“Nella lotta al terrorismo la strada è la non violenza”

Intervista di LUIGI CONTU (La Repubblica, 20 febbraio 2007)

PRESIDENTE Bertinotti, lei che negli anni 70 è stato tra coloro i quali hanno combattuto il terrorismo e poi è diventato leader di un partito neo comunista, che cosa ha provato quando ha appreso che in Italia ci sono ancora terroristi pronti a fare la rivoluzione?
“Ho avuto un brivido. Ho pensato che negli anni ’70 abbiamo fatto tanto, tantissimo per sconfiggere le Brigate Rosse storiche. Ma non abbastanza. Purtroppo, non siamo andati fino in fondo, non siamo riusciti ad estirpare del tutto il virus del terrorismo dal nostro corpo”.

È concepibile che in un paese civile e progredito sia considerato lecito uccidere per un obiettivo politico?
“Purtroppo nella società c’è una svalutazione desolante e terrificante del valore della vita. Penso ai quattro morti al giorno nei luoghi di lavoro, a chi perde la vita in autostrada, ai caduti delle forze dell’ordine come l’ispettore Raciti, alla strage di Erba. Forme diverse che hanno in comune uno smarrimento generale derivato da una profonda crisi del mondo in cui viviamo”.

Dare la colpa ai mali della società è stato in passato un alibi per chi definiva i brigatisti “compagni che sbagliano”. Secondo lei i nuovi terroristi sono soltanto un fenomeno residuale, marginale?
“Credo che oggi le condizioni politiche e sociali del nostro paese siano profondamente diverse. Penso che quella stagione di lotta armata sia irripetibile. Ma ciò non significa affatto che la scoperta di questo nuovo nucleo di brigatisti possa essere sottovalutato. Sono molto preoccupato. È indispensabile non abbassare la guardia”.

Rossana Rossanda fu la prima intellettuale di sinistra ad affermare che i terroristi avevano le loro radici politiche e culturali nel vostro campo. La lezione di quegli anni è ancora valida?
“Ricordo quei giorni, e quell’articolo. Appena lo lessi rimasi perplesso. Poi compresi che Rossana aveva ragione. Quelle sue parole restano valide oggi. Dobbiamo ricordare che ogni idea forte è esposta al rischio del fondamentalismo. Questo è un terreno su cui può innestarsi una nuova stagione della lotta armata. È innegabile che in Italia il tema del terrorismo resta nella metà del nostro campo. Perciò giudico sbagliato il tentativo di tirare in ballo la destra ed i suoi estremismi. Il nazifascismo, come ha detto il grande Papa Giovanni Paolo II, è stato il male assoluto. E noi dobbiamo fare i conti fino in fondo con la nostra storia”.

Non ritiene che per farli bisognerebbe rinunciare al termine “comunismo”?
“Al contrario, penso che la vera sfida sia non abbandonare gli ideali del comunismo, ma ripensarli partendo dalla non violenza, dalla critica radicale degli orrori e degli errori del ‘900. Bisogna avere, inoltre, una diversa concezione del potere, che neghi qualsiasi forma di prevaricazione e di assolutismo. Per chi crede come credo io che non debba cadere nel dimenticatoio, il termine comunismo rappresenta la rivendicazione di una identità radicale”.

In nome del quale, però, ci si arma e si progettano omicidi.
“L’uso delle armi e il ricorso alla violenza hanno bisogno di agganciarsi a una idea forte. L’ultima ideologia del ‘900, quella che lo ha attraversato e superato, è l’ideologia marxista. Anche in nome della religione si compiono attentati, ma non per questo è giustificato stabilire una equazione tra Islam e terrorismo. Il problema è che coloro ai quali i brigatisti arbitrariamente fanno riferimento hanno un compito in più, e ne devono essere consapevoli. Ci vuole onestà intellettuale per comprendere che il ritorno delle Br è tanto più probabile quanto più riesce a trovare un retroterra fondamentalista: la possibilità di uccidere viene dall’idea che l’altro è il male, lo stesso concetto con il quale si giustifica la guerra preventiva “.

La sinistra italiana è pronta a questa nuova guerra al terrorismo? Ciò che è stato fatto dal Pci e dal sindacato negli anni di piombo non è più attuale?
“Lo sforzo compiuto in quegli anni ha un grande valore: con l’unità delle forze democratiche e l’impegno delle forze dell’ordine abbiamo sradicato ogni tentazione violenta dal mondo del lavoro. Il terrorismo è stato combattuto politicamente e questo è un terreno che non si deve abbandonare. Ma ora siamo in una nuova fase storica, aperta dal rapimento di Aldo Moro, proseguita con la caduta del muro di Berlino e oggi attraversata dalla complessità della globalizzazione. Dobbiamo fare un passo in più rispetto alla frontiera sulla quale ci eravamo attestati alla fine degli anni di piombo. Ci attende un enorme sforzo culturale: un percorso che a sinistra non tutti hanno cominciato a percorrere”.

