Accapigliandosi con l’oppressore

Accapigliandosi con l’oppressore. Intervista a Gilad Atzmon di Mary Rizzo – 16/07/2007. Fonte: tlaxcala

AUTORE: Mary RIZZO
Tradotto da Diego Traversa

Non è mai facile intervistare Gilad Atzmon, anche se è sempre interessante. E’ stimolante perché, quando si tratta di intervistarlo, c’è così tanto materiale che deve esser ridotto drasticamente per fare in modo che un’intervista occupi un’accettabile e ordinaria lunghezza che sia gradita al lettore comune.

E’ interessante perché lui è in grado di trattare con disinvoltura ed autorevolezza un’ampia gamma d’argomenti in un modo piacevole. Sebbene sia un assiduo partecipante sul blog Peacepalestine e ivi regolarmente pubblicato, l’ultima formale intervista che feci con lui risale ad Aprile 2005. Molte cose sono cambiate da allora, sia nell’ambito in cui Atzmon esprime giudizi, Israele-Palestina (e i movimenti attivisti che sono nati da tale questione), sia in quello della propria carriera.

Da allora, ha pubblicato un CD sotto uno pseudonimo, ha registrato insieme all’Orient House Ensemble un album di prossima uscita, ha composto musica da teatro e ha intrapreso un progetto multi-mediale.

Per quanto mi sarebbe piaciuto condividere quella parte della discussione, questa intervista non tratta gli aspetti artistici di Gilad Atzmon ma diffonde ulteriore luce sui suoi pensieri riguardo ai fatti che accadono nel mondo in cui viviamo.

Mary: A proposito di Israele-Palestina, sentiamo parlare da anni di soluzione dello stato unico, di quella a due stati, ora perfino di quella con tre stati. Che tipo di prospettiva vedi?

Gilad: Dovrebbe ormai essere evidente che qualsiasi discorso di soluzione può avere pertinenza molto limitata con la realtà sul terreno. Perciò, faremmo meglio a lasciarci tale questione alle spalle.

Mary: In più frangenti hai espresso l’opinione che il tuo interesse principale è sostenere la liberazione del popolo Palestinese. Al momento, la questione potrebbe diventare poco chiara per il pubblico che vede i Palestinesi dei due principali partiti del governo di unità nazionale coinvolti in scontri armati tra milizie. Come può qualcuno sostenere efficacemente un gruppo che è esso stesso diviso in fazioni?

Gilad: E’ vero che sembrano divisi e che da un bel po’ assistiamo a un’emergente crisi nella società Palestinese in generale. Tuttavia, mi è chiaro da tempo che questo stesso conflitto, questo frammentarismo, è qualcosa con cui non dovremmo interferire. Comunque sia, non è niente di nuovo. I Palestinesi sono divisi dalle circostanze create da uno Stato ebraico, la sua continua violazione dei diritti umani e i suoi modi da genocidio.

Mary: Quindi la divisione tra Palestinesi è qualcosa che dobbiamo guardare come una condizione più o meno consueta e radicata?

Gilad: E’ sintomatica delle società oppresse e la violazione Israeliana dei diritti umani sta senza dubbio oltrepassando tutto quello che può esserci familiare. Comunque, prima dobbiamo distinguere dove sono queste divisioni.

Ci sono tre questioni separate, distinte e opposte fra loro.

Abbiamo i Palestinesi che possiedono cittadinanza israeliana e lottano per l’uguaglianza dei diritti. Ma poi, non appena esprimono le loro richieste totalmente legittime, vengono chiamati traditori e devono correre via lontano dagli israeliani, come nel caso dell’ adorabile deputato alla Knesset Azmi Bishara.

La seconda questione si forma nei Territori Occupati, con i Palestinesi affamati a Gaza e quelli della Cisgiordania che se la passano leggermente meglio e che reclamano la fine dell’occupazione. E’ ciò che tutti loro chiedono, ed è solo negli ultimi tempi che vediamo dall’esterno che i Palestinesi, nei Territori Occupati, si sono largamente divisi non circa l’obbiettivo ma riguardo la tattica che deve essere utilizzata per ottenere il ritiro di Israele. Mentre Fatah è disposto a negoziare la sua via d’ uscita, i leader di Hamas credono in gran parte nel tenersi saldi, di non arrendere ai loro principi.

Il terzo problema è ovviamente quello dei Palestinesi della Diaspora, che chiedono di tornare nelle loro case e nelle loro terre. Molti di loro vivono in campi profughi e possiamo vedere quanto le loro condizioni di vita siano spesso disumane.

Tutte e tre le questioni includono richieste totalmente legittime, questo è ovvio. Tuttavia, ogni attivista occidentale solidale alla causa palestinese che provi ad offrire aiuto, incorre nel serio pericolo di appoggiare una causa a scapito delle altre due, sempre che sia consapevole della gravità della situazione delle altre.

Mentre si lotta per il diritto al ritorno, che indubbiamente è la colonna portante della causa palestinese, si può finire con l’accantonare l’urgenza della sempre più grave inedia a Gaza. Coloro che lottano contro l’occupazione e che sono determinati a rompere l’assedio, rischiano di ignorare i milioni di Palestinesi abbandonati nei campi profughi di tutto il Medio Oriente. Ovviamente, la maggioranza degli attivisti può scorgere verità ed urgenza nelle tre evidenti cause palestinesi. Però l’impegno su un fronte di solito porta all’abbandono degli altri due.

Ecco perché ho suggerito che si dirotti l’attenzione. Piuttosto che interferire con il dibattito interno tra palestinesi, dobbiamo diagnosticare la radice del problema. La mia posizione in materia è semplice e chiara. Dobbiamo restare in lotta contro i loro oppressori. E’ lo stato ebraico che ha creato e che mantiene i palestinesi in una condizione di sofferenza. E’ lo stato ebraico che usa le tattiche del dividi et impera. Sono le lobby a sostegno di Israele sparse nel mondo che dobbiamo affrontare seriamente. E’ Israele e le sue lobby straordinariamente potenti a Washington ed in Europa, piuttosto che gli scontri tra palestinesi, ad esser dietro alla miseria di Gaza. Le cose stanno così, c’è poco da discutere. Non puoi mettere fine all’oppressione se rifiuti di azzuffarti con l’oppressore.

Mary: Perciò, qual è il tuo ruolo? E’ possibile che tu non ti consideri più un attivista, e nemmeno un artista politico?

Gilad: Per quel che mi riguarda, sono impegnato nell’ indagine della complessità del mondo ebraico. Miro alla comprensione della nozione di fratellanza razziale ebraica. Voglio comprendere le relazioni tra stato ebraico e mondo ebraico, tra Israele e popolo ebraico, tra ebraicità e sionismo. Voglio scoprire se ci sia qualche reale differenza categorica tra i Sionisti e gli “Ebrei contro il sionismo” poiché per quel che posso constatare si tratta di attività entrambe orientate in modo razziale.

Mary: Dice che il mondo ebraico è direttamente implicato nell’ oppressione? Non sarebbe più diretto occuparsi esclusivamente di Israele e degli stati che lo sostengono? Tutti noi sappiamo che a volte i cittadini di uno stato non appoggiano pienamente i propri leader, e ciò vale a occidente come altrove. Perché Israele è diverso?

Gilad: Questa è proprio una serie di domande cruciali. La prima domanda da porsi è: che cosa è questa cosa chiamata “mondo ebraico”? E’ il mondo di tutti gli ebrei viventi? Esiste un mondo del genere? Esiste una simile entità collettiva? La risposta è NO, tuttavia è sintomatico dei politici ebrei etnici parlare in modo collettivo, se in nome dell’Olocausto o delle sue vittime. Come sappiamo, Sharon ci informò, dopo il massacro di Jenin, che fu fatto in nome degli ebrei. Aveva il mandato per dirlo? Non proprio. Poiché sembra che ci sia una serie piuttosto organizzata di corpi ebraici che sostengono lo stato ebraico in nome degli ebrei, e noi vediamo anche gruppuscoli molto meno organizzati che si oppongono a Israele in nome degli ebrei. Queste due identità opposte non ci dicono niente del mondo ebraico quanto piuttosto della tendenza politica ebraica a parlare in nome del popolo ebraico. Questa probabilmente è una delle manifestazioni di amministrazione politica ebraica all’interno di un ambiente liberal-democratico.

