La difesa tagliata – L’esercito dimezzato

LA DIFESA TAGLIATA

Nella Francia degli anni ?60 Jacques Servan. Shreiber denunciò nel suo noto libro «La malaise de l’Armee», il malessere dell’esercito per una guerra cruenta, quale quella d’Algeria, combattuta in un contesto nazionale difficile. Un problema analogo oggi non esiste in Italia, dove non ci sono dure battaglie da vincere e dove mai come ora le forze armate sono state tanto popolari. Tuttavia, la loro buona salute di oggi può presto peggiorare se i tagli al Bilancio della Difesa non saranno sostanzialmente ridotti.
Non pochi cenni a proposito sono apparsi negli ultimi tempi sui media senza tuttavia provocare reazioni avvertibili per rimostranze che appaiono come il solito piagnisteo corporativo inteso a rabbonire il Tremonti di turno. Ma non è così. L’ammontare dei attuali tagli che incide su un organismo complesso e in piena corsa come oggi è quello militare, può provocare traumi che sarà assai lungo, costoso e difficile curare. E tradursi in un malessere militare, in versione italiana. Che sia così sono certo, ora tenterò di spiegarne il perché. Oggi le Forze armate sono assai diverse da quelle di vent’anni fa. Prima erano troppo grandi, 390.000 uomini (nessuna donna), con poche risorse (1% del PIL, assai meno della media Nato) composte per oltre il 70% da soldati di leva, separate (ogni forza armata per suo conto) e scarsa idoneità di operare oltreconfine. Erano ciò che la politica italiana voleva, contenta di risparmiare sulla Difesa e di pagare il prezzo alla NATO in termini di fedeltà indefettibile e permissiva ospitalità nelle nostre basi. Erano politicamente subordinate, rassegnate, corporative, clienti facili di un industria più influente di loro.
La ?distruzione creativa? avviata alla seconda metà degli anni ?90 per dare loro meno grasso e più muscoli le ha positivamente stravolte. Oggi esse contano 190.000 militari di professione, ostentano una buona capacità operativa, operano continuamente oltremare in coalizioni multinazionali e, in sintonia con un industria in trend evolutivo, tentano di colmare il forte gap tecnologico maturato in decenni con le forze armate dei maggiori paesi occidentali.
Grazie a loro il prestigio dell’Italia è cresciuto e lo stereotipo dell’italiano spaghettaro, sciupaffemine e infingardo è scomparso. Dopo la guerra in Kossovo, il Comandante Supremo della NATO, Generale W.Clark ha scritto: «Gli italiani sono dei realmente sorprendenti alleati con militari capaci e pregevole capacità di prendere decisioni e farsi carico di impegni per altri impossibili». Chi, soprattutto in Italia, l’avrebbe mai detto? Oggi nessuno più si sorprende e la domanda rivolta all’Italia per i suoi militari supera largamente l’offerta.
Gli italiani hanno imparato ad apprezzarli, la classe politica si coccola i suoi ?cari ragazzi?, sempre che ostentino un linguaggio di pace e i militari, dopo decenni di isolamento, si beano di un consenso senza precedenti. Perché parlarne? Perché lo strumento militare, oltre che indispensabile per la sicurezza, è il principale atout per la nostra politica estera, la migliore chiave d’accesso alle sedi decisionali internazionali e il più apprezzato simbolo di uno Stato che non ha molto altro per farsi stimare. Infine perché la loro evoluzione dimostra che le ?riforme impossibili? sono possibili quando chi ne è oggetto se ne fa carico.
La riforma nasce, quasi per caso, 25 anni fa quando Andreotti, Capo del Governo, accoglie la richiesta dell’ONU di truppe italiane. Tre anni dopo, il positivo esito della loro prova in Libano apre in Italia una breccia a favore di analoghi impegni. Ma solo negli anni ?90 si ha una vera svolta, grazie alla caduta del Muro, la gestione da parte dell’ONU di operazioni complesse, la disponibilità della Nato a operare oltre i confini europei. Infine, la voglia generalizzata in Europa di dismettere il servizio di leva. Per i militari, tutto invita a cambiare.
