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Cinema – La bicicletta verde – Recensione di Francesca Putzolu

gennaio 17, 2013 Versione stampabile

La bicicletta verde, di Haifaa Al-Mansour. Con Reem Abdullah, Waad Mohammed, Abdullrahman Algohani, Ahd Kame, Sultan Al Assaf Titolo originale Wadjda. Drammatico, durata 100 min. – Arabia Saudita, Germania 2012

locandina la bicicletta verdeHaifaa Al-Mansour ha voluto esordire nella regia con un primo lungometraggio girato in Arabia Saudita, ambientato nella capitale Riyad.

Presentato al Festival di Venezia nel 2012, ha riscosso un notevole successo. Il pubblico ha apprezzato la sua originalità, il messaggio positivo e nonviolento, la speranza che con la volontà e la determinazione, si possano perseguire obiettivi di emancipazione nella solidarietà e comprensione.

La storia si dipana nella realtà del mondo femminile, all’interno del rapporto madre e figlia adolescente, in cui la figura paterna, se pur poco presente, svolge il suo ruolo tradizionale di padre assente e affettivamente carente, ma non meno incisiva nella felicità della madre e nell’equilibrio della figlia che lo ama e ne avverte la mancanza. Egli poi lascerà la moglie per sposarne una seconda, da cui avere il figlio maschio.

Un ambiente quindi connotato dai rigidi ruoli di genere, in cui alla donna è riservata una posizione subordinata e sottomessa , mentre all’uomo è dato decidere di se stesso e della propria famiglia. Emergono da alcuni dialoghi aspetti contraddittori .Sarà infatti la madre dell’uomo che lo spinge a risposarsi per tentare di procreare un maschio, rivelando come frequentemente sono le stesse madri detentrici e custodi della tradizione.

Ma le nuove generazioni esprimono comunque un processo di emancipazione se pure in modi diversi. La bicicletta sarà, inconsapevolmente, per la ragazzina un simbolo, il mezzo con il quale affermerà la sua personalità nel perseguire un piacere riservato ai soli ragazzi: quello di sentire il vento nei capelli, volare in velocità, battere anche il suo compagno di giochi, che comunque l’aiuterà a imparare a pedalare, in una sfida che preannuncia tempi di speranza. La madre, che le farà trovare la bicicletta verde, dopo numerose traversie, come regalo, vede nella figlia e nella caparbietà a perseguire il suo scopo, un riscatto, una speranza per il futuro anche per lei.

La protagonista Wadjda, una dodicenne dai lunghi capelli neri accoglie la sfida del suo compagno di giochi che possiede una bicicletta a cui lei, ovviamente, non potrà aspirare come femmina Un negozio di giocattoli e articoli di ogni genere tiene in esposizione una bicicletta verde, che diventa il sogno della fanciulla per battere in corsa l’amico e per ribellarsi alla regola islamica. Essa è vietata alle donne quale segno di immodestia, col sellino istigatore all’autoerotismo e potenziale defloratore in caso di cadute.

Manca il danaro ma ciò non la scoraggia e si ingegna di nascosto, a vendere braccialetti da lei confezionati con i colori nazionali e cassette di canzoni d’amore estere. Tutto ciò però non è sufficiente. Wadjda decide, allora, di partecipare alla gara di canto dei versetti del Corano, indetta dalla direttrice della scuola che è attentissima al comportamento e alla morale delle ragazze. Con tenacia studia i versetti, la dizione e il canto e riesce a vincere, con meraviglia e momentanea soddisfazione dell’insegnante. In un impeto di ingenuità rivela al pubblico delle sue compagne e delle insegnanti, il sogno di avere la bicicletta verde. Il denaro le viene negato, e servirà per finanziare la causa del popolo palestinese.

La madre, proprio nel giorno delle nozze del marito con la seconda moglie, le fa trovare la famosa bicicletta verde, la quale diventa così un simbolo di tramandata ribellione e speranza per un futuro più libero. Wadjda fa la sua gara con la bici, seminando l’amico e volgendo verso un litorale marino che simboleggia il suo futuro. Un particolare significativo: sarà il ragazzino a toglierle il velo per gioco. Un gesto che, nella sua bellezza e nella semplicità del bambino, ci dice che basterebbe una scelta di solidarietà maschile, una liberatoria complicità che ristabilisca armonia e felicità.

Waad Mohammed, il nome della giovane attrice, rivela una spontanea capacità recitativa nell’interpretare un personaggio ostinato e ribelle, ma ricco di gesti significativi di profonda intensità umana. Il film è un percorso simbolico, attraverso il quale la regista ci conduce per conoscere il suo punto di vista, che, senza l’enfasi del dramma, ma con una storia semplice e poetica, ci trasmette la speranza della solidarietà, del dialogo, dell’amore, da cui trarre forza per sostenere il lungo cammino dell’emancipazione.



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