Non sarei in grado di assicurarti che Moshe Cohen, dal distretto di Golders Green di Londra, sostenga l’oppressione israeliana, pur tuttavia posso dirti categoricamente che l’oppressione israeliana è portata avanti nell’interesse di Moshe Cohen. Ciò ci lascia in una situazione molto complessa. Ora, supponiamo che il signor Cohen non sia d’accordo con Israele. Allora, egli può provare a reagire politicamente come ebreo, potrebbe facilmente urlare “non nel mio nome ebraico”, ma ciò significherebbe biasimare tutti i suoi fratelli per il sostegno a Israele. Ciò sarebbe un avallo in realtà della pretesa israeliana di agire in nome degli ebrei. Il ministro degli esteri israeliano sarebbe in grado di affermare, dopo il prossimo massacro, che questo venne fatto in nome dell’ebraismo mondiale, ad eccezione del sig. Cohen da Golders Green. Alternativamente, Cohen può anche urlare “non nei NOSTRI nomi ebraici”, ma poi egli sarebbe colpevole, tanto quanto lo è Israele, di dare per scontata una collettività intellettuale, etica ed ideologica ebraica. Quindi, credo che siano rimaste solo due possibilità ad un ebreo di opporsi politicamente a Israele, o agire come un comune essere umano piuttosto che come un eletto, o, in alternativa, opporsi allo stato ebraico in nome dei valori ebraici e ciò implicherebbe suggerire un’interpretazione umanista dell’ebraismo. Questo è ciò che gli Ebrei della Torah (Neturei Karta) riescono a fare con un certo grado di successo.

Comunque, credo che, poiché Israele insiste nel considerarsi stato ebraico, siamo autorizzati ad affrontarlo come tale. Ritengo che, se c’è una lezione che si può trarre dall’Olocausto, questa sia il devastante impatto del razzismo e del razzismo politico. Lo dobbiamo combattere. A quanto pare in occidente non esiste un solo movimento politico esclusivista da un punto di vista razziale, eccetto quelli ebraici, sia che si parli di sionismo o di ebrei contro il sionismo. Dobbiamo resistere contro qualsiasi tipo di formula razziale che tende a segregare.

Mary: Ma se un gruppo attivista è organizzato per razza, e qui potremmo impelagarci in una discussione a proposito del fatto se l’ebraicità equivalga o meno ad una razza oppure a qualche altra cosa, ciò non significa che esso sia razzista, giusto? Questo renderebbe tutti i gruppi, che si organizzano per conto della loro gruppo etnico, delle entità razziste. Seguendo la tua logica, la NAACP, gruppo per i diritti civili che rappresenta i neri americani, riceverebbe questa stessa etichetta.

Gilad: Frammentiamo la risposta in due parti. La prima domanda è se gli ebrei costituiscano una razza. La risposta è NO, tuttavia l’attivismo politico ebraico è per definizione orientato da un punto di vista razziale. Alquanto bizzarramente, può essere che Israele sia più aperto all’idea che gli ebrei costituiscano più razze di quanto non lo siano gli ebrei socialisti di Londra che celebrano la loro cultura Yiddish ma che possono avere molto meno in comune con un ebreo socialista iracheno.

La seconda domanda è leggermente più complessa. Un’attività di liberazione, orientata razzialmente, è necessariamente una causa razzista? Direi che non si dovrebbe mai trasferire il giudizio sugli oppressi. Comunque, per quanto ne so, non un solo movimento di liberazione e per i diritti civili ha impedito ad altre identità etniche o razziali di entrare a farne parte. Sappiamo di molti Americani bianchi (molti dei quali ebrei) che presero parte al movimento per i diritti civili. Sappiamo di ebrei che furono attivi nell’OLP nel corso degli anni. Tuttavia, non mi risulta che molti Gentili che si unirono al Bund.

Mary: Tornando alla parte iniziale della nostra discussione, la tua linea è quella di non schierarsi mai se il dibattito o lo scontro coinvolge solo Palestinesi?

Gilad: Riconoscendo l’ingiustizia storica contro il popolo palestinese ed osservando la crescente barbarie israeliana, mi è chiaro quale sia il mio dovere morale. Semplicemente, sostengo il popolo palestinese e le sue svariate scelte anche nel caso in cui queste siano contraddittorie. Piuttosto che provare ad adattare la lotta palestinese ad una decadente filosofia proletaria del 19° secolo, io mi adeguo al suo appello. Io considero davvero la Palestina e i palestinesi come l’avanguardia e la prima linea della battaglia contro il male moderno.

Mary: Che sarebbe?

Gilad: Ovviamente il Sionismo e l’attuale colonialismo anglo-americano di stampo sionista.

Mary: Quindi non classifichi Abbas o Dahlan come traditori della loro gente, opportunisti o addirittura politicamente fuorvianti? Ti guardi dal criticarli?

Gilad: Ho visto gente nel nostro schieramento a cui capita di esprimere sentenze su Abbas per le sue recenti mosse e posso capirne l’origine. Posso capire la frustrazione. A me stesso capita di arrabbiarmi piuttosto spesso, tuttavia sono l’ultimo a giudicare qualsiasi azione palestinese. Il mio compito, o meglio, il nostro compito è comprendere i differenti modi di pensare tra coloro che vivono sotto occupazione da quattro decenni, che sono espropriati da sessant’anni, che sono esposti alla più brutale interpretazione della nozione della concezione laica di supremazia ebraica.

Il mio compito è quello di spargere luce sulla situazione, di capire le motivazioni delle varie azioni, di dare spiegazioni, di permettere che ci sia razionalità. Sono qui a ricordare a chiunque voglia ascoltare che Hamas fu eletto democraticamente nell’Autorità Palestinese dalla gran parte dei Palestinesi, e ciò significa sia la Cisgiordania che Gaza. Sono qui per ricordare al mio pubblico occidentale che non è mai esistito un sogno palestinese per la soluzione dei due stati: la CNN sta ancora parlando dell’infranto sogno palestinese dei due stati. Sono qui per ricordare ai miei ascoltatori occidentali che Shalom non vuol dire pace ed infatti a malapena esiste una qualche voce a favore della pace all’interno del mondo ebraico.

Mary: Ti sentiresti di dire che gli Israeliani cominciano a capire che la soluzione del conflitto possa essere fuori portata?

Gilad: Gli Israeliani si aspettano davvero il loro giorno del giudizio, adesso sono circondati da una resistenza totale. Israele arriva a rendersi conto della sua fugacità e l’inestimabile intervista di Avraham Burg con Ari Shavit lo rivela. Ovviamente, non c’è più spazio per parlare di soluzioni, il conflitto evolverà verso un singolo stato palestinese. Ed io ne sono parecchio compiaciuto.

Mary: Torneremo alle implicazioni del pensiero di Burg tra pochi minuti, ma tu adesso stai affermando che, per come la sta mettendo la CNN, i Palestinesi non hanno mai desiderato uno stato Palestinese accanto ad uno Israeliano, sebbene l’OLP avesse sostenuto quest’ idea.

Gilad: Prima di tutto, qui dobbiamo essere precisi. Ciò a cui la CNN si riferisce è un sogno di uno stato palestinese unificato nelle terre oltre il confine Israeliano del 1967, tuttavia, l’osservazione di una mappa rivela che non esiste uno stato del genere, per quel che possiamo constatare, ci sono Gaza e la Cisgiordania con un enorme ghetto ebraico nel mezzo. Questo non è uno stato unificato. Per di più, la soluzione dei due stati non è mai stata un sogno dei palestinesi e mai lo sarà. Fu forse una possibile visione di un modo di ottenere qualcosa e null’altro di più. E come molti di noi hanno previsto da più di dieci anni, non funzionerebbe mai poiché rigetta la causa palestinese.