L’Italia partecipa, nel 1991, alla guerra del Golfo con i Tornado e, nel 1993, a operazioni in Somalia e Mozambico, sotto la bandiera dell’ONU. In Somalia, con i primi caduti in scontri a fuoco, si conferma l’esigenza di sostituirli con soldati di professione, scelta che catalizzerà e qualificherà il processo di riforma. L’impegno oltre confine continua e con la Nato, in Bosnia (1995) e Kossovo (1999), sono chiamati a operare nel sistema militare occidentale, in competitiva collaborazione con forze più esperte e meglio equipaggiate. Stimolati dal confronto si distinguono e l’esperienza concorre alla loro evoluzione. Ciò fa pensare a un team automobilistico per gare locali, con macchine e strutture al risparmio che, iscritto d’autorità alla formula 1, si piazza ai primi posti. Impossibile! Eppure, così come quella fantomatica squadra, le forze armate italiane oggi sono attestate nel gruppo di testa dei paesi che contano. Merito della riforma, ma quale riforma?
Verso la metà degli anni ?90, esse hanno attuato un modulo evolutivo, riducendo e trasformando quanto già c’era, ammodernando senza stravolgerla la precedente struttura e puntando all’aumento della capacità di operare oltremare in ambito multinazionale. In assenza di un chiaro indirizzo politico hanno premiato il buon senso, imitando al risparmio i migliori modelli europei, il francese e il britannico. Un accorgimento pragmatico con i suoi limiti ma senza alternative. Dice un analista straniero: «Il tipo e la qualità delle forze militari corrisponde alla complessità della politica di ogni nazione». Ovvio ma indiscutibile.
Dal 1991 ad oggi, l’esercito, la forza armata prima più sedentaria e la più coinvolta nel passaggio dal servizio di leva al professionismo, ha aumentato il suo impegno oltremare da valori prossimi allo zero agli attuali 55.000 uomini. Nelle operazioni in sostegno della pace, l’Italia può disporre contemporaneamente quasi altrettanti soldati di Francia, Germania e Gran Bretagna .
Oggi schiera oltremare 11.000 uomini e occupa il primo posto nelle coalizioni Nato, il secondo in quelle dell’UE, il terzo in Irak. Sono anche da mettere in conto esercitazioni multinazionali terrestri, navali ed aree a cui l’Italia assume ruoli importanti. Dulcis in fundo, il nostro paese è partecipe di due forze d’intervento, NATO ed europea, con parte cospicua in qualità e quantità delle sue forze armate. E non vi sono solo impegni militari: l’esercito infatti concorre alla difesa di obiettivi sensibili, l’aeronautica fornisce trasporto alla protezione civile, la marina contribuisce al controllo delle coste. E molte altre cose.
In un futuro assai prossimo, è probabile che si imponga un ulteriore miglioramento della operatività nell’ipotesi di scenari postbellici altrettanto cruenti di quello irakeno e, per quanto si punti al risparmio, ogni mutamento ha un suo prezzo. Ed è qui il punto dolens, il bilancio della Difesa, che non solo è incostante ma ora tende a un vertiginoso ribasso. Prima però di fare i conti occorre chiarire un equivoco che da sempre impedisce di valutare le risorse finanziarie assegnate alle forze armate, di norma identificate con il Bilancio della Difesa. Ma non è così.
Quel Bilancio, infatti, si divide in due parti, la ?funzione difesa? che finanzia le cose militari e la ?sicurezza pubblica? che accorpa vari compiti che propriamente ?militari? non sono e assorbono quasi il 30% del totale. Distinguere le due cose è essenziale. All’equivoco segue il paradosso. Quando, infatti, si riduce il Bilancio della Difesa, a soffrirne è solo la ?funzione difesa?, mentre aumentano i fondi per l’altra. La disparità diviene ipercritica nel Bilancio 2006 quando, dopo averlo ridotto a 17,782 miliardi di euro pari all?1,29% del Prodotto Interno Lordo (PIL), al suo interno si assegnano 5.271 miliardi di euro alla ?sicurezza pubblica? e 403 miliardi a voci accessorie, lasciando alla ?funzione difesa? 12,106 miliardi di euro, pari allo 0,85% del PIL, somma che piazza le forze armate italiane ultime, quanto a risorse, in Europa e al minimo storico del dopoguerra italiano. Oggi i mass media americani accusano il Pentagono di equipaggiare i suoi militari «on the cheap» (con la lesina ); cosa mai dovrebbero scrivere i nostri se avessero voglia di scriverlo?