Qual è la nuova frontiera della lotta al terrorismo?
“È la frontiera delle idee, che impone, una rivoluzione culturale: l’affermazione del principio gandhiano della non violenza. Negli anni di piombo si è tolta l’acqua da cui si alimentavano i terroristi facendo intorno a loro un deserto politico, dimostrando così in modo inequivocabile che il movimento operaio era contro i brigatisti. Oggi quella battaglia si combatte dicendo alle nuove leve della lotta armata che il movimento e il popolo sono non violenti. Sono convinto che la sinistra italiana debba assumere la bandiera della non violenza senza più rinvii ed incertezze. Il terrorismo e la guerra si nutrono di ogni forma che conceda anche il minimo terreno alla prevaricazione. Per questo il nostro messaggio deve essere chiaro: chi si pone sul terreno della violenza politica, quale che sia la nobiltà della causa per cui si batte, si mette fuorigioco. Non esiste, non può più esistere, la violenza giusta. È uno sforzo che devono fare tutti i partiti, tutte le organizzazioni sociali, intervenendo sui comportamenti delle persone, a partire dal linguaggio”.

Immagino che da questo punto di vista la manifestazione di Vicenza l’abbia rassicurata. Grande partecipazione, comportamento non violento. Eppure c’era molta preoccupazione, anche tra voi…
“Io non ero preoccupato. Anzi, ero convinto che la manifestazione sarebbe andata bene”.

Però ha sentito il bisogno di rivolgere un appello alla non violenza.
“Avendo detto che ci sarei andato se non fossi stato presidente della Camera, mi è sembrato doveroso chiarire come ci sarei stato in quel corteo. Le mie preoccupazioni erano e restano altre”.

Quali?
“Mi sembra che ancora una volta un appuntamento così importante sia stato affrontato dalla politica politicante in maniera inadeguata. In alcuni casi ho ascoltato discorsi fermi alle analisi degli anni ’70, in altri parole mirate a trarre vantaggi di parte. Così come per il nuovo terrorismo la classe dirigente del nostro paese mi appare incapace di comprendere la novità di questa fase politica. Queste famiglie, questi giovani che hanno invaso Vicenza dovrebbero essere ascoltati e compresi di più da chi ha il compito di governare e vuole farlo per rendere più giusta la società. Ciascuno di loro, parlo della moltitudine dei partecipanti e non delle culture che sono rannicchiate nelle loro organizzazioni, ha dimostrato di avere in mente, direi nella pelle, l’idea che a un corteo si va semplicemente per affermare le proprie idee, per stare insieme agli altri. È da apprezzare anche il saggio comportamento delle forze dell’ordine. Siamo davanti a un fatto nuovo: si comincia a mettere in discussione la logica dell’amico-nemico. Se si fosse trovata al G8 di Genaova la mia generazione avrebbe potuto avere reazioni capaci di portare ad una strage: invece quel giorno tragico abbiamo visto i giovani, la loro grande maggioranza, tornare alle proprie case senza aggressività. Lì si è visto il primo germe della non violenza, che a Vicenza ha dimostrato la propria vitalità nel binomio pace e partecipazione”.

Ma lì è apparso anche il volto antiamericano di alcuni settori della sinistra radicale.
“Non condivido questa analisi. La globalizzazione ha avuto tra i suoi effetti quello di favorire la contaminazione tra le culture: come si fa a pensare che quei giovani siano antiamericani quando consumano tutti i giorni cultura d’oltreoceano ascoltando musica, andando al cinema, leggendo libri. C’è certamente avversione nei confronti del governo Bush, un disaccordo politico totale verso la sua politica, non verso la civiltà statunitense. Il discorso dell’antiamericanismo è datato. Mi ricorda quando ai tempi in cui ero un ragazzo si contrapponeva il chinotto alla Coca Cola. Dietro quella guerra di bevande c’era una avversione ideologica, alimentata dalla divisione del mondo in due blocchi. Oggi chi non beve Coca Cola esprime una protesta contro chi produce sfruttamento e disagio”.

Non negherà che in alcuni esponenti della sinistra radicale ci sia una avversione pregiudiziale nei confronti degli Stati Uniti.
“In alcune forze sì, c’è ancora. Ma si tratta di posizioni di nicchia. Il punto è che sebbene non abbia mai allignato nella cultura alta della sinistra italiana, basta ricordare che la celebre collana editoriale Americana è stata portata nel nostro paese da Vittorini, l’antiamericanismo non è stato contrastato quando si produceva negli strati più popolari. Esattamente come è accaduto con lo stalinismo: il Pci ruppe coraggiosamente con il dittatore sovietico, ma poi per alcuni anni tollerò che nella propria base rimanesse un mito. Io stesso, quando diventai segretario di Rifondazione Comunista, dovetti più volte pretendere la rimozione del ritratto di Stalin dalle sezioni dove andavo a parlare. Quelle foto, ora, non ci sono più”.

(20 febbraio 2007)

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