Mary: Suppongo che adesso, con la formazione di un governo “tecnico” guidato da Fatah, molti attivisti si sentano sollevati che lo strangolamento economico adottato contro parti di ciò che sarebbe la futura Palestina stia venendo tolto attraverso lo scongelamento di alcuni fondi. Ma, similarmente, sono contenti che Hamas si trovi fuori del quadro ufficiale, che i loro moniti sul fatto che Hamas fosse al governo si siano realizzati. Forse alcuni pensano di salvare il salvabile e di lasciare che le cose a Gaza accadano quale che sia il corso che possono prendere. La Cisgiordania per la “Palestina” e Gaza per “Hamas”.

Gilad: E’ alquanto ovvio che a molti attivisti per la solidarietà palestinese venga fatto di associarsi con al-Fatah, con Abbas e con il suo governo d’emergenza. Viviamo in un mondo che una volta era libero. Ritengo che la gente dovrebbe seguire il proprio cuore. Tuttavia, penso che il sostegno alla Palestina equivalga a rispettare le scelte del popolo palestinese. Ciò implica complimentarsi con Hamas e la gente di Gaza per la loro sprezzante fermezza nelle loro convinzioni. Hamas alla fine ha dovuto prendere posizione con la forza. A pensarci, è stupefacente. Non sono sorpreso che Tony Blair, a suo tempo un criminale di guerra e adesso un inviato di pace, abbia applicato sanzioni contro Hamas, ma poi, faremmo meglio a chiederci, che cosa si è fatto per supportare la legittima scelta del popolo Palestinese ?

Mary: Allora ritieni che in questo momento si trovino nell’occhio del ciclone oppure pensi che la divisione prenderà pieghe addirittura più tragiche?

Gilad: Voglio credere che la guerra civile a Gaza sia finita.

Mary: Mica era una guerra civile, essa può venire classificata come una delle tante operazioni militari o para-militari preventive che tanto in voga sono oggi in Medio-Oriente. Hamas ha preso il controllo della situazione prima di un colpo di mano da parte di Fatah, che temevano fosse nell’aria.

Gilad: Ma dobbiamo guardare al quadro generale. Dobbiamo ricordarci che Hamas vinse le elezioni sia a Gaza che in Cisgiordania. Parlando in termini pratici, l’attuale governo d’emergenza a Ramallah è in realtà quello coinvolto in un’operazione che sta sgombrando a forza un governo eletto. Lo fanno con il sostegno dell’occidente e di Israele. L’attuale governo d’emergenza opererà grazie all’appoggio d’Israele e delle sue forze di occupazione. A lungo andare, questa potrebbe essere la fine per Fatah, una piattaforma laica che aveva guidato le istanze palestinesi per molti anni. E’ una vera vergogna.

Mary: Chiaramente, tu vuoi combattere Israele visto che rappresenta la causa della sofferenza patita da così tanta gente. Per un po’ è sembrato che in giro non ci fossero sforzi concreti a combattere Israele ma recentemente si è formato un crescente movimento per trasformare un qualche tipo di boicottaggio contro Israele in un mezzo di protesta. Pensi che tale strumento possa tornare utile ed efficace per cambiare le cose ?

Gilad: Il boicottaggio è un argomento veramente complesso. Ragioniamo di disinvestimento e boicottaggio da anni. A suo tempo, ho sostenuto qualsiasi forma di boicottaggio in Israele, dei suoi prodotti e della sua cultura.

Nel boicottaggio ci sono aspetti che sono ovviamente bene accetti. Ad esempio, il fatto che i sindacati britannici stiano resistendo contro il male sionista è un importante cambiamento verso la giusta direzione. Il boicottaggio è sicuramente una pessima notizia per Israele e ciò rappresenta una magnifica notizia in sé per sè. Ieri sono andato alla lettura in versi, in realtà un adattamento teatrale, del mio ultimo libro. L’impresario è ebreo, ed ad un certo punto, mentre stavamo discutendo del significato della rappresentazione, lui si è alzato e ha detto: “Vedi, avevamo uno stato ebraico ed ora, sessant’anni dopo, è un posto così orribile che adesso è stato boicottato. E questo serve a farci domandare, a che punto è andato a rotoli?”

Questo è l’impatto più positivo del boicottaggio. Fa riflettere le persone.

Ciononostante, ho alcune serie riserve che vorrei menzionare.

Punto primo, ci vedo una tremenda differenza tra mettere al bando un avocado e un libro. Approverei qualunque forma di limitazione finanziaria contro Israele e gli organismi che lo sostengono, tuttavia credo fermamente nella libertà di pensiero e mi oppongo a qualsiasi tipo di Maccartismo o di censura intellettuale. Quindi, l’interferire con la libertà accademica non è esattamente qualcosa che posso patrocinare ciecamente. Diversamente da alcuni dei miei più illuminati amici, sono contrario ai roghi di libri o a coloro che si ergono a guardiani del pensiero (gatekeeping). Dico di più, voglio realmente sentire cos’ hanno da dire gli Israeliani ed i sionisti. Voglio leggere i loro libri. Voglio confrontarmi con i loro studiosi. Se la giustizia è dalla nostra parte, dovremmo essere in grado di affrontarli.

Mary: Certamente, loro non smetteranno di scrivere o proporre le loro idee, e, in realtà, nel processo potrebbero divenire ancor più reazionari.

Gilad: In realtà, non credo che essi possano diventare più reazionari di così. Il secondo punto è: per imporre un boicottaggio serve impiegare un boicottatore. Quando si tratta di un’interdizione accademica, mi aspetterei che l’inquisitore incaricato sia un erudito molto stimato. Questo ovviamente non è il nostro caso. La ragione è semplice. Come naturalmente accade, gli intellettuali principali sono impegnati nell’erudizione piuttosto che nell’attività operaia, proletaria e politico-sindacale. A quanto pare, non sono i cervelli più in vista della vita accademica britannica e del pensiero etico a capeggiare il boicottaggio. Di fatto è il contrario, il boicottaggio è guidato da alcuni studiosi secondari che hanno molto poco da dire circa l’etica e ancor meno a proposito del conflitto specifico. Questo fatto è in realtà svelato ripetutamente dai dibattiti televisivi. Il movimento anti-sionista in Gran Bretagna deve ancora trovare l’appropriata e convincente risposta da dare agli Dershowitz di questo mondo.

Terza questione, quando si tratta di questione solidale palestinese, posso identificare due modi di discussione: quella sul piano etico e quella sul piano politico. Quella etica è ovviamente evocata da una naturale reazione umanista all’infinito profluvio di immagini della criminale attività israeliana. Il discorso politico, d’altro canto, è parecchio autonomo e distaccato dal conflitto. Ha molto a che vedere con il mantenimento di alcuni particolari socialisti decadenti di vecchio stampo all’interno dell’evanescente dibattito progressista occidentale. Ha molto poco a che fare con la Palestina e le transizioni nella lotta palestinese. Per parlare dell’attuale boicottaggio, sfortunatamente operiamo all’interno di un metodo politico piuttosto che di uno etico. Dico sfortunatamente perché la realtà palestinese non è un fatto isolato né nella storia né nella regione. Se gli accademici si fossero orientati eticamente, dovrebbero chiedersi che cosa hanno fatto essi stessi, i loro sindacati e le loro università per porre fine al massacro in corso in Iraq. Cosa fanno per opporsi al governo britannico che è impegnato in crimini non diversi da quelli commessi da Israele? Cosa stanno facendo adesso gli studiosi britannici per impedire al loro sistema di valori di crollare totalmente? Sono rattristato e provo vergogna nel dire che, quanto a terrorismo di stato, Blair ed Olmert sono pressapoco alla pari. E se ciò non è abbastanza, nemmeno Gordon Brown è molto promettente. Ciononostante, gli accademici britannici si aspettano che gli Israeliani facciano qualcosa che sono incapaci di fare.