Per capire le conseguenze dei tagli occorre entrare nel merito delle tre principali voci di spesa della funzione ?difesa?: personale, esercizio, investimento. Restando nella metafora del team automobilistico, la prima voce provvede alle paghe dello staff e dei piloti, le seconde al mantenimento in gara del team, le ultime al rinnovo delle macchine. Quando salta l’equilibrio fra le tre voci, la struttura si sfascia. Ma quell’equilibrio è sempre più precario nelle forze armate poiché, una volta pagate le ineludibili spese del personale, a esercizio e investimento tocca solo ciò che avanza. Entrambi i settori, con tagli anche fino al 50%, possono entrare in tilt compromettendo il trend positivo degli impegni multinazionali, ostacolando lo sviluppo della riforma, compromettendo l’efficienza dello strumento militare e la sua evoluzione tecnologica e intaccando il morale. I drastici tagli di bilancio dimostrano che la politica non prende atto delle ricadute delle sue scelte contabili costringendo a economie di emergenza che incidono sul presente e futuro. Era logico che il passaggio dalla leva al professionismo avrebbe comportato costi crescenti per il personale fino ad assestarsi al suo pieno regime. Coerenza avrebbe voluto che si provvedesse a parte a questa incombenza per non impoverire investimento ed esercizio. Non avendolo fatto, oggi, le spese per il personale, cresciute dai 5,816 miliardi di euro del 2001 a 8,757 miliardi di euro del 2006, sottraggono fondi a quelle per esercizio e investimento, scese da 6,815 miliardi di euro a 5,106 miliardi di euro. Il rapporto fra spese del personale e quelle di esercizio/investimento è passato dal 45/64 del 2001 al 72/28 del 2006.Ad aggravare il problema contribuisce un?anomalia della riforma. Il personale non qualificato per un sistema militare diverso, avrebbe dovuto essere congedato in anticipo, lasciando il campo ai giovani. Ma non lo si può fare sia per l’assenza di decreti applicativi dell’apposita legge sia per vischiosità burocratiche. Pertanto, per i prossimi dieci anni, ben oltre 20.000 persone saranno inamovibili anche se difficilmente impiegabili. Paesi più avveduti hanno eliminato gli esuberi e hanno ottimizzato il rapporto fra spese del personale e quelle per esercizio e investimento. È in testa la Francia con 34/66, segue la Gran Bretagna con 37/63; la Germania si attesta su un 51/49 ; l’Italia chiude la classifica con un allarmante 72/28. Se non si cambia tendenza, vi sarà la paralisi dell’intero sistema.
(1-continua)

L?esercito dimezzato

Il numero dei militari previsto dal Progetto di Riforma, già inferiore a quello dei maggiori paesi europei, non si può ulteriormente ridurre. Le tecnologie fanno molto ma non fanno tutto, Iraq insegna. Se l’Italia riducesse il numero dei suoi soldati per lesina, non solo metterebbe a terra l’esercito, a cui dovrebbe dir grazie per aver portato il maggior carico negli impegni oltremare, ma indebolirebbe la presenza italiana nelle coalizioni multinazionali annullando i benefici conseguiti finora. Con quale faccia peraltro l’Italia, fra le prime ad inneggiare alla difesa comune, può ridurre di poche decine di migliaia di uomini le sue forze armate quando dispone delle più numerose forze dell’ordine in Europa e se ne inventa di altre, locali, probabilmente numerosissime? La contesa attorno ai sempre più scarsi finanziamenti turba inoltre il rapporto fra le forze armate, ponendo a confronto l’esercito con le altre due forze armate, e i settori dell’industria legati a ciascuna. L’intesa interforze, valore aggiunto della riforma, può tradursi in contrasto. Alcuni mesi fa, l’allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha criticato le spese in piattaforme aeree e navali mentre ora circola nei corridoi ministeriali l’asserto «meno numeri e più qualità», larvato invito a contrarre l’esercito per devolvere i fondi a programmi ambiziosi. Mors tua, vita mea.
