Normalizzazione della violenza e disumanizzazione | Angela Dogliotti

Quale ragione, quale legge potrà mai rendere legittimo l’atto di strappare un bambino dalle braccia dei suoi genitori e abbandonarlo piangente  su un tappetino in una gabbia, come un animale in uno zoo?

Cosa impedisce a tanti generosi americani di ribellarsi e insorgere contro questo scempio di umanità? (a parte le tante voci che si sono alzate da tempo fino a proporre, come ricorda Zanotelli nel suo articolo, un Sanctuary  Movement a protezione degli immigrati)

E cosa spinge tanti italiani a dare il proprio consenso alle politiche disumane del nostro Ministro degli Interni ?

La crisi economico-finanziaria-politico-sociale-ecologica ed etica ha prodotto un grande disorientamento. Ma si è innestata su un quadro di riferimenti culturali e materiali che ne costituiscono le fondamenta.

Tra queste, la legittimazione della violenza nei conflitti, che a livello politico-sociale porta alla guerra e alla sua preparazione, con tutto il corollario di un sistema militare-industriale-scientifico-mediatico ad essa finalizzato,  e a livello individuale porta a sviluppare (dis-)valori e comportamenti individualistici e fondati sulla giustificazione della  legge del più forte.

E’  questo il terreno fertile su cui cresce l’idea malsana del “nemico” di turno, da cui guardarsi , da combattere, da distruggere, capro espiatorio delle nostre debolezze, fragilità, sconfitte.

Non è vero che c’è meno sicurezza, non è vero che è aumentata la criminalità, non è vero che siamo “invasi”: tutti i dati mettono in evidenza il contrario.  Allora bisogna dire forte e chiaro che quanto percepiamo a livello di opinione pubblica è frutto di propaganda e che un conto è il timore per qualcuno che non si conosce, un altro è alimentare ad arte la paura nei suoi confronti fino a trasformarla in odio. Un conto è governare i flussi e predisporre adeguate misure per l’accoglienza, un altro è lasciare che le cose vadano alla deriva o cercare di bloccarle attraverso un braccio di ferro sulla pelle delle vittime, come è recentemente avvenuto con la vicenda dell’Aquarius.

Come contrastare questi processi? Già Freud, nella lettera ad Einstein del 1932, suggeriva l’antidoto: per ostacolare la divisione bisogna costruire legami, avviare percorsi di vicinanza, di conoscenza, di reciproco riconoscimento.

Solo una cultura del NOI, un diverso immaginario che sappia far emergere le radici comuni, il comune interesse alla sopravvivenza in un mondo sempre più minacciato da processi di devastazione di cui siamo corresponsabili e che rischiano di sfuggirci di mano, potrebbe innescare una inversione di rotta.

E poi ci vuole un impegno concreto, a livello personale e politico, per contrastare le disuguaglianze, una visione lungimirante per difendere i beni comuni e costruire alternative alla violenza e alla guerra. La cosiddetta “tragedia dei commons” potrebbe forse insegnarci qualcosa: quando un utilizzatore di un bene comune (aria, acqua, un bosco…) lo fa solo all’insegna del proprio tornaconto personale, il bene comune viene distrutto (se tutti costruiscono una casa nel bosco, ognuno pensando solo al proprio interesse, il bosco non c’è più…).  Solo una logica diversa, la logica del noi, può salvaguardare quel bene di nessuno come bene di tutti.

Come scrive Luigino Bruni [1]“Le comunità e gli Stati capaci di futuro sono quelli dove si è capaci di coltivare e custodire una amicizia civile che fonda e sostiene le competizioni economiche e politiche, quell’amicizia civile che l’illuminismo ha voluto chiamare fraternità. Quando l’amicizia civile si spezza i popoli declinano e si resta in balia dei grandi fiumi della finanza e dei poteri forti”

Un grande compito hanno dunque l’educazione, la scuola, una politica rinnovata come passione civile di partecipazione dal basso, disinteressata e orientata al bene comune.

Utopia? No, si può fare. Partendo da ciascuno di noi, anche con la disobbedienza civile, se sarà necessario.


Nota 

[1] L. Bruni, Che cos’è il bene comune che va visto e salvato, in «L’Avvenire», 31 maggio 2018, pag 3

3 risposte a “Normalizzazione della violenza e disumanizzazione | Angela Dogliotti”

  1. Ringrazio molto Angela. Questa riflessione è equilibrata e realistica proprio perché mette in primo piano l'aspetto umano fondamentale del problema dei movimenti migratori. Il valore inviolabile delle persone umane è il criterio che può far trovare le soluzioni pratiche. Senza questo primato dell'uguale umanità di tutti, forti e deboli, non c'è soluzione decente e degna, non c'è politica – che è vita insieme nella polis umana planetaria, città dell'unica umanità, non di popoli duramente separati – ma c'è solo violenza: o violenza fisica, materiale, militare; o violenza mentale, come la discriminazione del diritto su base etnica, "razziale"; o violenza economica-profittatrice. Questo momento storico è mondiale – 68 milioni sono i profughi – ed è grande rischio e grande opportunità. Enrico Peyretti

  2. I somersi e i salvati – è un processo di disumanizzazione dell'altro che fa specchio alla disumanizzazione di noi stesis.
    Occorre ridurre gli altri a sottouomini prima di poterli opprimere, così accadeva sotto il nazismo, così accade ora.

  3. CARA ANGELA GRAZIE, ANCH,IO SPERO NELLA SCUOLA, E CONOSCO INSEGNANTI PREZIOSI. SPERARE AIUTA A NON SCIVOLARE NELL ODIO CHE PUÒ IMPADRONIRSI DI NOI DI,FRONTE AL RAZZISMO E ALLA CRUDELTÀ E AI SUOI PORTAVOCE E ISTIGATORI. IO QUESTO ODIO LO SENTO MONTARE IN ME, NON VOGLIO CHE MI AVVELENI. PER QUESTO RACCOLGO CON GRATITUDINE TUTTI LGLI ATTI E LE PAROLE BUONE E GIUSTE COME LE TUE.

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