Comunque sia, come ho detto prima, sono a favore di ogni forma di restrizione verso Israele, i suoi settori finanziari, anche se, agendo politicamente e tralasciando un dibattito etico, in realtà stiamo perdendo terreno nei confronti degli Israeliani e delle loro lobby.

Ancor più importante: se decidiamo di prediligere un boicottaggio accademico, se optiamo per bruciare libri o zittire il pensiero altrui, allora voglio veramente sapere: perché ci limitiamo agli studiosi o agli istituti Israeliani? Non dovremmo in realtà bandire ogni possibile contatto con qualsiasi sionista, persona o istituto che appoggia apertamente l’idea di uno stato razzista? Come certamente capirai, a differenza del Sud Africa, il sionismo, che è il fulcro ideologico di Israele, è un movimento globale.

Non dovremmo anche mettere al bando ogni forma di attività orientata su base razziale? Non dovremmo ostacolare l’accademico nonché attivista calunniatore David Hirsh e le sue schiere orientate razzialmente e poi preseguire anche con i Socialisti ebrei (essendo loro un gruppo progressista orientato su base razziale)?

Fino a quale punto possiamo tracciare una linea di confine? Non conosco le risposte, tuttavia credo che il modo migliore a tal proposito sia il sostegno incondizionato alla libertà di pensiero, sia che si tratti di David Irving sia di David Hirsh e persino di Tony Greenstein.

Mary: Va bene, quindi tu dai pieno appoggio a qualunque genere di strumento che metta pressione e tolga via il tappeto economico da sotto i piedi di Israele, ma tu mostri alcune riserve circa il boicottaggio accademico contro le università israeliane a causa della sua natura che limita la libertà accademica.

Gilad: Addirittura, arriverei a chiamarla proprio libertà intellettuale. Adoro veramente la diversità. Imporre un unico racconto è in se stesso un approccio di stampo talmudico e a questo io mi devo opporre. Essendo educato come filosofo continentale, so bene che i fautori delle idee più illuminanti a cavallo tra fine ‘800 ed il periodo antecedente alla seconda guerra mondiale non erano esattamente dei progressisti. Come dire, Heidegger era stato nazista, almeno per un certo periodo, e, a quanto pare, sia Levinas che Leo Strauss furono coraggiosi abbastanza da ammettere che l’uomo può essere il più grande pensatore del nostro millennio.

Mary: Bene, in un modo o nell’altro ci saranno sempre individui che esprimono i loro pensieri, e, nel caso d’Israele, essi potrebbero addirittura cercare un’occupazione all’estero, pertanto qui non sembra che sia a rischio la libertà intellettuale. Tuttavia, se si dovesse attuare un boicottaggio delle università israeliane, la libertà accademica in Israele non sarebbe un piccolo prezzo da pagare nel caso in cui il boicottaggio si riveli uno strumento efficace per contrastare le pratiche israeliane? Non continua ad esserci un sacco di ricerca e sviluppo che danneggia i Palestinesi e non sarebbe anche il caso di toglierne i fondi?

Gilad: Forse, non lo so, questo è il motivo per cui non mi sono espresso al riguardo. Non conosco le risposte e non provo nemmeno a cercarle. Non sono né un politico né un attivista, non tocca a me dire “qual è il nostro prossimo obiettivo?” Io condivido le mie preoccupazioni con quelli tra noi che sono disposti e capaci di pensare liberamente. Comunque, se vai in cerca di una mia ultima parola sui boicottaggi e altre rivoluzionarie iniziative progressiste, allora adotterei la posizione di Ben-Gurion in materia: “Non è veramente importante quello che alcuni sindacati britannici dicono, ciò che conta davvero è ciò che i Palestinesi fanno!” Sono molto più interessato nella combattività di Hamas.

Mary: In materia di libertà accademica, Norman Finkelstein si è visto negare la cattedra presso la sua università, probabilmente per ragioni politiche, e questo potrebbe essere un argomento contro la commistione tra politica e cultura. Qual è la tua opinione al riguardo?

Gilad: Perché dici “probabilmente”? Si tratta certamente di ragioni politiche. Più di una volta ho elogiato Finkelstein ed il suo lavoro a favore dei palestinesi. Credo veramente che il suo contributo sia effettivamente inestimabile. Addirittura direi che la solidarietà palestinese assumerebbe tutto un altro aspetto senza di lui. Cerco di tenermi aggiornato su Finkelstein e di leggere qualunque cosa pubblichi. Nella maggior parte dei casi, convengo totalmente con lui mentre in alcuni il mio disaccordo è alquanto marginale.

Comunque, ho delle critiche secondarie da muovere più sul suo atteggiamento che non sul suo lavoro di accademico. Se il suo lavoro possiede tanto valore accademico quanto noi pensiamo che abbia, allora la sua storia personale può non essere pertinente alla validità dei suoi ragionamenti. Certo, non ho mica intenzione di dire a Finkelstein cosa fare o dire. Finkelstein, come chiunque altro, ha la facoltà di sostenere: “Ho il diritto di parlar chiaro e tondo perché sono figlio di sopravvissuti”, ma dobbiamo accettare che esiste un rovescio della medaglia. In parole povere, si esclude quelli che sono stati fortunati abbastanza da non essere i figli e figlie di sopravvissuti all’Olocausto ebraico.

Analogamente, due mesi fa ho visto Ilan Pappe, che altamente reputo il pilastro della resistenza accademica al sionismo, presentare la sua discussione sulla soluzione dello stato unico. Cominciò il suo ragionamento dicendo: “Come figlio di sopravvissuti tedeschi all’Olocausto?” . Di nuovo, Pappe, che considero una voce molto importante, erroneamente e più probabilmente in modo inconscio ha escluso chiunque non poteva essere una vittima dell’Olocausto. Sono più che sicuro che sia Finkelstein sia Pappe non intendano escludere nessuno, credo soltanto che loro dovrebbero stare piuttosto attenti ed evitare di usare argomentazioni simili. Sono totalmente convinto che i loro argomenti siano forti abbastanza anche senza coinvolgere le loro storie personali nella discussione.

Mary: Alcuni non la vedono così, lo giudicano come un modo per dare più impatto emotivo al messaggio, e quindi per rendere le persone più disponibili ad accettarlo. Le persone potrebbero pensare, “se i figli di sopravvissuti all’Olocausto stanno lottando contro Israele, allora va bene per tutti fare lo stesso”. Ciò potrebbe aprire una porta che in precedenza era considerata chiusa.

Gilad: Lo approvo in pieno. Non rigetto il valore emotivo, così come l’impatto di una storia personale, ma ritengo che, visto che il crimine è tanto lampante, sia tempo di iniziare il discorso e accogliere qualunque forma di intervento etico ed intellettuale.

Ad ogni modo, stavamo parlando di discussioni accademiche. E penso che, almeno da un punto di vista accademico, una simile tattica sia controproducente. Supponiamo, seguendo la linea del ragionamento, che io sia sfortunato abbastanza da soffrire di impotenza. Ovviamente, non vi è dubbio che una simile condizione psicologica e fisica condizionerebbe e addirittura plasmarebbe la mia visione della realtà. Ogni qual volta faccio cilecca a letto, la mia comprensione della nozione di sofferenza umana può fare un ulteriore passo avanti. Per esempio, potrei legittimamente iniziare la mia successiva discussione sul conflitto israelo-palestinese dicendo: “In qualità di impotente, posso capire la sofferenza palestinese, da impotente posso provare il dolore, comprendere che cos’è la speranza”. Chiaramente, è la mia impotenza a collocarmi in un viaggio di empatia verso il dolore altrui. Tuttavia, nonostante la legittimità e nonostante il fatto che evidentemente io celebri i miei sintomi, non riesco a creare un ragionamento accademico. Sminuisco l’etica a mera compassione.

Mary: Comunque, la compassione può portare all’empatia, che è una qualità necessaria per un attivista. Lui o lei devono identificarsi con il dolore ed esserne testimoni.