Contesa comprensibile ma male impostata. I nuovi scenari segnalano sia l’importanza dell’alta tecnologia (high tech) sia quella di un adeguato numero di forze terrestri. Una riforma equilibrata non va sottoposta a capricciose modifiche per porre rimedio a problemi non suoi. Se è sbagliato ridurre il personale per consentire all?esercizio e all?investimento di sopravvivere lo è anche il fare l’opposto. Alla politica spetta indicare la via da seguire. Cosa che non ha fatto.
Resta un argomento politicamente sensibile, quello occupazionale. La riduzione del personale da arruolare (nel 2005, le forze armate accolgono 25.000 giovani, uomini/donne) sottrarrebbe posti di lavoro di norma più qualificanti che non nei molto più numerosi ruoli impiegatizi che disinvoltamente si creano, anche per solo motivi clientelari. Che senso avrebbe?
Quando si parla di personale, il discorso si porta inevitabilmente sulla preparazione e motivazione dei quadri. Oggi l’Italia dispone di giovani ufficiali che molti le invidiano e sono l’ossatura portante di un sistema in evoluzione. I drastici tagli (40% – 50%) dei corsi all’estero, assieme alla riduzione delle attività multinazionali, arresta il corso evolutivo dell’intero sistema . A Londra si sta dibattendo sul come «conseguire standard internazionali nella professione militare» per «migliorare il livello delle forze militari e rendere più agevole ed efficace la cooperazione multinazionale». L’Italia ha raggiunto ottimi livelli di «utilità multinazionale», vuole forse rientrare nella sua Fortezza dei tartari in un contesto dinamicamente globale?
Anche alle altre due voci della ?funzione difesa?, Investimento ed esercizio, i tagli di bilancio procurano seri problemi. Rende precario ?l’investimento? da cui dipende l’ammodernamento del sistema e la buona salute per un industria che è divenuta uno dei punti qualificanti del nostro povero e debole sistema industriale. I drastici tagli comporteranno perdite di commesse eccellenti e, in un Italia che si piange addosso per l’esiguità della ricerca, penalizzerà la ricerca militare che offre ricadute importanti e molteplici verso il civile. Ancora più serie sarebbero le conseguenze per le forze armate costringendole a operare con materiali obsoleti. Il gap tecnologico con le altre si allargherebbe e ne soffrirebbe la capacità di operare in ambito multinazionale, contraddicendo la tendenza positiva intrapresa.
Inscindibile dall’investimento è l’esercizio che tratta di addestramento, infrastrutture, governo del personale, assistenza a mezzi e materiali, consumi, in breve di tutte le attività del sistema. I tagli provocheranno la riduzione degli impegni oltremare come dell’addestramento, con crescenti rischi e caduta di qualità operativa. Ciò vale per tutte e tre le forze armate ma, semplificando un problema che semplice non è, salta agli occhi il caso dell’aeronautica in cui le attuali ore di volo dovranno essere dimezzate anche per il costo del carburante, dalle 105.000 attuali a 80.000. Confermandosi l’attuale tendenza in tre anni potrà scendere a 50.000 ore contro le 250.000 della Francia e 300.000 della Gran Bretagna. Acquistare aerei ad alte prestazioni e non fare volare i piloti è scelta irresponsabile; i top gun ci saranno solo nelle fiction televisive. Altrettanto si può dire per drastiche limitazioni alle attività della marina e dell’esercito .
