Cinema | Sulla mia pelle | Recensione di Francesca Martinoglio

Regia di Alessio Cremonini. Un film con Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano, Andrea Lattanzi. Genere Drammatico – Italia, 2018, durata 100 minuti. Distribuito da Lucky Red.


– Che ti è successo?
– Sono caduto dalle scale
– Quando la smetterete con questa storia delle scale?
– Quando le scale smetteranno di menarci.

Domenica ho visto “Sulla mia pelle”.

Il film su Stefano Cucchi di parole ne ha poche. Il cardine narrativo è visivo, sono i segni sul suo corpo a parlare.
Non ci sono scene di violenza fisica, non servono. Stefano viene spinto in una cella del tribunale penitenziario e la porta si chiude. Lo spettatore rimane fuori come chiunque altro tranne lui e gli agenti di polizia che hanno decretato la sua morte. Non si sente il rumore delle botte o le urla della disperazione. Pochi istanti dopo, nel silenzio, ricompare lui, con una faccia devastata da una violenza disumana, con una faccia che parla da sola e che non ha bisogno di ulteriori conferme o di ridondanze narrative. La stessa faccia che si sono trovati di fronte tutti quelli che nell’ultima settimana della sua vita hanno avuto a che fare con lui, se la ritrova di fronte lo spettatore e vede i segni sul suo corpo che si fanno strada giorno dopo giorno, sempre più prepotenti e irreversibili.

Qualcuno chiede a Stefano cosa gli è successo, come l’operatore del 118 che la mattina dopo il pestaggio tenta di portarlo in ospedale mentre lui rifiuta le cure e il ricovero. Stefano risponde che è caduto dalle scale. Perché? Mentre lo guardi ti chiedi “perché non glielo dice, cazzo?” E chi lo sa perchè? Nessuno. Per paura, credo, perché è stato minacciato, suppongo, perché è un tossico e i tossici non sono credibili? ma fosse anche per stupidità…

Era un buono quello del 118? Sì probabilmente o forse era semplicemente umano senza tanti altri meriti e fronzoli, ma Stefano era appena stato preso a calci in faccia e sulla schiena dai cosiddetti giusti o meglio da chi per mestiere dovrebbe salvaguardare la giustizia.

La gente che sta intorno “al Cucchi” (così lo chiamano), dagli operatori sanitari, al giudice, alle guardie penitenziarie, sa perfettamente che non è caduto dalle scale e anche quando Stefano ci prova a dire come stanno le cose, forse un po’ tardi, forse quando si rende conto che non ha più nulla da perdere, chiunque si trovi di fronte a lui lo rimbalza, chiudendo occhi e orecchie, per paura che in qualche modo la propria vita venga travolta e coinvolta da una storia troppo grande da gestire. Tirando le somme quindi i primi responsabili sono i picchiatori assassini al servizio dello stato che non meritano di essere chiamati persone e successivamente un’infinita e drammatica catena di individui con concorso di causa. Come diceva De Andrè “per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso tutti coinvolti”.

Il film è un dossier che non cade mai, nemmeno per un istante, nella retorica, che non fa di Stefano Cucchi un eroe né un martire e che non gli attribuisce nessuna responsabilità o giudizio, come è giusto che sia, su come abbia reagito in merito alle violenze ricevute, esattamente come non nega la responsabilità dei reati commessi, proprio per sottolineare con forza che le due cose non si parlano e non si devono parlare in nessun modo.

Dopo anni e anni manca ancora una sentenza definitiva e il film segue esattamente la cronaca della storia, senza aggiungere nulla, questa è la sua forza. Il pugno allo stomaco arriva, chi lo ha visto lo sa.

Stefano è morto di arresto cardiaco, questo è quello che è stato comunicato alla sua famiglia, in seguito all’autopsia. Ma ancora una volta non è una risposta. Moriamo tutti di arresto cardiaco.

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