Gilad: Sono d’accordo, tuttavia ne sto esponendo accademicamente ed esclusivamente i rovesci della medaglia.

Mary: Tuttavia penso che un’altra questione cruciale è che uno può in realtà riferirsi ad una specifica esperienza personale ma nel nostro caso, alquanto differentemente da una esperienza personale quale è l’impotenza, noi ci stiamo occupando di un’esperienza vissuta al posto di qualcun altro, quella altrui. Potrebbe essere in realtà fuorviante promuovere l’idea che il vittimismo venga trasmesso di generazione in generazione e che quelli che sopravvissero all’Olocausto siano sopravvissuti al peggiore evento possibile, che fa impallidire ogni altra esperienza al confronto. In un certo senso, non tiene conto della vastità della sofferenza umana che noi sappiamo non essere limitata al solo Olocausto.

Gilad: Infatti, a proposito del discorso di un’esperienza vissuta al posto di altri, un trauma di seconda mano, potremmo facilmente affinare la teoria dell’impotenza. Supponiamo per un momento che la mia prestazione sessuale effettivamente sia assolutamente perfetta ma che in realtà era mio nonno ad essere impotente. Posso sempre sostenere che furono il tormento di mio nonno e la frustrazione di mia nonna a formare la realtà di mio padre. Sono le paure di mio padre a rendermi insonne, e sono queste paure che mi trasformano in una vittima che dovrebbe ricevere una costante fornitura gratuita di Viagra e altro ancora.

Mi spiace dirlo, ma sentire persone della mia stessa generazione che mi parlano di sé stessi come vittime dell’Olocausto mi suona patetico e nauseante. Mi sento triste per loro e per quelli che li prendono seriamente.

E a proposito della questione della testimonianza personale, dobbiamo rammentare che un’argomentazione razionale dovrebbe essere applicabile e valida a prescindere dall’origine o dalle circostanze personali del suo fautore. La fisica di Newton va ben oltre il genere, la razza o l’etnia. Le leggi scientifiche dovrebbero essere intelligibili a prescindere dalla storia della famiglia di quelli che le concepiscono. Gli oggetti cadono ad una determinata velocità sia che i tuoi si trovino ad Auschwitz sia a Deir Yassin. Questa qualità del pensiero libero razionale è qualcosa che, per quel che riguarda il mondo accademico, siamo riusciti a perdere. Stiamo assistendo ad un rapido deterioramento della capacità critica in occidente. Il mio consiglio a coloro che contribuiscono alla questione della solidarietà è quello di distinguersi e di parlare con il cuore. Agire come esseri umani genuini, come rispettabili, autentici ed etici pensatori piuttosto che come politici corretti che hanno bisogno di rimandare ad Auschwitz i loro avi in modo da assicurarsi la luce verde per dire ciò in cui credono.

Mary: Tornando indietro al 2005, tu sembravi credere che la vittoria di Amir Peretz quale leader del partito laburista israeliano era nientemeno che una rivoluzione. Tuttavia, egli si è rivelato un totale disastro, almeno a considerare i bagni di sangue patiti dai residenti e cittadini libanesi e palestinesi. Perché ha fallito così miseramente?

Gilad: C’erano le premesse per aver fiducia in Peretz, che fosse differente. Lui non faceva parte né della giunta militare né dell’elite ashkenazita. Lo slogan elettorale di Peretz era molto chiaro: “una volta che ci occuperemo dei nostri problemi sociali, saremo pronti a parlare di pace con i nostri vicini”.

In realtà, l’Israeliano non è pronto a discutere di pace, né con i suoi vicini né con sé stesso. Peretz è stato abbastanza sincero da ammetterlo. Tuttavia, non è stato sufficientemente ragionevole da insistere nell’occupare un ministero orientato socialmente. Si è ostinato nel diventare il ministro della sicurezza, un qualcosa che lo avrebbe qualificato in vista di una futura carica da Primo Ministro. Il resto della storia è ben noto. Difettando di un necessario bagaglio militare, l’uomo e il suo Premier hanno reagito eccessivamente ad una semplice operazione di cattura e sono finiti in una totale disfatta militare per mano di una minuscola organizzazione para-militare. E’ fuor di dubbio che, una volta occupata la poltrona al ministero della difesa, Peretz si sia trattenuto dall’operare come ebreo di origine araba ed anzi si sia attenuto alla visione sionista ashkenazi-centrica del Muro di Ferro. Ha permesso all’esercito di intensificare e trasformare un secondario incidente di confine in una vera e propria guerra.

Comunque sia, voglio ancora credere che alla fine, dopo tutti i vari militaristi alla Barak e alla Netanyahu, una seconda o addirittura terza generazione, vera e genuina, di Israeliani di origine araba possa riuscire a riflettere sulle pacifiche condizioni che gli ebrei godettero nei paesi arabi. In fin dei conti, l’antisemitismo e i perenni conflitti appartengono alla storia degli ebrei europei, un qualcosa che essi hanno portato con sé nella regione medio-orientale. Non ha nulla a che vedere con gli ebrei di origine araba e con la loro storia.

Per di più, voglio ancora pensare che, se davvero esiste la possibilità di una sincera disponibilità alla pace entro la società israeliana, questa avrà a che fare con la presa di coscienza da parte degli ampiamente oppressi ebrei sefarditi israeliani che i loro veri fratelli nella regione sono gli oppressi palestinesi. Un simile atto frantumerebbe una volta per tutte l’egemonia politica ashkenazita in ambito israeliano.

Mary: Tu sei pesantemente coinvolto nelle “baruffe politiche”, gente che ti attacca politicamente e che inoltre insiste nel dire che la tua influenza potrebbe danneggiare gli “attivisti sinceri e di sani princìpi” , tanto per prendere una recente citazione di un blogger che si concentra sulle questioni dell’identità ebraica e le unisce nella sua protesta contro il Sionismo. E’ naturale e normale subire attacchi dai sionisti, ma perché quelli provenienti da questi ambienti antisionisti sono così virulenti?

Gilad: Prima di tutto, cerchiamo di essere precisi. Per quel che adesso sembra, quelli che in realtà mi attaccano sono cinque Bundisti, ebrei socialisti, gente che, in una certa fase, può anche essere stata una voce importante ma che col tempo è divenuta più un fardello o addirittura un frastuono reazionario.

Consumano veramente ogni energia possibile nel combattere me ed altri liberi pensatori, promuovono petizioni, s’impegnano nei blog e tuttavia sono stati di volta in volta sconfitti. Però non posso lamentarmi, il loro attacco ha contribuito non poco alla circolazione delle mie opinioni. Mi hanno anche aiutato a perfezionare la mia concezione di sionismo e di identità ebraica moderna.

Come sai, non sono un politico, non lo sono mai stato e non progetto nemmeno di diventarlo. Essendo implicato nella questione palestinese da una decina di anni, mi sono imbattuto nelle più illuminanti persone. Nessuna delle quali erano politici o attivisti orientati politicamente. Infatti venivano sempre attaccati da politici e principalmente da questo manipolo di gente che per qualche bizzarro motivo si considerano degli ebrei “progressisti”. Mi ci è voluto del tempo prima che capissi che gli ebrei progressisti stanno manifestatamente andando in cerca di un ruolo egemone all’interno della questione della solidarietà palestinese. Insistono che la questione di Israele debba essere compresa soltanto attraverso il prisma molto limitato del materialismo. Loro adorano la politica di stampo operaio.

Mary: Bene, dovrai convenire che, in occidente, la maggior parte dei filo-palestinesi affronta la questione da un punto di vista di sinistra, esattamente come nel mondo arabo sarebbe questione di liberazione araba. Potrebbe essere inevitabile trattarla nei modi che noi adottiamo, non si possono creare attivisti dal niente.