Non può non stupire questa voglia di risparmio in una classe politica che primeggia in Europa quanto a scialacquo, a uso e abuso di aerei executive, di macchine blu di lusso ed extralusso e di personale di scorta, per i propri comodi e per vanità. Evidentemente, come i tagli di bilancio dimostrano, l’operatività e la sicurezza dei reparti impiegati oltremare sono degli optional. Peraltro, qualsiasi inefficienza dei materiali militari, desta sdegno solo come fatto di cronaca o fonte di breve polemica.
Non si può concludere senza un cenno alle infrastrutture, basi, arsenali e caserme. I militari ne hanno cedute molte e di molte altre vorrebbero disfarsi per liberarsi degli oneri che esse comportano. Ma il cambiamento delle caserme deve essere contestuale all’adozione del professionismo, mentre c’è ancora molta strada da fare perché ciò si realizzi in Italia. A ciò si sommano le dure economie sulla vita in caserma che incidono pesantemente sulla qualità della vita, sul riscaldamento, sul vitto, sulle pulizie. Inoltre, in un clima di esasperato risparmio, potrà divenire un lusso l’outsourcing, l’affidamento a civili, facendo ricadere sui militari servizi dai quali erano stati esonerati. Un altro passo indietro nella riforma.
A quanto pare, nell’approvare un ambiziosa riforma, non si sono fatti i conti con l’oste e non gli è stato detto quale menu predisporre. In un?Italia ingabbiata in un artificiosa retorica della pace a costo zero, forze armate efficienti a livello europeo paiono una contraddizione. Oggi alla politica si chiede una parola semplice e chiara sul ruolo del suo apparato militare. Solo dopo che lo avrà chiarito, si potrà stabilire se occorrono una portaerei, un supercaccia e dei parà o uno stuolo di chierichetti senz’armi. Mentre altrove la politica offre ai militari certezze, da noi continua a rifugiarsi nel vago, gode del prestigio che grazie a loro riceve ma non esita a eliderne con tratto di penna le assegnazioni, per una manovra contabile.
Il crollo dei finanziamenti che mette in forse quanto realizzato finora è all’origine dell’attuale ?malessere? dei militari che esiste anche se, per il loro silenzio, non è noto all’esterno. Chi ha in passato deprecato il sottoimpiego dei soldati di leva, provi ad immaginare quanto preoccupante sarebbe l’alienazione di motivati professionisti costretti, dopo meritati successi, a trascinarsi fra casa e caserma. Mi auguro che non si verifichi.
Nella storia di ogni paese vi sono momenti in cui le Forze Armate temono una incontrollabile crisi e i loro Capi si chiedono come reagire nel rispetto della correttezza istituzionale. Ma come? Dimissioni a parte, metodo praticato talvolta negli Stati Uniti e in Francia ma rarissimo altrove, merita un cenno la via seguita, nei primi anni ?80, dai Capi militari britannici dopo i tagli imposti alla Difesa dalla lady di ferro, la Thatcher. Questa è la storia.
Circola (si fa circolare) la voce dello scontento dei militari, segue la notizia (subito smentita) che i quattro Capi delle Forze Armate andranno dal Capo del Governo per notificare la loro protesta; si diffonde la voce (anch’essa smentita) su giorno e ora del tragitto. A quel giorno, a quell’ora, i giornalisti appostati presso il Ministero della Difesa vedono i quattro, imperturbabili e con uniforme da grandi occasioni, procedere con cadenza marziale verso il n.10 di Downing Street. Il più anziano bussa, entrano, escono e in silenzio rientrano. I media dicono che il taglio di bilancio è rientrato. Che la formula sia applicabile altrove? Pensandoci bene, Montecitorio e Palazzo Chigi sono prossimi a via XX settembre.
Evitare il malessere delle forze armate non è cosa che spetti solo all’attuale governo e alla sua maggioranza perché, se alla ?funzione Difesa? non verrà restituito in parte il maltolto, i futuri governi non erediteranno i successi ma soltanto i problemi. Una scelta coerente deve pertanto contare su un responsabile, solido e duraturo accordo bipartisan sull’assetto e ruolo delle forze armate, cosa politicamente irreprensibile poiché esse non sono di centro, destra o sinistra, ma soltanto italiane.

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