva tuttavia raggiunto i propri obiettivi verdi in anticipo rispetto al programma. Di conseguenza, ora il Pentagono si vanta di coscienza ambientalista, attirando l’attenzione al proprio impianto di generazione eolica alla basa navale di Guantanamo Bay a Cuba e al suo dilettarsi con un “carburante ibrido più pulito, più verde”. Il 24 marzo 2006 il servizio stampa delle forze americane presso il Pentagono pubblicò un articolo – “Le celle a idrogeno possono aiutare i militari a ridurre il consumo di benzina” – ipotizzando che tale tecnologia possa ridurre notevolmente in futuro la dipendenza militare “da carburanti per il trasporto derivati da idrocarburi”.

Quel giorno non è ancora in vista. Effettivamente, il 23 marzo 2006, il giorno prima che apparisse l’articolo, il Pentagono annunciò discretamente una serie di contratti ministeriali che dimostravano il grado di perdurante dipendenza patologica dal petrolio: uno da 241,265,176 $ con Valero Energy; uno da 171,409,329 $ con Shell Oil; contratti distinti da 156,616,405 e 23,923,354 $ con ConocoPhillips; per 124,152,364 $ con Refinery Associates of Texas; per 121,053,450 $ con Calumet Shreveport Fuels; per 118,374,201 $ in carburante per aerei con Gary-Williams Energy Corporation; per 75,094,613 $ con AGE Refining; per 43,994,360 $ con Tesoro Refining; e per 29,524,800 $ con Western Petroleum – tutti da concludersi entro il 30 aprile 2007.

A tutto ciò si aggiunga che, su richiesta di Rumsfeld, l’Ente di Protezione Ambientale (EPA) ha concesso al DoD un’ “esenzione di sicurezza nazionale” per i camion che non raggiungano i livelli normativi attuali sulle emissioni, che l’esercito ha cancellato i piani di introduzione di “humvee [autoblindo] diesel-ibridi” (il modello militare attuale fa solo 4 miglia al gallone [1,65 km/l] in città e altrettanto penose 8 miglia/gallone [3,3 km/l] su strada aperta); e che ha analogamente lasciato perdere programmi di riequipaggiamento con un motore diesel più efficiente per l’ingordo carro armato Abrams (che, in funzione attualmente in Iraq, fa meno di un miglio al gallone [400 m/l]), mentre l’aviazione ha sepolto i piani di eventuale sostituzione di motori in avanzata età di servizio di “velivoli di sorveglianza, trasporto e cisterna”; e appare un Pentagono evidentemente incapace di cambiare in un futuro prevedibile il suo modo d’agire reso vizioso dalla dipendenza petrolifera.

Nel frattempo, tutto come solito. Nel marzo 2007, il Pentagono, ora diretto dal Segretario della Difesa Robert Gates che è subentrato a Rumsfeld, s’imbarcò in una due giorni di proporzioni epiche, annunciando il 22 e 23 marzo di aver concordato un “prezzo fisso con aggiustamento economico” [variabile solo secondo indicatori macro-economici, ndt] per contratti da concludere entro il 30 aprile 2008, con ExxonMobil, Shell, ConocoPhillips, Valero, Refinery Associates of Texas, e 10 altri giganti petroliferi, per 4 miliardi di $. Un’altra sbornia petrolifera ha avuto luogo durante il ponte della festa del Lavoro 2007 [settembre]: in un round di 3 giorni il DoD concluse contratti per oltre 1.4 miliardi di $ con BP, Chevron, Tesoro, e altri quattro fornitori.

Il Pentagono ha bisogno di due cose per sopravvivere: guerra e petrolio. E non può fare la prima se non ha la seconda. Effettivamente, i suoi strumenti di distruzione di massa – bombardieri, caccia, carri armati, autoblindo e altri veicoli – bruciano il 75% del carburante consumato dal DoD. Per esempio, i bombardieri B-52 consumano 47.000 galloni [circa 182.000 l] a missione sull’Afghanistan. Ma non aspettiamoci che i mega-petrolieri, ma anche i medi, chiudano i rubinetti per la pace. Sono aziende sposate alla guerra proprio come il loro lealissimo capo-drogato. Dopo tutto, ogni volta che un caccia F-16 “pigia sui postbruciatori superando la barriera del suono” brucia 300$ di carburante al minuto, mentre ciascuna di quelle missioni dei B-52 vuol dire un esborso di 100.000$ prelevati dalle tasse.

Secondo il tenente generale in pensione Lawrence P. Farrell jr., presidente dell’Associazione Nazionale dell’Industria per la Difesa (“prima associazione industriale per la difesa in USA a promozione della sicurezza nazionale”) il Pentagono è “il maggior consumatore di carburanti petroliferi degli Stati Uniti”. In realtà, è il maggior consumatore di energia al mondo, secondo Schachtman. Il che, già di per sé, garantisce che il complesso militar-petroliero non andrà da nessuna parte tanto presto – giusto un po’ di argomenti per la riflessione la prossima volta che usciamo a fare il pieno da Shell, BP, Exxon, o Mobil.

Nick Turse, collaboratore di Foreign Policy In Focus, è co-editore e direttore delle ricerche presso Tomdispatch.com.

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