Gilad: Non sono d’accordo. Per me è piuttosto evidente e lo vedo sera dopo sera nei miei concerti in tutto il mondo. La stragrande maggioranza degli occidentali sono scioccati dalla brutalità israeliana. Il loro sostegno alla Palestina è una naturale reazione morale. Tuttavia, quando la gente comune ascolta il proprio cuore e si unisce al movimento di solidarietà, questo piuttosto accade quando le persone incontrano un gruppetto di decadenti socialisti non dialettici che insistono nel dire loro come pensare e cosa dire in base a qualche libro di testo antecedente alla seconda guerra mondiale. Questo basta a spiegare perché a malapena ci sono dei palestinesi nel movimento della solidarietà e perché questo non si estende fino a diventare un movimento di massa.

Mary: Vorresti dire che il pensiero socialista è morto e sepolto?

Gilad: Per niente, sono totalmente a favore di una dinamica concezione dialettico-socialista. Una settimana fa, ho suonato in un enorme evento di solidarietà in Germania messo su dal partito comunista. Si è trattato di un fatto che ha richiamato artisti da tutto il mondo. E’ stato un evento per la solidarietà con profughi provenienti dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Palestina, dal Kurdistan e dall’Iran. Tra pochi giorni mi esibirò a Marxismo 2007; ancora una volta, per quel che posso dire, il partito dei lavoratori socialista britannico sta provando a muoversi avanti seguendo il flusso degli eventi. Loro capiscono che la classe operaia è un concetto dinamico. Comprendono che, se esiste una classe lavoratrice in Gran Bretagna, questa nozione è cambiata radicalmente negli ultimi trent’anni.

Ad ogni modo, non possiamo scegliere chi sostiene di essere dalla parte dei palestinesi, e se l’ interpretazione della realtà, da parte della gente, viene soltanto compresa attraverso un punto di vista della politica di stampo proletario, allora sono ovviamente persuaso che si illudano totalmente a proposito dell’interpretazione della questione medio-orientale. Più che adattare la loro visione alla realtà, tendono a far calzare la realtà con le loro concezioni. Hanno diritto di fare così , a patto però che non riducano al silenzio le idee altrui. Israele si considera uno stato ebraico e noi, per conoscerne i suoi scopi, dobbiamo capire che cosa l’ebraicità rappresenta. Cosa sia la fratellanza razziale.

Inoltre, a Gaza non c’è ancora stata la rivoluzione industriale, quindi le idee marxiste non sono mai state popolari in modo schiacciante presso i palestinesi. Al di là di tutto, non mi opporrei ad una ristretta interpretazione colonialista del conflitto ma l’insistenza a limitare la questione con un’interpretazione operaistica è stupido ed emblematico di questi cinque attivisti ebrei “progressisti”.

Mary: Ma, fondamentalmente, tu ti dissoci dalla loro visione secondo cui operare una specie di socialismo laico per palestinesi ed israeliani risolverà il problema dell’oppressione.

Gilad: Hai mai provato a parlare di socialismo ad un palestinese? Io in realtà c’ho provato. Solitamente, loro tendono a ridere o per lo più a perdere interesse. Marx, o forse dovremmo dire il marxismo, non ha niente a che vedere con la loro realtà. Comunque, credo che ormai, dopo 110 anni di Sionismo, 60 anni dopo la Nakba e 40 anni di occupazione, i nostri cari socialisti, marxisti, mazpenisti, ebrei bundisti-progressisti ed ebrei socialisti abbiano avuto abbastanza tempo per risolvere il conflitto e liberarci tutti quanti trasformando l’intera regione in un rifugio rosso. Posso rivelare per la prima volta che, quando ero un attivista diciottenne di sinistra ed ero sotto le armi, mi unii a qualche gruppo radicale anarchico israeliano. Come il resto dei miei compagni, ero convinto che prima o poi “la classe operaia araba ed israeliana si sarebbero unite contro il borghese male sionista e coloniale”. Mi ci vollero un po’ di anni prima di riaprire gli occhi di fronte allo stupefacente fatto che in realtà non esisteva alcuna classe lavoratrice ebraica e che i palestinesi rifiutavano di avere a che fare con il modello classista eurocentrico. Questo era quando capii che non mi restava altra scelta che mettere da parte la mia casacca rossa, almeno momentaneamente.

Mary: Piuttosto interessante, sia il fatto che riguarda l’attivismo durante la tua giovinezza che la tua affermazione secondo cui non esiste alcuna classe operaia ebraica. Ma, a proposito delle idee socialiste che non avrebbero alcun rapporto con il mondo palestinese, direi che ciò è contraddetto, in qualche minimo aspetto, dall’esempio del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, anche se si tratta di un genere differente di socialisti, sostanzialmente un movimento nazionalista portatore di idee progressiste.

Gilad: E’ vero, ed infatti persino loro sono scomparsi. Per di più, di tanto in tanto incontro i singolari matzpenisti palestinesi, principalmente in Europa. Non sto cercando di affermare che non esistono marxisti palestinesi, arrivo soltanto a riconoscere il lampante fatto che la loro voce sia meno che marginale. Non è una critica, solo un’osservazione.

Mary: Ma, tornando a dove eravamo, stai dicendo che l’attivismo dei progressisti occidentali è inserito in una visione della realtà che non è mai esistita: la convinzione per cui, se le questioni di classe sono indirizzate, il resto sarà risolvibile, eppure il motivo dell’oppressione in Israele non è mai stato quello di classe quanto piuttosto quello della razza, non è vero ?

Gilad: Razza può suonare un po’ astratto. Chiamamola fratellanza razziale, concezioni di supremazia culturale, legame di sangue e così via. Ad ogni modo, il problema degli attivisti ebrei che mi attaccano è in realtà incentrato sul fatto che le mie idee si pongono al di fuori del loro ristretto pensiero politico. La mia critica di Israele come paradigma orientato su base razziale effettivamente rivela anche il rivoltante aspetto del socialismo ebraico. Il ragionamento è così semplice. Se tu sei un socialista, sei un mio compagno ed io non mi preoccupo se tu sei ebreo, musulmano, nero o buddista. Tuttavia, i nostri ebrei socialisti insistono per introdurre il loro sistema di esclusivismo biologico nel discorso progressista. Così facendo, essi si collocano all’interno della questione sionista, da sionisti, dicendo “noi siamo un popolo come gli altri”, anche se “noi siamo leggermente diversi”.

Ti dirò che inizialmente presi sul serio questa gente, questi attivisti di sinistra ebrei, ma poi ho appreso che, quando si trattava di essere moralmente immacolati, il più vociante contestatore nei miei confronti, quello che stava provando in modo ossessivo ad insegnarmi cosa fosse l’etica, in realtà aveva una lista di piccole attività criminali alle spalle. Non vorrei rinfacciargli il suo passato, tuttavia non posso permettere ad un taccheggiatore di insegnare a me o a chiunque altro cosa sia la moralità. Come se non bastasse, lui e i suoi amici furono interdetti da svariati istituti accademici per antisemitismo. Con tutto il dovuto rispetto, non posso lasciare che una simile persona mi definisca antisemita.

Ad un altro attivista progressista denigratore anti-Atzmon è capitato di gestire un blog per soli ebrei in cui gli attacchi contro di me sono piuttosto frequenti. Costui può realizzare qualsiasi tipo di blog che vuole, ma è alquanto chiaro che gli ebrei progressisti agiscono sempre in cellule orientate su base razziale, ed io sono libero di pensare che il suo blog sia esclusivista e tale rimarrà. E’ la natura del gruppo. Non “molti” Abed e Mohammed sono registrati nel gruppo di Ebrei contro il Sionismo ed inoltre su quel blog non trovo nemmeno degli articoli sui palestinesi. Per l’identità progressista ebraica si tratta ovviamente di una questione di second’ordine.

Mary: Beh, due attivisti poco conosciuti in Gran Bretagna non dovrebbero poi rappresentare una tale minaccia. Perché replichi alle loro provocazioni e perché non li ignori e basta ?

