Impermanenza, compresenza e fragilità – Nanni Salio

Di fronte alla morte di persone più o meno note, più o meno care e a me vicine, mi tornano alla mente i versi di una bella poesia di Vivian Lamarque:

A vacanza conclusa dal treno vedere
chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna
la loro vacanza non è ancora finita:
sarà così sarà così lasciare la vita?

Come ricordare Elise Boulding (6 luglio 1920 – 24 giugno 2010), Enzo Tiezzi (4 febbraio 1938 – 25 giugno 2010), Rina Gagliardi (15 novembre 1947 – Roma, 27 giugno 2010), persone diverse ma accomunate dal profondo impegno sociale per i problemi della pace, dell’ambiente e della giusztizia sociale, che ci hanno lasciato nei giorni scorsi? La loro non è stata una semplice vacanza, come recita la poesia i cui versi evocano il senso di smarrimento che ci coglie di fronte alla morte e al venir meno, più o meno improvvisamente, dei nostri progetti di vita ancora incompiuti.

Pochi di noi, forse, conoscono Elise Boulding, particolarmente nota in sede internazionale per il suo pluridecennale impegno nel campo della “ricerca, educazione e azione per la pace”. Ho avuto modo di conoscerla anni fa, seppure di sfuggita, in uno dei convegni dell’IPRA (International Peace Research Association) che si svolgono con cadenza biennale nei più diversi paesi del mondo. Elise è stata definita la “matriarca degli studi per la pace”, anche lei norvegese come Johan Galtung, che invece, di dieci anni più giovane, può essere considerato il “patriarca”.

Oltre a quanto si trova sul web (in particolare segnaliamo il breve ricordo in http://www.transnational.org/ e il suo commovente “viaggio con l’Alzheimers”, http://www.transnational.org/ ), di lei in italiano non c’è molto, se non il piccolo, ma prezioso libretto “Inventare futuri di pace”, pubblicato dall’EGA nel 1998, in una collana diretta da Giuliano Pontara, nel quale Elise sintetizza gli aspetti principali del suo lavoro.

Il giorno successivo alla sua morte, avvenuta nella ricorrenza di san Giovanni, mi è capitato casualmente di vedere una brevissima nota su Enzo Tiezzi. In seguito, ho cercato invano notizie sui quotidiani, che invece sono presenti solo nel web, come il breve ricordo scritto da Ugo Bardi nel blog di aspoitalia (http://aspoitalia.blogspot.com/2010/06/enzo-tiezzi-1938-2010.html ). Non riesco a rendermi conto come ci si possa scordare del suo intenso lavoro di ricercatore, scienziato, educatore e animatore nel campo delle questioni ecologiche e in particolare della sostenibilità. E la bella stagione della rivista Arancia blu, che riprendeva l’immagine della Terra vista dallo spazio. Nonché il suo lavoro sulla scia di Howard Odum per introdurre le tecniche di modellizzazione e valutazione dei sistemi ambientali mediante il concetto di emergia (contrazione del termine inglese “embodied”, “incorporata, inclusa”, ed “energia”, ovvero energia incorporata).

E infine, Rina Gagliardi (alla quale, giustamente, i media, a cominciare da Liberazione, il giornale per il quale ha a lungo lavorato, hanno dedictao molta attenzione) che invitammo anni fa per un confronto tra la cultura di cui era portatrice e quella della nonviolenza, conoscendo la sua sensibilità e attenzione anche a questa tematica. Sono passati anni da allora, non ho più avuto modo di incontrarla, ma quel ricordo è rimasto come speranza perché la cultura della nonviolenza faccia breccia anche tra coloro che spesso l’hanno fraintesa, riducendola a qualcosa che riguarda solo degli ingenui utopisti che non conoscono la durezza della lotta politica reale.

Ma cosa significa morire? Eterno e irrisolto problema, al quale amo rispondere proponendo, tra le tante possibili, due riflessioni.

La prima è quella che suggerì il grande drammaturga Friedrich Durrenmatt nel corso di una intervista con Michael Haller:

Cosa significa per lei la morte? E’ uguale al nulla?

Forse. Ma posso anche immaginarmi che si esista sempre. Schopenhauer ha parafrasato questa idea più o meno così: la coscienza dell’umanità è come un mare di cui la coscienza individuale è un’onda. La totalità della coscienza esisterà fino a quando ci sarà l’umanità. E posso pensare che dopo la morte si diventi un’onda nuova, diversa, di questo mare della coscienza.

(Friedrich Durrenmatt, Gorbaciov e Havel. Le ragioni della speranza. Due discorsi politici, Il Melangolo, Genova 1991, pp. 54-55)

La seconda si richiama alle belle riflessioni che Aldo Capitini sviluppò intorno al concetto di compresenza, che ripropongo a partire da alcuni brani tratti dalla sua opera più specifica (La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1966):

“Ho sofferto acutamente nel vedere, proprio al centro della mia attenzione, che c’è chi è colpito dalla realtà com’è ora: l’ammalato, l’esaurito, lo stolto, il morto, e mi sono messo in rapporto – attraverso il tu a quell’infelice – con una realtà che non lo escluda e lo tenga unito con altri esseri che sono nati (realtà di tutti), e lo renda uguale e lo compensi sviluppandosi anche lui infinitamente nella cooperazione ai valori, come chi è sano, vigoroso, vivente (Compresenza).
Questa apertura alla compresenza si può chiamare religiosa, se “religione” è vivere un rapporto (che sia fondamentale nel proprio svolgersi) con “altri”. E l’apertura religiosa è pratica, perchè la realtà della compresenza non la posso conoscere scientificamente come le parti della realtà attuale, ma la posso vivere mediante impegni in atto nel tu-tutti che le rivolgo”(p. 11).

“Tutti gli esseri che mai furono e che sono, morti e viventi, costituiscono una compresenza che s’accresce dei nati, che è tenuta insieme ed unificata dalla produzione dei valori” (p. 12).

” Tutti’ vuoi dire tutti gli esseri singoli che sono nati. Ci sono gli insufficienti relativi, che sono colpiti dal mondo della natura con qualche grave limitazione. ma vivono; ci sono gli insufficienti assoluti che sono i morti, e ci sono anche i viventi attuali, anche i minimi. La compresenza nella sua capacità unitaria (Uno-Tutti) li trascende come singoli, perché come singoli esseri non sarebbero capaci di dare il compenso di uguaglianza agli insufficienti per i colpi del mondo della natura; tuttavia ogni essere vivente fa parte della compresenza, opera in essa. Questo significa che ogni essere vivente non è soltanto forza vitale e potenza, ma in quanto è unito alla compresenza è in quel “di più” capace di compensare le insufficienze del mondo della natura” (p. 18).

La “grande livellatrice”, l’ “eterna vincitrice”, ci ricorda la nostra fragilità e l’impermanenza di tutte le cose, suggerendoci di essere più umili, saggi, distaccati, profondi.

Pur nella continua incertezza esistenziale delle nostre vite, ci è di conforto pensare e percepire, care/i Elise, Enzo, Rina, la vostra presenza nel grande oceano della compresenza capitiniana, dell’inter-essere, delle onde di coscienza individuali nel quale un giorno anche noi confluiremo.

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