Gilad: In realtà, non li biasimerei necessariamente per il loro provocarmi, è più che probabile che sia io in realtà a provocarli, rivelando i loro errati ragionamenti. Ad un certo punto, non molto tempo fa, capii che questi Bundisti incarnano l’essenza della laica tragedia ebraica. Loro sono il simbolo dell’emancipata vacuità ebraica. Da un lato, non riescono a spuntarla nella questione universalista. Dall’altro, sono rimasti staccati dalla loro stessa eredità culturale. Nel loro tormento, elogiano la loro cultura Yiddish senza capire il ruolo di questa lingua e senza neanche parlarla. Questi Bundisti incarnano il collasso del cosmopolitismo progressista ebraico. Sarebbe impossibile comprendere da dove proviene il sionismo senza confrontarsi con questa unica e stravagante identità. Per me, tenerli sotto controllo non è diverso dal vedere qualche raro animale partecipando ad un safari.

Come sappiamo, il Bund non esiste più, venne effettivamente sconfitto durante la seconda guerra mondiale. Per quel che riguarda il popolo ebraico, il sionismo ha conquistato la società ebraica. Monitorare la cellula britannica e la loro attività mi chiarisce che cosa il sionismo serviva a risarcire. Loro sono microcosmi di un radicale pensiero ebraico errato. Ai miei occhi, sono in realtà molto peggio dei sionisti veri e propri.

Mary: Non credi che questa sia un’esagerazione ?

Gilad: In realtà ne sono totalmente convinto. Una delle più rispettabili persone nelle loro fila è il poeta Michael Rosen. Rosen si definisce pubblicamente un “socialista”, un “ebreo laico”, un “progressista”. Recentemente ho scoperto che Rosen si è espresso in modo alquanto eloquente a favore del boicottaggio. Ovviamente, non c’è niente di male in ciò, ma poi, con mio grande stupore, sono venuto a sapere che lo stesso Rosen, quello che invita a boicottare Israele, stava anche prendendo parte ad una destrorsa, notoria settimana londinese del libro ebraico, come intrattenitore per famiglie. Per quelli che ancora non ci arrivano, la Settimana del Libro Ebraico è appoggiata dall’ambasciata israeliana e dalla fanatica organizzazione sionista UJIA, un’associazione che attualmente organizza dei tour di gala per il sessantesimo anniversario dello stato israeliano. Osservando la questione da un punto di vista progressista, non riesco a decidere se il comportamento di Rosen equivale ad un tradimento o se si tratta solo di ipocrisia. Quando chiedemmo a Rosen come era possibile che lui, tra tutte le persone, un fanatico del boicottaggio, fosse finito con il partecipare ad una manifestazione sionista, fu abbastanza stupido da ammettere che lui le aveva attribuito un qualche autentico proposito, “Avevo i miei dubbi a partecipare alla Settimana del Libro Ebraico e così ho chiesto a tutte quelle persone delle cui opinioni mi fido se ritenevano che fosse una buona idea o meno”.

Rosen, colui che invita a boicottare gli accademici israeliani, è finito a letto con l’ambasciata israeliana.

Mary: Non che io abbia tanta familiarità con gli scritti di Rosen?

Gilad: Ottimo punto, non c’è alcuno scritto. Non c’è alcun corpo contemporaneo di lavoro, nessun corpo critico o politico di testo. Insieme a lui, ci sono solo alcuni commenti su forum, in realtà preoccupati soltanto di impedire che la questione palestinese diventi ciò che lui ed i suoi amici definiscono antisemita. In una certa misura, operano come una talpa dell’Anti Defamation League all’interno del discorso della solidarietà palestinese. Entro poco, qui saremo di fronte ad un inaccettabile livello di ipocrisia ed ignoranza al limite della totale negazione.

Mary: In alcuni dei tuoi scritti, tu hai descritto queste persone come cripto-sionisti ed ebrei della Terza Categoria.

Gilad: Ho paura che il mio ragionamento adesso sia persino più decisivo. Quando un politico marxista viene scoperto a raccontar menzogne, abbiamo il diritto di chiamarlo un “marxista bugiardo”. Quando un politico repubblicano è sorpreso a spiare per conto del nemico, siamo autorizzati a chiamarlo un “repubblicano spione”. Tuttavia, quando un fautore del boicottaggio che insiste ad agire politicamente sotto la bandiera “ebraica” (come ebreo socialista, Ebreo contro il Sionismo, ecc?) viene scoperto a letto con qualche istituto ultra-sionista, dobbiamo trattenerci dal bollarlo come ebreo ipocrita. Ecco il trucco.Gli attivisti ebrei progressisti etnici sono interessati in una stravagante questione unilaterale. Sono contenti di agire da ebrei ma si rifiutano di esser criticati come tali. Quando operano politicamente, dicono “siamo un popolo come gli altri” ma quando vengono criticati politicamente, si nascondono dietro la loro identità razziale. Che questo sia divertente o rivoltante è una questione di gusto. Comunque, questa è una completa reiterazione della tattica sionista. In altre parole, siamo autorizzati a concludere che gli ebrei socialisti e qualunque altra forma di attivismo esclusivista ebraico non è nient’altro che un’altra forma di sionismo.

Grazie a questi cosiddetti “ebrei progressisti” ho capito la validità della critica del cosmopolitismo ebraico, la curiosa nozione di popolo privato di una terra. Ho capito perché questo manipolo di Bundisti non è mai riuscito ad instaurare una vera, autentica solidarietà con la lotta palestinese. La causa palestinese riguarda prima di tutto la terra. I cosmopoliti possono forse riconoscere la sofferenza dei palestinesi ma non sanno identificarsi con l’anelito per la loro terra. Mentre i Bundisti parlano della loro etnia, i palestinesi non hanno bisogno di discutere la propria, loro non hanno da inventare o reinventare la propria cultura. Come i tedeschi, i francesi e gli albanesi, essi vivono proprio grazie alla loro cultura. Diversamente dai sionisti e pure dai Bundisti, che mirano ad essere “un popolo come gli altri”, i palestinesi ci sono già. Loro sono “un popolo come gli altri”. Non hanno bisogno di mirare al rinascimento culturale. La gente che è culturalmente orientata può semplicemente trascendere se stessa oltre la consapevolezza della loro cultura. Vengono plasmati e inchiodati dal proprio suolo, dalla loro cucina, dalla lingua e dal paesaggio. Vivono la loro cultura e la fanno avanzare per mezzo della creatività.

Ecco perché il sionismo, con la sua rinascita ebraica, può avere avuto più successo del Bund. Rosen e quelli come lui ci parlano dell’unicità della loro cultura ebraica, del loro Yiddish, e pur tuttavia non lo parlano neanche. La loro creatività all’interno della loro cultura è pari a zero. Non scrivono libri in Yiddish, non leggono giornali Yiddish, non hanno un rock and roll Yiddish e non traducono niente in Yiddish. E comunque c’è molto poco da tradurre dallo Yiddish. Fondamentalmente, loro stanno divulgando qualche nostalgica stupidaggine sulla cultura del ghetto, sostanzialmente sparano stronzate per amor di sparar cazzate. E come ho già detto molte volte, hanno pieno diritto a farlo ma sono qui a ricordare loro che il brodo di pollo (classico piatto yiddish – ndt) non è né un argomento politico né una posizione morale.

Mary: Quindi, finché tu continuerai a criticare i tuoi detrattori e a mostrare le incoerenze dei loro ragionamenti, loro persisteranno nel condurre campagne diffamatorie nei tuoi confronti, nel bollarti come antisemita e nel tentare di dissuadere le persone dall’invitarti ad eventi pubblici e politici. Finché continueranno a fare così, tu continuerai ad avere ragione a criticare la loro logica. Una specie di circolo vizioso. Vi sarà fine a tutto questo?

Gilad: Apparentemente, a dispetto di tutte le calunnie, io sopravvivo. A conti fatti, ho avuto la meglio in ogni battaglia intrapresa. A quanto sembra, nel combattermi, sono riusciti ad annullare se stessi. Ogni volta che rialzano la testa, imparo qualcosa in più sul livello di illusione dell’ideologia laica ebraica. Sarà molto noioso il momento in cui alzeranno bandiera bianca, ma questo non accadrà mai. Sebbene di recente siano stati umiliati per la sconfitta di una mozione di etichettare membri del movimento di solidarietà come antisemita della Campagna per la Solidarietà Palestinese, nonostante che il leader della banda sia stato smascherato quale criminale condannato e nonostante il vergognoso comportamento cripto-sionista di Rosen, loro non si arrendono mai. Solo le persone dignitose sanno accettare la sconfitta, e la dignità è esattamente ciò che difetta loro. Le persone che raccontano balle a sé stesse in modo così esteso trovano molto più facile mentire agli altri.

Sebbene siano riusciti a zittire alcuni tra coloro che maggiormente contribuiscono alla questione israelo-palestinese, con me hanno totalmente fallito. Il perché sta in due segreti, che sono lieto di rivelare.

Primo: piuttosto che parlare agli ebrei, io parlo di ebrei e l’oggetto del mio interesse è sostanzialmente l’ebraicità. Molti dei miei lettori e sostenitori sono in realtà ebrei ortodossi, ebrei assimilati ed ex-ebrei. Ma ovviamente la questione va al di là degli ebrei.

Poiché non pochi accademici identificano l’attuale, emergente conflitto globale con delle estese attività di pressione sionista in America, le domande riguardanti la questione ebraica stanno diventando sempre più pertinenti e comuni. Un po’ di tempo fa, mi sono assunto il rischio di dire ciò che reputavo essere la verità e, a quanto pare, la gente in giro apprezza veramente il mio sforzo di ricerca del vero. Alcuni ebrei mi hanno chiamato antisemita, alcuni “Savi” londinesi hanno fatto picchettaggio alle mie conferenze, ciò non mi ha fermato né ha impedito a chiunque altro di chiedermi di nuovo di parlare o suonare ad incontri pubblici. Anzi, al contrario, ciò mi ha reso molto più popolare di quanto in realtà abbia mai voluto essere.

Secondo: Non faccio parte di nessuna organizzazione né di qualche religione organizzata. Non lascio entrare i politici nel mio mondo. Parlando in termini generici, disprezzo qualunque forma di attività politica e, nel complesso, l’attivismo. Credo nell’orientamento etico. Rimango indipendente. In fin dei conti, prima di tutto sono un artista ed una sorta di temperato terrorista culturale.

Mary: Una recente intervista ad Avrum Burg ha suscitato molto interesse. Personalmente so che tu ne sei rimasto sorpreso e che hai affermato che essa conteneva “cambiamenti cosmici”. A rischio di dover rivedere le tue idee una volta che sia passato del tempo e le cose si rivelino meno cosmiche di quanto speriamo, potresti per favore specificare come questa intervista ti ha condizionato?

Gilad: In una certa misura, Burg non ha suggerito una grande rivelazione intellettuale o ideologica. Tuttavia, Avrum Burg non è un uomo qualunque, non è esattamente un attivista della solidarietà palestinese. Anzi, Burg al contrario è stato per anni la suprema incarnazione dell’israelianità e della tradizionale classe dirigente politica israeliana.

Lui è stato la grande speranza della Giovane Guardia del partito laburista. Oltre a ciò, è stato presidente dell’Agenzia Ebraica, Presidente del Parlamento e candidato alla guida del partito laburista.

Dobbiamo rammentare che, da presidente dell’Agenzia Ebraica, Burg era soprannominato Mr “Aliyah” (lett= risalita, cioè gli ebrei che si trasferiscono in Israele). Adesso ha cambiato idea, è diventato Mr. “Yerida” (Ebrei che emigrano via da Israele). Quando un uomo della sua statura politica si alza e suggerisce agli israeliani di fare domanda di passaporti stranieri e di lasciare il paese non appena possono, quando un uomo di una simile capacità ammette che “Israele è fascista”, noi dobbiamo ammettere che un certo cambiamento di spirito può essere avvertito nell’aria.

Per noi, il fatto che Israele sia effettivamente fascista può non essere una grande rivelazione, sappiamo ormai da anni che la legislazione israeliana è orientata su base razziale. Sappiamo che il vecchio partito laburista israeliano di Burg si è sempre votato alla convinzione nel socialismo per una razza (nazional-socialismo). Comunque, Burg fu quello che si è alzato in piedi e ha messo gli israeliani di fronte alla loro amara realtà. Fondamentalmente, ha detto agli israeliani: “Noi non siamo per niente migliori di Hitler”.

E questa sì che è una rivelazione!!!

Ma la questione diventa più profonda, Burg è lì a dire: “Delle tre identità che mi compongono-umana, ebraica ed israeliana-credo che l’elemento israeliano mi privi delle altre due”. Da ebreo osservante, Burg in realtà riconosce che l’israelianità si oppone all’umanismo e all’ebraismo. Ciò può non essere una novità per noi, ma nessuno ha mai avuto il fegato di dire proprio questo agli israeliani (eccetto me forse, ma io sono solo un sassofonista).

Comunque, Burg riesce a gettare qualche luce interessante sulla nozione di sionismo e di israelianità. Nell’intervista, egli dice “Io sono un essere umano, sono un ebreo ed un israeliano. Il sionismo è stato uno strumento che mi ha fatto passare dallo stato ebraico dell’esistenza allo stato israeliano dell’esistenza. Credo che fu Ben-Gurion a dire che il movimento sionista rappresentava l’impalcatura per la costruzione della casa e che, dopo la fondazione dello stato, essa avrebbe dovuto essere smantellata”.

Questo è sicuramente un punto importante e cruciale. A quanto pare, il sionismo non significa qualcosa per l’ebreo contemporaneo nato in Israele. Il sionismo è un concetto che era rivolto alla Diaspora. Il sionismo serve a distinguere tra Abe Foxman e Roland Rance. Entrambi sono ebrei e tutti e due operano in cellule politiche isolate etnicamente, tuttavia, uno è sionista e l’altro è un ebreo antisionista (e chi se ne frega!). Quando si tratta di Israeliani nati in Israele, l’idea dello stato ebraico non è qualcosa da celebrare. Per gli israeliani, uno stato ebraico non è un qualcosa a cui si deve mirare o qualcosa da sostenere ideologicamente. Essere israeliano significa essere ebreo e vivere in uno stato per soli ebrei. Quando entrai nell’esercito, 25 anni fa, lo fecì perché questa era l’unica disponibile interpretazione della mia ebraicità. Ero un ebreo che viveva in uno stato ebraico ed entrare nell’esercito degli ebrei era una conseguenza naturale.

La parola sionismo non ha quasi più senso in Israele e nella questione israeliana in realtà non è attuale. Il sionismo può significare qualcosa per i coloni della Cisgiordania provenienti dall’America o per la nuova ondata di immigrati francesi in Israele, ma nient’altro di più. Se le cose stanno effettivamente così, possiamo anche interiorizzare il fatto che fare campagne antisioniste ha a malapena una certa incidenza nel caso di Israele. Tanto quanto gli israeliani non si considerano sionisti, allo stesso modo essi sono difficilmente toccati dall’antisionismo.

Mary: Se questa è la situazione, allora Burg si sta veramente rivolgendo alle persone fuori Israele nella sua esortazione a finché la struttura sionista venga smantellata? Ci troviamo ancora una volta di fronte ad una situazione di “nessun profeta in patria” ?

Gilad: Non conosco la risposta. Sono rimasto piuttosto sorpreso dal fatto che le idee di Burg non siano circolate molto. Non m’intendo di circolazione di pensiero nei circoli ebraici. Posso constatare che perfino in Israele le sue idee stavano attirando un po’ di attenzione ma non abbastanza. Dopotutto, è necessaria una cecità collettiva per conservare le omicide politiche israeliane. Il mio interesse per Burg è totalmente di tipo intellettuale, non so se lui abbia ancora qualche significativo potere politico, suppongo di no. Tuttavia le sue opinioni echeggeranno per un po’, addirittura anche più di un po’.

Originale da: PeacePalestine. Articolo originale pubblicato il 5 luglio 2007

Revisionato dall’autrice

Mary Rizzo e Diego Traversa sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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